fame nel mondo cause

Perché i conflitti generano carestie e crisi umanitarie?

Matteo Garuti
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    La fame nel mondo, tra le sue cause, da sempre annovera le guerre, rispetto alle quali esiste uno stretto legame di interdipendenza, che vede queste due piaghe fomentarsi a vicenda. In occasione dell’edizione 2019 di Seeds&Chips – il summit internazionale dedicato al futuro dell’alimentazione – questo tema è stato toccato più volte, con l’obiettivo di mettere al corrente l’opinione pubblica sulle cause scatenanti che provocano crisi umanitarie e migrazioni. Come si sviluppa il rapporto nefasto tra malnutrizione e conflitti, e quali sono, in genere, le sue dinamiche? Quali sono gli esempi nel mondo di queste situazioni e in che modo è possibile uscirne? Grazie all’ultimo rapporto di Azione contro la fame e agli spunti emersi durante la conferenza di Milano, cercheremo di chiarire il quadro.

    Fame nel mondo: guerre e conflitti tra le cause

    La fame accende i conflitti e la guerra produce carestie, in estrema sintesi si potrebbe spiegare così questa interdipendenza, che per essere compresa meglio, però, richiede un’analisi di dati e casi specifici. Nel suo intervento a Seeds&Chips, Kimberly Flowers ha introdotto questo argomento, sottolineando quanto sia sottaciuto e trascurato il ruolo delle guerre alla base delle crisi alimentari e umanitarie. La direttrice del Progetto Global Food Security e dell’Agenda umanitaria al Centro per studi strategici e internazionali, inoltre, ha evidenziato il ruolo cruciale della politica, per prevenire queste situazioni e assicurare ai cittadini un’alimentazione completa e di qualità. Dello stesso avviso si è detta Kerry Kennedy, presidente della Robert F. Kennedy Human Rights, affermando la rilevanza delle scelte in ambito alimentare per il diritto essenziale alla vita e contro la fame nel mondo e le sue cause, con tutte le conseguenze a esse associate.

    Il rapporto di Azione contro la fame

    Il rapporto 2018 di Azione contro la fame – ong attiva nel contrasto delle crisi umanitarie e alimentari – aveva palesato considerazioni simili a quelle espresse dagli esperti intervenuti a Seeds&Chips, fornendo dati e casistiche significative. Il circolo vizioso che lega la fame nel mondo e le sue cause – a partire dalle guerre – aggrava le condizioni di vita in diverse aree del mondo, compromettendo i progressi ottenuti negli ultimi decenni. I governi nazionali e le unioni internazionali, quindi, hanno l’onere di massimizzare gli sforzi per ridurre i conflitti e garantire il rispetto dei principi stabiliti dal diritto umanitario internazionale.

    L’analisi tracciata nel report sottolinea l’ambivalenza del legame in questione, per diverse ragioni difficile da sciogliere. Se da un verso le guerre annientano mercati e mezzi di sostentamento, provocando grandi spostamenti di popolazione e insicurezza alimentare, dall’altro la mancanza di cibo e la competizione per le risorse naturali è alla base di molte delle guerre ora in corso.

    In questo senso, i numeri – più che eloquenti – mostrano un quadro drammatico.

    • Nel mondo, una nazione su quattro è coinvolta in una guerra; sei individui su dieci che soffrono la fame e 122 dei 151 milioni di bambini malnutriti vivono in uno di questi Paesi.
    • In 24 nazioni su 46 con conflitti attivi, l’incidenza della malnutrizione acuta supera il 30%.
    • Il 77% delle guerre sono dovute all’insicurezza alimentare della popolazione.
    • Con 66 milioni di persone, il 2017 ha visto sorpassato il triste record di sfollati dalla Seconda guerra mondiale, cifra raddoppiata tra il 2007 e il 2015.

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    La violenza causa migrazioni

    Negli ultimi anni, le migrazioni e i fenomeni a esse associati sono diventate argomento di primo piano nel dibattito politico, stimolando soluzioni e programmi che orientano il consenso e dividono l’opinione pubblica. Sotto la superficie della propaganda, però, è importante conoscere le ragioni di questi grandi spostamenti di massa, e le violenze, a questo proposito, risultano fra le prime cause da monitorare, a maggior ragione nei conflitti contemporanei, che direttamente o indirettamente coinvolgono molto la popolazione civile. Generalmente, i profughi fuggono con ciò che possono portarsi appresso, abbandonando i loro mezzi di sostentamento, e finendo per concentrarsi in luoghi con risorse e servizi estremamente limitati, dove di fatto la vita dipende dagli aiuti umanitari. Tra il 2007 e il 2015, gli sfollati a causa della violenza sono raddoppiati, e secondo le stime ognuno di essi trascorre in media più di 17 anni nei campi profughi o presso i Paesi ospitanti, producendo inevitabilmente tensioni e concorrenza sui territori e per le risorse naturali.

    I conflitti distruggono il tessuto economico

    Oltre alle conseguenze dovute alle violenze, vanno considerati i danni ingenti che le guerre provocano sugli equilibri economici, soprattutto nelle realtà più fragili e meno sviluppate. Quando sono in atto conflitti, infatti, le coltivazioni vengono abbandonate, l’offerta commerciale crolla e le vie di trasporto e comunicazione si bloccano, con ripercussioni nefaste sulla popolazione e il manifestarsi di quelli che vengono definiti food shock. Queste condizioni spingono all’aumento dei prezzi dei generi alimentari, un aspetto che a sua volta ha scatenato molte delle guerre contemporanee. Nel Sahel, ad esempio, questo tipo di rincari, oltre alla siccità e alla competizione per pascoli sempre più aridi, hanno scatenato tensioni tra le popolazioni che vivono di pastorizia, degenerati in veri e propri conflitti.

