L’edizione 2026 di Terra Madre – Salone del Gusto ha segnato il quarantesimo anniversario di Slow Food, nel ricordo di Carlo Petrini, recentemente scomparso. Dalla tutela degli ecosistemi alla pluralità delle culture alimentari, il messaggio è andato oltre la conservazione della natura, sottolineando l’importanza di comprendere e interpretare a pieno il concetto di biodiversità. In apertura, l’intervento del presidente Sergio Mattarella ha rilanciato una riflessione sul futuro dei sistemi alimentari, sulle disuguaglianze e sul legame tra biodiversità, pace e responsabilità collettiva. Ma di cosa si è discusso nelle conferenze durante le giornate dell’evento? Il nostro approfondimento per saperne di più ed entrare nei temi di attualità della politica alimentare.
Terra Madre 2026: la diversità non è un lusso, ma una condizione di sopravvivenza

Che cosa significa davvero difendere la biodiversità? La risposta non si esaurisce nella protezione di una specie animale minacciata, nella salvaguardia di una varietà vegetale antica o nella conservazione di un ecosistema. Tornando alle basi, occorre interrogarsi sul modello agricolo che scegliamo, sui cibi che arrivano sulle nostre tavole, sulle comunità che custodiscono saperi tradizionali e sulle possibilità di costruire un sistema alimentare capace di garantire risorse e diritti alle generazioni future.
È questa la riflessione che ha attraversato Terra Madre – Salone del Gusto 2026, svoltosi a Torino dal 24 al 27 settembre. La sedicesima edizione della manifestazione, organizzata da Slow Food, Città di Torino e Regione Piemonte, ha scelto come claim “Biodiversity – Be Diversity”, per invitare a non limitarsi a riconoscere il valore della diversità, ma a diventare parte attiva della sua tutela.
Questo messaggio vuole trovare maggiore forza nell’anno in cui Slow Food Italia celebra il quarantesimo anniversario della propria nascita e Terra Madre affronta per la prima volta la manifestazione senza il suo fondatore, Carlo Petrini, scomparso nel maggio 2026. La biodiversità, attraverso il ruolo attivo delle persone, incrocia la storia del movimento, le sfide ambientali contemporanee e la necessità di immaginare un futuro diverso.
In particolare, Slow Food ha descritto la biodiversità come un antidoto alla monocultura in tutte le sue forme: biologica, agricola, ma anche culturale e sociale. La diversità non è soltanto qualcosa da tollerare o rispettare, ma una risorsa che permette di affrontare la complessità, costruire resilienza e contrastare l’omologazione dei sistemi produttivi e dei modelli di vita. Il cibo è il terreno concreto sul quale questa visione prende forma, perché ogni prodotto racconta una relazione fra una specie, un territorio, una comunità e un insieme di conoscenze da tramandare.
L’eredità di Carlo Petrini: biodiversità naturale e culturale
Il quarantesimo anniversario di Slow Food ha offerto l’occasione per ripercorrere il pensiero di Carlo Petrini e le vicende di un movimento nato dalla critica a un approccio al cibo considerato troppo semplicistico, standardizzato e subordinato alle logiche della produzione di massa. La sua intuizione fondamentale è stata quella di allargare progressivamente lo sguardo: il cibo non è una merce separata dal contesto in cui viene prodotto, ma il risultato di relazioni economiche, ambientali e sociali. La qualità di un alimento non può essere valutata ignorando le condizioni di chi lo produce, l’impatto delle tecniche agricole o le conseguenze delle scelte di consumo. Da questa impostazione deriva la formula del cibo buono, pulito e giusto, diventata il riferimento culturale di Slow Food.
Nella sua visione della biodiversità, Petrini ha ampliato ulteriormente il significato del termine, collegando la varietà biologica alla pluralità delle forme di vita umane. Lingue, espressioni artistiche, spiritualità, organizzazione sociale e modelli economici fanno parte di un patrimonio culturale, che può essere impoverito dagli stessi processi di uniformazione che minacciano la natura.
