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Stop ai dazi USA sui formaggi italiani: quali conseguenze sulla diffusione del Made in Italy all’estero?

Matteo Garuti
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    Dal 10 marzo scorso sono stati sospesi i dazi Usa voluti dal presidente Trump sui prodotti alimentari europei, grazie a un accordo tra l’amministrazione Biden e l’Ue. Un’ottima notizia per le aziende italiane, che ogni anno esportano oltreoceano per un valore di 5 miliardi di euro, ora sgravate di tariffe che pesavano per 500 milioni di euro. Ma oltre al dato economico dovuto alle tasse, quali sono i vantaggi per i nostri produttori? E in che modo si sta lavorando per superare il contraccolpo dovuto ai dazi e la crisi determinata dalla pandemia? Per approfondire questi temi – e in particolare la situazione del settore lattiero-caseario, tra i più colpiti dalle logiche protezionistiche – abbiamo coinvolto Domenico Raimondo, presidente dell’Associazione formaggi italiani Dop e Igp (Afidop).

    Dazi USA per l’Italia e l’Europa sospesi per 4 mesi

    Per i grandi formaggi italiani, come per i salumi e i liquori made in Italy, si agevola il mercato americano, almeno per quattro mesi a partire dal 10 marzo 2021. Da questa data, infatti, scatta la sospensione dei dazi sui nostri prodotti alimentari, sui quali non peserà più la disputa Airbus-Boeing. I dazi del 25%, infatti, erano stati imposti nel 2019 dall’amministrazione guidata da Donald Trump, per controbilanciare gli aiuti pubblici concessi dall’Europa alla compagnia aerea olandese Airbus, da quasi un ventennio impegnata nella guerra commerciale per il dominio dei cieli contro l’americana Boeing. L’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO) aveva giudicato illegittimi questi aiuti, autorizzando gli Usa a imporre tariffe per 7,5 miliardi di dollari sulle esportazioni dall’Ue, con un’azione evidentemente ritorsiva.

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    Novikov Aleksey/shutterstock.com

    Dal canto suo, pochi mesi dopo, l’Unione europea ha imposto 4 miliardi di dollari di dazi del 15-25% sulle merci americane, ma nel gennaio 2021 gli Usa hanno replicato con nuove tariffe sull’importazione di componenti di produzione di aeromobili provenienti da Francia e Germania, ma anche su vini e liquori francesi e tedeschi, inserendoli nella lista dei prodotti tassati.

    Con i dazi in vigore, le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti sono calate fino al 40%, con forti ripercussioni sulle società esportatrici, che poco dopo avrebbero dovuto scontare anche la crisi dovuta alla pandemia di Covid-19. Allo scopo di favorire la ripresa economica, le istituzioni europee sono ora impegnate per rendere duratura la sospensione dei dazi.

    Via i dazi: cosa cambia per i formaggi italiani?

    Descrivendo nel suo complesso l’impatto della sospensione dei dazi, il dottor Raimondo parla delle stime dell’impatto sulle vendite, sui posti di lavoro e sui prezzi negli Stati Uniti. “Questa sospensione, ma soprattutto la prospettiva di una soluzione definitiva della disputa, ricrea le migliori condizioni possibili per riconquistare un mercato che nel 2020 ha subito sia le conseguenze delle tariffe aggiuntive che della pandemia. Gli Stati Uniti sono il nostro primo mercato fuori dai confini europei, che nel 2019 valeva circa 350 milioni di euro. Lo scorso anno l’export verso gli USA è calato del 17%, generando una perdita di più di 65 milioni di euro”.

    Un danno i anche per le imprese e i consumatori americani

    Oltre alle perdite subite dalle aziende italiane, aggiunge l’intervistato, “come sistema abbiamo sempre sostenuto che la scelta dell’amministrazione Trump nuocesse anche al tessuto economico e sociale degli Stati Uniti, la stessa base che lo aveva sostenuto per il suo insediamento e che su questo probabilmente ha cambiato idea alle ultime elezioni. Migliaia di piccole e medie imprese statunitensi sono coinvolte nell’importazione e nella commercializzazione di prodotti alimentari provenienti dall’Europa, e molte di queste sono strettamente legate alla vendita di formaggi italiani. Le conferme ci sono arrivate dagli stessi importatori americani, che hanno sempre ribadito questo concetto: per colpire l’Europa si danneggiano i consumatori americani, la cui libertà di scelta è condizionata dai dazi. Con loro, ovviamente sono state colpite migliaia di imprese coinvolte nelle operazioni di importazione, sdoganamento, trasporto e distribuzione dei formaggi europei”.