    La fame come arma di guerra

    Specialmente nei Paesi più poveri, la fame viene usata come arma bellica, con l’assedio mirato dei civili, l’attacco agli aiuti umanitari e alle infrastrutture necessarie per fornire acqua e sostentamento. Questa tendenza negli ultimi anni sta aumentando, a maggior ragione nelle guerre combattute da gruppi risorse militari scarse, che sfruttano le carestie come flagelli economici e facili da scatenare.

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    Crisi umanitarie e malnutrizione: il caso dello Yemen

    Il rapporto di Azione contro la fame nel mondo e le sue cause ha analizzato 13 casi di aree e nazioni in guerra, a cominciare da quelli più gravi. Tra questi, rientra a pieno titolo il conflitto civile in Yemen, che dal 2014 vede contrapposte le forze legate all’Arabia Saudita e quelle vicine all’Iran, situazione che ha causato più di 16mila morti e 22 milioni di individui dipendenti dagli aiuti umanitari.

    In Yemen oggi è in atto la peggiore crisi umanitaria al mondo: 17,8 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare, e quasi la metà di questi sono sull’orlo della carestia, che miete vittime soprattutto fra i più piccoli. La malnutrizione mette a repentaglio la vita degli yemeniti, sia direttamente che indirettamente, minando il sistema immunitario e rendendo letali malattie normalmente curabili. Il colera o la polmonite, quindi, diventano pericoli particolarmente gravi per i soggetti più vulnerabili, come i bambini, gli anziani e le donne incinte.

    In questo Paese della fascia meridionale della penisola arabica, perdipiù, l’accesso all’assistenza di base è limitato dall’embargo e delle restrizioni imposte, aspetto che rende assai difficile accedere ai corridoi umanitari per raggiungere le vittime. Il risultato è che oggi metà dei bambini yemeniti soffre di malnutrizione cronica, mentre in Italia ultimamente ha fatto discutere il caso delle forniture militari prodotte in Sardegna e vendute alla fazione saudita.

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    Altre crisi nel mondo e risoluzioni internazionali

    Oltre allo Yemen, sono molte le zone nelle quali la fame e le guerre si intrecciano e si ripercuotono sulle popolazioni. Nell’area del Lago Ciad, condivisa da Niger, Ciad, Nigeria e Camerun, dal 2009 gli scontri e gli attentati del gruppo islamista Boko Haram hanno causato più di 37mila morti e quasi 2,5 milioni di sfollati, mentre 7 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare e oltre 500mila bambini sono malnutriti. Qui, peraltro, sono particolarmente visibili i danni dovuti ai cambiamenti climatici – la desertificazione, nello specifico – che riducono le risorse alimentari disponibili. Le violenze di Boko Haram, quindi, hanno accentuato le migrazioni già in atto per altri motivi, in Paesi che vivono una profonda crisi economica e sociale.

    Nel Myanmar, invece, dal 2017 la maggioranza buddista ha ripreso a perseguitare la minoranza musulmana rohingya, in seguito a un attacco da parte di un gruppo terroristico. Nell’arco di poche settimane, centinaia di migliaia di persone sono fuggite verso il vicino Bangladesh, e i profughi sono ormai più di un milione.

    Per risolvere queste e altre crisi nel mondo, è imprescindibile un impegno della comunità internazionale, che le renda delle priorità globali sul piano politico. A questo proposito, nel maggio 2018 le Nazioni Unite hanno adottato la risoluzione 2417, invitando tutte le parti in conflitto ad adeguarsi al diritto umanitario internazionale, che proibisce gli attacchi ai civili e alle infrastrutture di sostentamento, come le reti idriche, le aziende agricole, i mercati, e altri nodi cruciali per produrre e distribuire cibo.

    Sempre secondo il rapporto di Azione contro la fame, per spezzare la catena di trasmissione che lega carestie e conflitti bisogna attuare un approccio globale, che faccia rispettare i diritti delle persone. Negli ultimi mesi, tuttavia, pochi sono stati i progressi nel contesto yemenita, che nel mondo, come abbiamo visto, non resta certo l’unico esempio di grave collasso politico-umanitario. Oltre ai casi citati, infatti, restano seriamente emergenziali le situazioni della Siria, del Sud Sudan, della Somalia e di altre nazioni. Ad ogni modo, se le istituzioni non riusciranno a limitare i conflitti e a garantire il diritto internazionale umanitario, inevitabilmente la fame nel mondo, le guerre e le sue cause non potranno arrestarsi.

     

    Eravate al corrente delle dinamiche negative che costituiscono il rapporto tra fame e guerre?

     

    Fonti:

    Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO)
    Azione contro la fame

    Matteo Garuti

    Matteo è nato a Bologna e vive a San Giorgio di Piano (Bo), è giornalista e sommelier e ha collaborato con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie agro-alimentari dell'Università di Bologna. Per Il Giornale del Cibo si occupa di attualità, salute, cultura e politica alimentare. Il suo piatto preferito è il salmone, purché di qualità, "perché è un ingrediente nobile, versatile e dal gusto unico". Per lui in cucina non può mancare la creatività, "perché è impossibile farne a meno!"

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