Con queste premesse è più facile comprendere cosa significhi, anche sul piano culturale, la perdita di biodiversità. Quando una comunità perde il proprio territorio, quando una lingua scompare o quando vengono abbandonate pratiche agricole tramandate per generazioni, può venir meno anche un insieme di conoscenze utili a gestire le risorse naturali e a mantenere in equilibrio il rapporto tra produzione e ambiente. Petrini ha più volte denunciato un modello di sviluppo che ha progressivamente marginalizzato le comunità portatrici di concezioni differenti della socialità e dell’economia, comprese le popolazioni indigene. Al centro della riflessione c’è il rischio che l’omologazione non cancelli soltanto differenze culturali, ma riduca anche la varietà delle risposte possibili alle crisi ambientali e sociali. Difendere la diversità significa consentire a comunità, territori e culture di continuare a esistere senza essere costretti a conformarsi a un unico modello.
Il richiamo di Mattarella a Terra Madre 2026: senza biodiversità rischiamo di distruggere noi stessi
Il valore politico e istituzionale di questa riflessione è emerso con particolare forza il 24 settembre, durante la cerimonia inaugurale al Teatro Regio di Torino, alla quale ha partecipato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Ricordando Petrini, il capo dello Stato ha sottolineato il suo contributo alla diffusione di una cultura del cibo, capace di mettere in relazione la tutela del patrimonio genetico con il rispetto delle differenze culturali: la biodiversità è un patrimonio che protegge la salute umana, caratterizza l’ambiente e condiziona la nostra stessa esistenza.
Uno dei passaggi più incisivi dell’intervento ha riguardato proprio la responsabilità dell’uomo: “Senza responsabilità, senza cura di questa ricchezza, l’uomo può comprimerla fino a distruggerla, e a distruggersi”. Mattarella ha quindi definito la biodiversità una sfida cruciale per il futuro, riprendendo una convinzione espressa più volte da Petrini, che la considerava la chiave della nostra sopravvivenza. Il presidente, inoltre, ha richiamato la necessità di politiche nazionali e sovranazionali in grado di attribuire alla biodiversità il valore che merita, affiancandole alla partecipazione delle comunità e dei cittadini.
Nel suo discorso, il capo dello Stato ha poi collegato l’impoverimento delle colture e delle culture alla desertificazione dei territori, ai cambiamenti climatici e alla scomparsa accelerata di specie animali e vegetali. Fenomeni differenti, ma legati da un filo comune, ovvero la difficoltà di conciliare l’organizzazione delle attività umane con la tutela delle condizioni ecologiche e sociali dalle quali dipende la nostra vita. La Costituzione italiana, all’articolo 9, riconosce la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni. Una formulazione che colloca la salvaguardia della natura fra le responsabilità fondamentali della Repubblica, non soltanto nell’ambito delle scelte individuali. Il riferimento alle generazioni future evidenzia che le conseguenze delle decisioni prese oggi non ricadono soltanto su chi le assume. La perdita di una varietà agricola, il degrado di un ecosistema o l’abbandono di un territorio possono ridurre le opportunità disponibili per chi verrà dopo di noi. La biodiversità, in questo senso, è anche una questione di giustizia intergenerazionale.
Quando il cibo diventa un’arma

Terra Madre Salone del Gusto 2026
Il discorso di Sergio Mattarella ha affrontato anche un’altra questione di stretta attualità: il ritorno del cibo e della produzione alimentare fra gli strumenti strategici dei conflitti. Le risorse alimentari, insieme all’energia, sono diventate bersaglio delle guerre, con conseguenze particolarmente gravi per le popolazioni civili. Pensiamo ad esempio, alla situazione dell’Ucraina. Quando i conflitti compromettono le produzioni agricole, le infrastrutture, i trasporti e gli approvvigionamenti, gli effetti possono propagarsi ben oltre le aree direttamente coinvolte. Fame e malnutrizione tornano a manifestarsi proprio mentre enormi risorse vengono distrutte o sottratte agli impieghi necessari per migliorare le condizioni di vita.
La sicurezza alimentare, infatti, non dipende soltanto dalla quantità di cibo prodotta nel mondo. Conta anche la possibilità di accedervi, la stabilità degli approvvigionamenti, la distribuzione delle risorse e la capacità delle comunità di mantenere un controllo effettivo sui propri sistemi alimentari. Un modello agricolo che sacrifica progressivamente la diversità a favore di un numero ristretto di colture e varietà può risultare efficiente in determinate condizioni, ma rischia anche di ridurre le alternative disponibili quando cambiano il clima, i mercati o le condizioni fitosanitarie. Pur non eliminando questi rischi, la biodiversità rappresenta una delle risorse con cui affrontarli.
