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L’e-commerce che vende i prodotti gastronomici realizzati dai detenuti: Economia Carceraria

Alessia Rossi
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    Il diritto al lavoro come diritto inalienabile di ogni essere umano, anche per chi si trova in carcere. Questa la premessa da cui è partito il progetto di Economia carceraria, ideato da Oscar la Rosa e Paolo Strano, presidente di Semi di libertà Onlus, che si pone come obiettivo quello di contrastare la recidiva attraverso la formazione e l’avvio nel mondo del lavoro delle persone detenute. Si tratta di un progetto di ampio respiro che, nel tempo, si è evoluto e ha portato alla creazione di una vera e propria società e di una piattaforma con incluso, da novembre dello scorso anno, anche un e-commerce che raccoglie e distribuisce prodotti artigianali realizzati in carcere. La maggior parte di queste produzioni riguardano proprio il settore enogastronomico, a dimostrazione di quanto il cibo sia in grado di unire realtà apparentemente separate tra loro, come vi abbiamo raccontato anche a proposito del progetto Recto Verso in cui i detenuti dell’isola-carcere della Gorgona imparato l’arte dell’olivicoltura.

    “Il cibo è qualcosa di cui noi tutti abbiamo bisogno quotidianamente, ed è anche e soprattutto qualcosa di buono. Rappresenta il giusto contrappasso: il detenuto che ha fatto ‘cose cattive’ dimostra, attraverso il lavoro, di saper fare anche cose ‘buone’” racconta Oscar la Rosa, che abbiamo intervistato e che ci porta a scoprire un mondo che, purtroppo, subisce ancora troppi pregiudizi.

    Economia Carceraria, più di un e-commerce: com’è nato il progetto

    Economia Carceraria è dunque un progetto ampio, che prende avvio diversi anni fa e che ha visto incontrare Paolo Strano e Oscar la Rosa grazie al volontariato e a una sensibilità comune. “L’università che frequentavo aveva invitato gli studenti a fare alcuni dei mesi di volontariato durante l’estate” inizia a raccontare Oscar. “Avevo dato la mia disponibilità e un’associazione – Semi di Libertà – mi ospitò per un loro progetto. Era l’estate del 2015 e mi si aprì un mondo: ho scoperto persone fantastiche, ma soprattutto ho preso coscienza del fatto che il carcere esiste e che è reale. Si pensa sempre che sia qualcosa lontano da noi, e invece è vicino e dentro ci sono persone e tanta umanità”.

    Quest’esperienza porta Oscar a scrivere una tesi proprio sull’economia carceraria e su quanto sia utile il lavoro per una persona detenuta. Dopo la laurea, inizia a collaborare con l’associazione. “Lavorando con loro ho pensato che fosse bello organizzare un festival invitando a Roma varie cooperative che lavorano con le carceri italiane”: ed è così che nel 2018 nasce il primo Festival dell’Economia Carceraria, che ha da poco replicato con una seconda edizione. “È da lì che nasce poi il progetto di Economia Carceraria, e cioè da un concetto abbastanza semplice. Credo – e crediamo – che il lavoro in carcere sia qualcosa di utile sia per le persone che vivono in carcere che per la comunità tutta, perché contribuisce all’abbassamento della recidività. Mi sono chiesto: come aiutare queste cooperative nella distribuzione della vendita e della commercializzazione dei loro prodotti?”

    economia carceraria

    © Economia Carceraria

    Il pub “Vale la pena” e l’apertura dell’e-commerce

    Questa domanda porta innanzitutto alla nascita di un locale a Roma chiamato, ironicamente, Vale la pena. “La cosa più semplice era quella di aprire un luogo di socializzazione dove la gente potesse venire ad assaggiare i prodotti di economia carceraria, che sono buoni, di qualità e artigianali. Vanno dal vino alla birra, fino al caffè o ai biscotti, e con questi realizziamo il nostro menu: quando si viene a mangiare nel nostro pub è quasi tutto realizzato con economia carceraria”.

    Purtroppo, la pandemia ha messo a dura prova bar, ristoranti e locali, spingendo molte realtà verso la digitalizzazione. “Durante i mesi di chiusura abbiamo preso tempo e pensato alla creazione di un e-commerce. L’abbiamo lanciato a novembre 2020, dando quindi la possibilità a tutte le persone di acquistare i prodotti di Economia Carceraria. Infatti, prima della creazione di una piattaforma dedicata alla vendita online, bisognava rivolgersi alla singola cooperativa, che poi si occupava delle spedizioni. Non c’era quindi un luogo o una piattaforma comunitaria dove poter acquistare i prodotti di varie cooperative, sparse in tutta Italia, e unirle in un’unica spedizione. Abbiamo deciso di centralizzare la logistica e di avere tutti i prodotti in un magazzino qui a Roma, rendendo quindi più semplice l’acquisto e la distribuzione”. Inoltre, come spiega, si occupano anche della distribuzione all’interno delle botteghe equosolidali, non solo a Roma, ma anche fuori regione.