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    calimedia/shutterstock.com

    Il mercato si riequilibra, ma i danni restano

    La sospensione delle tariffe, prosegue Raimondo, “ha indubbiamente riequilibrato la situazione, ma questa misura lascerà ferite profonde nel mercato dei formaggi italiani negli USA. Il livello dei prezzi è stato fortemente condizionato dai dazi, e gran parte degli esportatori si è dovuta accollare il 25% in più del valore dei prodotti – oltre al dazio già previsto dal regime tariffario USA – per garantire continuità nelle esportazioni. Oggi che i dazi non ci sono più rischiamo che i consumatori e i distributori americani pretendano prezzi ancora più bassi. Questo vale per tutti i formaggi italiani, a maggior ragione per i prodotti Dop, che si posizionano in una fascia ‘premium’ dato il loro alto valore. Se poi aggiungiamo anche le conseguenze economiche della pandemia e una maggiore sensibilità dei consumatori ai costi della spesa alimentare, il problema si fa ancor più complicato”.

    Per questa ragione, quindi, “abbiamo bisogno di una prospettiva di lungo termine, che renda definitiva la sospensione temporanea delle tariffe, provvedimento che consentirebbe di riconquistare la competitività dei nostri prodotti, compromessa in questi sedici mesi di applicazione dei dazi”.

    Dazi doganali USA verso l’Italia: i formaggi Dop tra i più colpiti dalla linea Trump sugli scambi commerciali

    Le eccellenze casearie nazionali hanno subito in maniera considerevole la politica dei dazi, e come sottolinea Domenico Raimondo “soprattutto le nostre principali Dop, che nulla avevano a che fare con la disputa Boeing-Airbus. Non c’entravano i formaggi, visto che le tensioni riguardavano il settore aeronautico, e non c’entrava l’Italia, che non è tra i Paesi coinvolti dai sussidi ad Airbus. Quindi, i dazi hanno rappresentato ancora di più un attacco frontale al sistema europeo delle Indicazioni geografiche, del quale noi italiani siamo i primi ambasciatori”.

    Nello specifico, precisa l’intervistato, “a subire i dazi sono stati, tra gli altri, l’Asiago, la Fontina, il Gorgonzola, il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano, il Provolone, il Taleggio e i grattugiati, ma anche tanti altri prodotti caseari, che faticosamente avevano trovato spazio nel mercato USA, grazie agli ingenti investimenti e ai rischi intrapresi dalle aziende italiane. Sono stati esclusi dalla misura, invece, formaggi come la mozzarella vaccina e quella di bufala campana e il mascarpone”. Nel caso della mozzarella, si ritiene che possano aver influito positivamente i rapporti bilaterali con le organizzazioni americane, che nell’agosto 2019 avevano portato a un accordo, siglato a Caserta, sulla tutela di queste specialità negli USA. Inoltre, probabilmente può aver avuto un peso anche l’alto gradimento degli americani per questi prodotti freschi, tra i preferiti nell’ampia offerta di cibi italiani.

    formaggi italiani made in italy

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    Le imitazioni continuano a danneggiare le produzioni italiane

    La logica dei dazi, inevitabilmente, finiva per favorire altre produzioni rispetto a quelle nostrane, anche se, come afferma Raimondo, “i formaggi italiani non avevano – e continuano a non avere – concorrenti nei mercati esteri: sono unici al mondo e, avendo un forte legame con il territorio e con le tradizioni culinarie del nostro Paese, non lasciano spazio ad alcuna competizione. Il problema, però, sta nelle imitazioni. Negli USA non c’è un formaggio che per caratteristiche organolettiche può essere paragonato al Parmigiano Reggiano, al Grana Padano, al Gorgonzola, o alla mozzarella di bufala campana. Tuttavia, ci sono molti formaggi americani che, per colmare il gap qualitativo, tentano di confondere il consumatore sfruttando illecitamente la fama dei nomi e dell’immagine dei nostri prodotti”.

    A beneficio di un mercato corretto per le aziende come per i consumatori, aggiunge Raimondo, “abbiamo sempre sostenuto la concorrenza leale, proponendo agli stessi produttori americani di vendere qui e altrove i loro migliori prodotti, con i loro nomi e le loro tradizioni, e di misurarci sui rispettivi mercati. L’Italian sounding, però, resta un fenomeno particolarmente diffuso e radicato in alcune parti del mondo, Stati Uniti compresi. Questo dimostra il fatto che, se posta su principi di lealtà e non ingannevolezza, la concorrenza preoccupa più gli altri che noi. Per questo abbiamo bisogno di incrementare il livello di conoscenza dei consumatori internazionali circa le caratteristiche proprie dei formaggi italiani, ma soprattutto il livello di protezione delle nostre eccellenze casearie”.

    Come risollevare il settore dopo il contraccolpo dovuto a dazi e pandemia?