Il richiamo alla pace, quindi, non è estraneo al tema ambientale. La possibilità di produrre e distribuire cibo in condizioni sostenibili richiede stabilità, cooperazione e rispetto dei diritti. Allo stesso tempo, la pressione sulle risorse naturali, le disuguaglianze e l’insicurezza alimentare possono aggravare le fragilità sociali e territoriali. Nel suo intervento, Mattarella ha richiamato anche l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, ricordando il legame tra degrado ambientale e degrado umano e sociale. Una prospettiva che trova piena corrispondenza nella visione di Terra Madre, perché la qualità dell’ambiente non può essere separata dalle condizioni di vita delle persone, soprattutto di quelle più vulnerabili.
Le conferenze a Terra Madre 2026: dalla spiritualità alla giustizia alimentare
Il programma delle conferenze di Terra Madre 2026 ha tradotto questi principi in una serie di confronti fra studiosi, attivisti, filosofi, economisti e protagonisti del mondo alimentare. Il cibo, come filo conduttore, è stato assunto come punto di osservazione per comprendere le relazioni fra culture, economie, ecosistemi e modelli di convivenza.
L’incontro Natura, spiritualità, biodiversità ha posto al centro la necessità di ripensare il rapporto fra essere umano e natura, superando l’idea di un dominio assoluto sulle risorse del pianeta. Con la presidente di Slow Food Italia Barbara Nappini sono intervenuti Satish Kumar, attivista e sostenitore dell’ecologia profonda, e Paolo Morley-Fletcher, esperto di leadership consapevole e cambiamento culturale. Il tema dell’interconnessione fra gli esseri viventi introduce una prospettiva che va oltre la separazione rigida tra società ed ecosistemi. L’essere umano, infatti, non è un osservatore esterno della natura, ma dipende dai suoi equilibri e, attraverso le proprie attività, li modifica. Riconoscere questa relazione significa mettere in discussione un’idea di progresso misurata esclusivamente sulla crescita della produzione e sulla capacità di sfruttamento delle risorse.
Un altro appuntamento, Il gusto del potere. Il giusto del cibo, ha affrontato il rapporto fra alimentazione, disuguaglianze e trasformazioni dei sistemi alimentari. Il presidente di Slow Food International Edward Mukiibi ha dialogato con il ricercatore Raj Patel e la sociologa Jessica Duncan. La questione di fondo è chi controlla le risorse alimentari, chi beneficia del valore generato lungo le filiere e chi sostiene i costi sociali e ambientali della produzione. Parlare di cibo giusto significa interrogarsi anche sulla distribuzione del potere economico, sulle condizioni dei produttori e sulla possibilità per le comunità di partecipare alle decisioni che riguardano il proprio approvvigionamento. La biodiversità, in questa cornice, non è una questione riservata agli specialisti di ecologia, bensì una discussione più ampia sulla capacità dei sistemi alimentari di essere sostenibili e inclusivi.
Educare al gusto per riscoprire gli ecosistemi

Un ruolo particolare è stato attribuito all’educazione alimentare, della quale spesso ci occupiamo. L’incontro Le ricette come strumenti di apprendimento. Intervista con Alice Waters ha messo in relazione la cucina con la conoscenza degli ecosistemi locali e del patrimonio culturale. Waters, chef, autrice e attivista statunitense, ha fondato nel 1971 il ristorante Chez Panisse a Berkeley e ha contribuito alla diffusione di pratiche legate all’agricoltura biologica e alle filiere corte. In questo senso, la sua esperienza con il progetto School Supported Agriculture offre un esempio di come il cibo possa diventare uno strumento educativo, capace di avvicinare le giovani generazioni alla provenienza degli ingredienti, alla stagionalità e alle relazioni che legano agricoltura e territorio.