    Ma cosa si intende esattamente per “economia carceraria” e perché è importante sostenere queste realtà?

    Diritto e accesso al lavoro delle persone detenute: la situazione in Italia

    La situazione del lavoro penitenziario, in Italia, è abbastanza triste. “La Costituzione dell’ordinamento penitenziario indica che tutti i detenuti debbano avere un lavoro. Purtroppo non è così, perché in Italia abbiamo circa 55 mila detenuti e di questi solo il 30% – circa 20 mila mila detenuti – è impiegato in attività lavorative. Ma non solo, perché di questi circa 17 mila sono assunti dall’amministrazione penitenziaria per fare i lavori d’istituto, ossia tutta una serie di lavori che aiutano la vita comunitaria del carcere, dalle pulizie allo stare in cucina o occuparsi della distribuzione del cibo. Ma qual è il problema? Per cercare di impiegare più persone possibili, il carcere piuttosto che far fare otto ore di servizio al giorno a un solo detenuto, ad esempio, ne fa fare due-tre a più persone. Questo però comporta il fatto che a fine mese un detenuto non ha uno stipendio dignitoso”.

    Perché il lavoro è importante per un detenuto?

    Il mondo delle carceri è complesso, che presenta parecchie barriere da abbattere e diversi pregiudizi o informazioni errate. “Le persone immaginano tutta una serie di cose sul carcere che poi, nella realtà, non sono vere. In Italia, si sente spesso dire che in carcere non ci finisce mai nessuno: non è vero, in carcere purtroppo ci finisce tanta gente. Oppure, una domanda che molte persone si chiedono è: perché serve guadagnare in carcere, se tanto ho vitto e alloggio pagati? La risposta è perché, in realtà, in carcere servono i soldi”.

    Le ragioni, come spiega Oscar, sono più di quelle che si potrebbero pensare. “Innanzitutto, il detenuto ha un numero limitato di alcuni beni che l’amministrazione penitenziaria gli mette a disposizione. Ad esempio, riconosce un rotolo di carta igienica alla settimana. Se in una settimana non basta, l’altro rotolo si deve acquistare. Oppure, le mense del carcere devono garantire i pasti spendendo al massimo quattro euro a persona: possiamo immaginare quindi la qualità del cibo. Quindi, se un detenuto vuole comprarsi un pacco di pasta, servono ovviamente soldi”.

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    © Economia Carceraria

    Ma ci sono altri due aspetti ancora più importanti: “quella del carcere non è una bella vita e, anzi, bisogna anche ripagare il carcere: esiste infatti la cosiddetta ‘spesa di mantenimento’” spiega l’intervistato. “Quando un detenuto ha scontato la pena, se in carcere non ha lavorato e quindi non ha pagato queste spese, ha un debito con lo Stato italiano. E nel frattempo non dimentichiamo che il 95% della popolazione detenuta è maschile. Quindi, per ogni uomo che c’è in carcere fuori c’è rimasta fuori una famiglia, e spesso e volentieri quella persona che è in carcere è l’unica fonte di reddito – legale o illegale – di quella famiglia. Al di fuori del carcere, ci sono mogli e bambini che non hanno i soldi per mangiare, e il lavoro penitenziario permette ai detenuti di spedire dei soldi alle proprie famiglie. Uno stipendio di 200 o 300 euro ovviamente non è sufficiente per aiutare i propri cari e nel frattempo saldare le spese di mantenimento. Infine, c’è un altro problema dell’essere assunti dall’amministrazione penitenziaria: il tuo datore di lavoro è lo stesso ente che ha un potere punitivo nei tuoi confronti. Non è un rapporto di lavoro bilanciato, e spesso queste persone non hanno nemmeno un contratto regolare. Tutto cambia se il tuo datore di lavoro è invece una cooperativa o un’azienda esterna che ha deciso di assumere persone detenute. Noi lavoriamo molto con queste cooperative perché è l’unica forma di lavoro che, a nostro parere, può essere davvero utile a queste persone”.