    Uscire rapidamente dalla crisi dovuta al Covid-19 è il primo obiettivo di tutte le imprese, comprese quelle dell’agroalimentare e della ristorazione. Come affermato anche da Luigi Scordamaglia nella nostra intervista, secondo presidente di Afidop “il settore si può risollevare stimolando la domanda con politiche di promozione e valorizzazione, volte a riconquistare la competitività dei nostri formaggi negli USA. Serve maggiore potere contrattuale con la distribuzione locale, per accrescere il valore dei nostri prodotti e colmare le perdite causate dai dazi. Questo si può ottenere facendo comprendere fino in fondo al consumatore e al distributore cosa c’è alla base del valore aggiunto proprio di un formaggio Dop o di alta qualità”.

    Considerando i quattro mesi di sospensione dei dazi, Domenico Raimondo aggiunge che “non si riusciranno a ottenere grandi risultati in così poco tempo, quindi occorre che la Commissione europea si impegni fino in fondo a risolvere una volta per tutte queste tensioni commerciali con gli Stati Uniti. Più in generale, è necessario uscire quanto prima da questa emergenza sanitaria, perché abbiamo bisogno che negli USA – così come in Italia e nel resto del mondo – riaprano i ristoranti, si torni a viaggiare, quindi che riparta l’Ho.Re.Ca, il principale canale di vendita dell’alimentare italiano”.

    Una maggiore consapevolezza sul valore delle nostre eccellenze come chiave della ripartenza

    Come si accennava, nel mondo la consapevolezza di chi compra è determinante per favorire l’apprezzamento e quindi il successo dei prodotti tipici italiani. Infatti, puntualizza Raimondo, “se oggi circa il 30% della produzione nazionale è destinata ai mercati esteri, e se negli ultimi dieci anni l’export ha registrato tassi medi annui di crescita intorno al 7%, è perché i consumatori internazionali stanno acquisendo sempre più coscienza sulla qualità e sul valore dei formaggi italiani. Questo risultato lo abbiamo conquistato faticosamente, e continueremo a farlo con maggiore energia dopo questo anno così complicato per il commercio internazionale”.

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    Per raggiungere questi simili, l’impegno è stato intenso su tanti fronti. “Aver garantito una qualità crescente dei prodotti sulle tavole dei consumatori in tutto il mondo – investendo in tecnologie, stabilimenti produttivi e diversificazione della produzione – e aver incessantemente cercato nuovi mercati – facendo assaggiare e conoscere le nostre eccellenze in giro per il mondo – è per noi motivo di orgoglio, ma anche la principale ragione per cui abbiamo conseguito un risultato così importante. Resta ancora molto da fare, soprattutto sulla tutela delle produzioni italiane e per una maggiore penetrazione dei nostri formaggi nelle abitudini alimentari dei consumatori dei mercati culturalmente e geograficamente più lontani da noi”.

    Oltre agli USA: il mercato del Made in Italy cresce in diversi Stati asiatici

    Al di là dell’evolversi della politica commerciale, le vendite estere dei formaggi italiani non si concentra solo negli Stati Uniti. In conclusione, il dottor Raimondo precisa che “il mercato europeo è una certezza nel contesto internazionale. Destiniamo ai Paesi Ue circa il 76% delle nostre esportazioni, e questo è dovuto principalmente alle condizioni poste dal mercato unico e dall’unione doganale. Il libero scambio, infatti, è essenziale per poter sviluppare l’internazionalizzazione delle nostre produzioni. Non è un caso che, Stati Uniti a parte, le principali destinazioni dei nostri formaggi siano la Svizzera, il Giappone, il Canada e la Corea del Sud, Paesi che offrono condizioni di accesso preferenziale ai prodotti europei, grazie agli accordi commerciali siglati con l’Ue”. Come abbiamo visto occupandoci dell’accordo con il Canada e di quello con il Giappone, questi trattati hanno avuto un iter dibattuto, con la contrapposizioni tra favorevoli e contrari.

    Nel mondo “ci sono poi mercati con prospettive particolarmente interessanti, come la Cina, che ha un immenso bacino di consumo, gli Emirati Arabi Uniti, caratterizzati da consumatori alto spendenti, oppure il Cile, la Turchia, il Kuwait, l’Ucraina, Israele, Stati che hanno mostrato significativi tassi di crescita in questi anni. I formaggi italiani sono tra i principali ambasciatori del Made in Italy, un ‘marchio’ riconosciuto, ricercato e apprezzato ovunque, quindi con enormi prospettive di crescita a livello globale”.

     

    Nei mesi scorsi avete acquistato prodotti esteri soggetti a dazi?

    Matteo è nato a Bologna e vive a San Giorgio di Piano (Bo), è giornalista, sommelier e assaggiatore di olio d'oliva, ha collaborato con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie agro-alimentari dell'Università di Bologna. Per Il Giornale del Cibo si occupa di attualità, salute, cultura e politica alimentare. Apprezza i cibi e le bevande dai gusti autentici, decisi e di carattere. A tavola ama la tradizione ma gli piace anche sperimentare: per lui in cucina non può mancare la creatività, "perché è impossibile farne a meno!"

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