Educare al gusto significa anche riconoscere e comprendere scelte produttive, condizioni ambientali e conoscenze che possono essere valorizzate oppure perdute. Una ricetta tradizionale, per esempio, può mantenere viva una varietà agricola locale e sostenere la trasmissione di competenze fra generazioni. Se la varietà scompare o il sistema produttivo che la sostiene viene abbandonato, non si perde soltanto un ingrediente, ma si indebolisce una parte della cultura alimentare di una comunità. In questo modo la biodiversità gastronomica si collega a quella agricola e culturale. La cucina, infatti, può contribuire alla conservazione delle differenze quando valorizza ingredienti, produzioni e saperi legati ai territori, senza trasformarli in semplici elementi decorativi o nostalgici.
Il gusto come resistenza all’omologazione
Questo tema è stato al centro della conferenza Pensa come mangi. Il sapore della resistenza, concepita come un confronto contro l’omologazione del gusto. Fra i protagonisti, il filosofo e giornalista Julian Baggini, la nutrizionista Elisabetta Recine ed Eric Schlosser, giornalista e autore di Fast Food Nation. In sostanza, il punto non è contrapporre in modo semplicistico tradizione e innovazione, né sostenere che ogni prodotto locale sia automaticamente migliore di uno proveniente da altri contesti. Bisogna invece comprendere come le abitudini alimentari vengano influenzate dai sistemi produttivi, dalla pubblicità, dai prezzi e dalla disponibilità effettiva dei prodotti. Di conseguenza, quando l’offerta si concentra su un numero limitato di ingredienti e preparazioni, anche il repertorio dei sapori rischia di restringersi. Questa standardizzazione può rendere più uniforme l’esperienza del consumo, ma anche indebolire il rapporto con le differenze territoriali e con le tradizioni che le hanno generate. Difendere la biodiversità alimentare significa allora mantenere aperta la possibilità di scegliere, conoscere e apprezzare prodotti diversi, perché il gusto non è soltanto una preferenza individuale, ma si forma attraverso l’educazione, l’esperienza e l’incontro con altre culture. Il richiamo alla resistenza contenuto nel titolo della conferenza riguarda proprio questa capacità di sottrarsi alla passività del consumo, interrogandosi sull’origine del cibo e sulle conseguenze delle proprie scelte.
La biodiversità marina, una ricchezza ancora poco conosciuta
La riflessione si è estesa anche al mare, troppo spesso considerato separatamente dalle politiche sulla biodiversità e sulla sicurezza alimentare. Nella conferenza Noi siamo mare. Come rigenerare la biodiversità marina si sono confrontati la biologa marina Helen Scales e l’ecologo Roberto Danovaro, per approfondire le possibilità di proteggere e rigenerare ecosistemi marini caratterizzati da una ricchezza biologica ancora in parte sconosciuta.
Gli ambienti marini, come abbiamo visto, sostengono reti ecologiche complesse e forniscono risorse alimentari a milioni di persone. La loro salute è influenzata da numerose pressioni, tra cui l’inquinamento, la pesca eccessiva, la distruzione degli habitat e il riscaldamento delle acque. Questi fenomeni non agiscono necessariamente nello stesso modo ovunque, ma possono sommarsi e compromettere la capacità degli ecosistemi di mantenere le proprie funzioni. La tutela della biodiversità marina, quindi, richiede conoscenza scientifica, gestione delle risorse e cooperazione. La rigenerazione non consiste semplicemente nel proteggere ciò che è rimasto, ma nel creare condizioni che permettano agli ecosistemi degradati di recuperare parte della loro struttura e delle loro funzioni. Anche in questo caso il rapporto con l’alimentazione è diretto: la disponibilità futura di pesci e altri organismi acquatici dipende dallo stato degli ambienti marini e dalla capacità di gestire le attività umane entro limiti compatibili con la loro conservazione.
Terra e pace: il diritto al cibo come questione collettiva
La chiusura del programma delle grandi conferenze è stata affidata a Terra e pace, un confronto dedicato al ruolo dell’agricoltura come gesto di fiducia verso il futuro, con Sofía Monsalve Suárez, relatrice speciale delle Nazioni Unite sul diritto al cibo, il filosofo del diritto Tommaso Greco e Dali Nolasco Cruz, rappresentante della rete internazionale di Slow Food e fondatrice di un’organizzazione di economia sociale e solidale di donne indigene in Messico. Il tema del diritto al cibo sposta l’attenzione dalla semplice disponibilità di prodotti alla possibilità concreta per ogni persona di accedere a un’alimentazione adeguata. Una distinzione fondamentale, poiché anche in presenza di una produzione alimentare complessivamente abbondante, povertà, conflitti, disuguaglianze e difficoltà di accesso alle risorse possono lasciare intere comunità in condizioni di insicurezza alimentare.