    Un contratto di lavoro dignitoso che fa da garanzia 

    “Attraverso le cooperative o imprese sociali, i detenuti hanno diritto a un contratto e fanno lavori full time, ottenendo quindi uno stipendio normale e dignitoso. Poi, come specificato, si tratta di un contratto di lavoro con un ente esterno e che non ha tutto quel potere coercitivo nei tuoi confronti. Inoltre, c’è un altro aspetto fondamentale: quando si lavora con una cooperativa, questa non paga direttamente il detenuto ma il carcere, che trattiene una parte di questi soldi – circa un terzo – e il restante lo gira al detenuto. Perché questo è importante? Perché questa parte trattenuta serve a saldare le spese di mantenimento. Quando il detenuto uscirà dal carcere, avrà chiuso i conti con lo Stato. Se invece le spese di mantenimento non vengono saldate prima dello sconto della pena, l’ex detenuto avrà un debito con lo Stato altissimo e, di solito, non andrà a cercare un normale lavoro contrattualizzato. Se ti fanno un contratto nel mondo libero, arriva lo Stato a ricordarti di avere un debito che esige di essere pagato. Quindi, le persone finiscono per trovare un lavoro in nero o illegale, ricadendo nella situazione di prima. Pensa che circolo vizioso si va a creare, circolo che si rompe nel momento in cui quella persona la si fa lavorare mentre sta scontando la pena con un contratto regolare e con una realtà esterna al penitenziario”.

    Acquistare i prodotti (buoni) di Economia Carceraria: “un gesto di responsabilità sociale”

    prodotti economia carceraria

    © Economia Carceraria

    Economia Carceraria raccoglie quindi tutti i prodotti “carcerari” di diverse realtà italiane. “Collaborariamo con tantissime cooperative, spesso molto piccole, che lavorano molto a livello locale e che quindi non si conoscono. Però, grazie al nostro lavoro hanno una visibilità maggiore. Quasi il 70% di loro si occupa di cibo, perché il detenuto si appassiona a questo mondo. Ciò non toglie che in realtà dentro il carcere ci sia molto altro. Ma noi abbiamo iniziato con la gastronomia, quindi valorizziamo soprattutto questo settore. Sul nostro e-commerce si trova di tutto: pasta, prodotti da forno dolci e salati. Alcune carceri hanno il vigneto, oppure ci sono delle torrefazioni, come a Pozzuoli dove nel carcere femminile producono il caffè. Quasi tutte queste realtà sono cooperative, ma ci sono anche alcune aziende che investono sull’economia carceraria. A Palermo, ad esempio, c’è un pastificio storico che quattro anni fa ha deciso di investire comprando e mettendo dei macchinari all’interno del carcere e assumendo persone detenute: è nata così una linea di pasta realizzata in carcere. O ancora, in Lombardia c’è una cooperativa che fa passate di pomodoro, confetture, succhi di frutta”.

    Sono tutti prodotti che giocano e ironizzano con il mondo carcerario, in maniera leggera: troviamo i prodotti della Banda Biscotti, Dolci Evasioni o Farina nel Sacco. Oltre al grande valore sociale che c’è dietro la loro produzione (e l’acquisto), però, c’è anche una grandissima qualità. “Sono tutti prodotti artigianali che rispettano i tempi lunghi della lavorazione, anche perché se c’è una cosa che in carcere abbonda è proprio il tempo. Poi si tratta di produzioni d’eccellenza perché ogni persona che lavora vuole dimostrare di essere in grado di realizzare qualcosa di buono, come abbiamo detto. Ovviamente, non manca un’attenta scelta delle materie prime del territorio. Sono tutte cooperative che cercano di valorizzare il luogo in cui si trovano”.

    Il futuro dell’Economia Carceraria

    Riguardo al futuro dell’e-commerce che a novembre compirà un anno, Oscar racconta che gli obiettivi sono quelli sia di aumentare le vendite che il bacino di utenza. “Ogni vendita in più, di solito, è una persona in più che scopre questo mondo. Non è solo una questione di fatturato ma di sensibilizzazione, quindi di raggiungere più persone possibili e far conoscere questa situazione che ci riguarda tutti. Si parla tanto di socializzazione o di educazione del detenuto, quando in realtà bisogna fare anche un grandissimo lavoro di informazione ed educazione del mondo esterno. Da una parte c’è la persona detenuta che deve imparare a stare in società, dall’altra però la società stessa non è educata ad accogliere queste persone. Ogni vendita si porta dietro questo carico di lavoro”. Oltre a questo, il progetto del Festival dell’Economia Carceraria che ha da poco concluso la sua seconda edizione e il pub: “sarebbe bello crearne altri in città diverse e sarebbe interessante sviluppare il pub e farlo diventare un vero e proprio ristorante che propone un menu che sia per almeno il 70% fatto di prodotti di economia carceraria”.

    Il cibo si dimostra, ancora una volta, un’occasione di riscatto e inclusione sociale. Voi conoscevate questa realtà e vi piacerebbe acquistare un prodotto “carcerario”?

    È nata vicino a Bologna, ma dopo l'università si è trasferita a Torino per due anni, dove ha frequentato la Scuola Holden. Adesso è tornata a casa e lavora come ghost e web writer. Non ha molta pazienza in cucina, a parte per i dolci, che adora preparare insieme alla madre: ciambelle, plumcake e torte della nonna non hanno segreti per lei. Sta imparando a tirare la sfoglia come una vera azdora (o almeno, ci prova).

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