La terra, in questa prospettiva, oltre a essere un fattore produttivo, è una risorsa dalla quale dipendono reddito, autonomia, identità culturale e continuità delle comunità rurali. La possibilità di coltivare, allevare e trasformare alimenti secondo modelli sostenibili richiede quindi condizioni economiche e sociali che consentano ai produttori di proseguire il proprio lavoro.
In questo panorama, l’agricoltura può diventare così un gesto di fiducia nel futuro, ma soltanto se la cura delle risorse naturali viene accompagnata da politiche capaci di sostenere chi le custodisce. La pace non coincide soltanto con l’assenza di conflitti armati: implica anche la costruzione di condizioni che riducano le disuguaglianze e permettano alle comunità di vivere dignitosamente.
Dalle parole alle pratiche: la biodiversità nei territori

La visione emersa a Terra Madre trova una traduzione concreta nei progetti che Slow Food porta avanti da anni:
- l’Arca del Gusto censisce prodotti tradizionali a rischio di scomparsa;
- i Presìdi sostengono produzioni e comunità che contribuiscono a mantenerli vivi;
- l’Alleanza Slow Food dei cuochi collega la ristorazione alla valorizzazione di ingredienti, saperi e filiere.
Questi strumenti non possono, da soli, arrestare la perdita globale di biodiversità, ma sono importanti per rendere visibili risorse spesso marginalizzate dai mercati, creare opportunità economiche e rafforzare il legame fra produttori e consumatori.
Anche la presenza delle Terre Alte nel programma della manifestazione ha risposto a questa logica. Montagne e aree interne custodiscono varietà agricole, pascoli, razze locali, paesaggi modellati dalle attività umane e conoscenze legate alla gestione dei territori. L’abbandono di queste aree può indebolire economie locali e pratiche di cura del paesaggio, con conseguenze che si estendono ben oltre i confini delle comunità direttamente interessate. La difesa della biodiversità richiede quindi un approccio che tenga insieme conservazione, reddito, servizi, trasmissione dei saperi e possibilità di vivere nei territori. Non basta chiedere agli agricoltori di mantenere varietà tradizionali se le condizioni economiche rendono impossibile continuare a coltivarle, perché la diversità deve poter essere praticata, non soltanto celebrata.
Terra Madre: una comunità del cibo per il futuro
Nel suo intervento a Torino, Mattarella ha indicato nella cooperazione fra coltivatori, allevatori, pescatori, cuochi, gastronomi e consumatori una strada per affrontare il futuro. Una grande alleanza, ha sottolineato, capace di tradurre la tutela della biodiversità in un impegno condiviso per la pace tra i popoli. Un’immagine che restituisce il senso più ampio di Terra Madre, manifestazione che mette in relazione persone che operano in contesti geografici e culturali molto differenti, ma che si confrontano con problemi comuni: il cambiamento climatico, l’erosione delle risorse, la concentrazione del potere nelle filiere, la perdita di conoscenze e le difficoltà di accesso al cibo. L’eredità di Carlo Petrini, nel quarantesimo anniversario di Slow Food, si misura proprio nella capacità di trasformare queste questioni in un progetto collettivo. Con il suo contributo, il cibo ha superato una lettura limitata alla produzione e al consumo, ed è stato sempre più riconosciuto come punto d’incontro fra ambiente, economia, cultura e diritti.
La diversità biologica, agricola e culturale ha bisogno di scelte, conoscenze, politiche e comunità capaci di darle valore. Il futuro dei sistemi alimentari non dipenderà soltanto dalla loro capacità di produrre quantità sufficienti di cibo, ma anche dalla possibilità di farlo senza distruggere le risorse dalle quali dipendono. E non sarà davvero sostenibile se la disponibilità di alimenti resterà separata dai diritti delle persone, dalla dignità del lavoro e dalla possibilità delle comunità di mantenere viva la propria identità. La biodiversità, infatti, è anche il patrimonio di possibilità che scegliamo di lasciare a chi verrà dopo di noi.
Immagine in evidenza di: Slow Food – Terra Madre Salone del Gusto 2026