Test intolleranze alimentari

Intolleranze Alimentari: i test alternativi sono veritieri?

Renzo Sanna

Il sasso è stato lanciato, con potenza e precisione. Gli effetti si vedranno a lungo termine. Di certo il documento stilato a fine settembre da tre diverse federazioni di allergologi, dotato di argomentazioni scientifiche e strutturato in 55 dense pagine, ha sollevato sulle metodologie utilizzate oggi in Italia per provare le intolleranze alimentari un gran polverone. Dipanato il quale rimane una domanda, sulla quale i medici non indagano sino in fondo: quale business si nasconde dietro i cosiddetti test alternativi, messi al bando dal documento e additati come non veritieri e inutili?

Cibo-intolleranze

I numeri dei test per le intolleranze alimentari

I test sulle intolleranze alimentari non riconosciuti dalla comunità scientifica, quelli chiaramente indicati come privi di validità, producono un volume d’affari, in Italia, di oltre 300 milioni di euro all’anno. In nove casi su dieci i risultati sono positivi, e il nodo sta proprio qui. Perché secondo il rapporto-denuncia non avrebbero invece alcuna attendibilità diagnostica. Così come i veri intolleranti sono in quantità inferiore a quanto la mole di esami, il 10% in più ogni anno, farebbe pensare: in Italia gli allergici sono secondo i medici oltre 2 milioni, un terzo dei quali bambini, 10 milioni invece gli intolleranti a glutine (i celiaci), lattosio o altre sostanze contenute nei cibi; il numero lievita se si aggiungono gli 8 milioni di “intolleranti immaginari”, che ascrivono a un cibo un malessere ma, secondo le federazioni di specialisti, non ne avrebbero mai avuto una prova. Un esercito di 20 milioni di persone, tra malati reali e ipersensibili di fantasia, che crea un volume d’affari imponente. Solo tre, infine, sarebbero le categorie di intolleranze alimentari: escludendo la celiachia, che nel documento assurge a patologia, vi sono quella al lattosio, quelle farmacologiche e quelle da meccanismi non ben definiti.

 

Il business delle intolleranze

I costi degli esami ritenuti alternativi non sono per tutte le tasche ma neanche proibitivi. Per i test di tipo kinesiologico si superano i 100 euro di media (si possono provare le intolleranze di 150 alimenti), mentre per quelli bioelettronici il prezzo sale: una media di 150 euro per un controllo fino a 250 alimenti, ma si può arrivare a spendere anche 300 euro. C’è anche chi si rivolge all’estero, gli Stati Uniti, e in questo caso i costi vanno fuori controllo. Il tutto per una risposta che arriva in qualche mese, fino a 6, o anche in un paio d’ore (i bioelettronici, per esempio il Vega test).

Se è possibile quantificare il volume d’affari raggiunto ogni anno con queste tecniche – la stima dei medici parla di 4 milioni di euro -, non esistono al momento, invece, statistiche precise sul business che vi gira intorno, fatto di prodotti, cibi alternativi, cure. Esiste, invece, per la celiachia, intolleranza “stabilita” da test dotati di validità medico-scientifica: nel 2012 il business mondiale volava verso i 200 milioni di euro all’anno.

Intolleranza alimentare

I test accettati e i 13 “eretici”

Posto che nessun test è riconosciuto a livello ministeriale, la comunità dei medici ha dunque provato a fare pulizia, distinguendo tra esami validi e non validi. Pochi quelli accettati, e in ogni caso meglio sempre rivolgersi al medico curante: i test per la celiachia, il Breath test per l’intolleranza al lattosio e pochissimi altri. Tredici, invece, tra esami “in vivo” e “in vitro”, quelli messi pubblicamente al bando. Questi i più conosciuti: il test del capello, che dalle sostanze presenti nei capelli di chi si sottopone al controllo ne stabilisce lo stato di salute; il test della forza, valutata in connessione a cibi ritenuti nocivi; il test su cellule del sangue, che ne valuta la modifica a contatto con le sostanze sospette; il Vega test, il più noto, fatto con due elettrodi e un circuito che segnala in poco tempo la sostanza non tollerata; la Biorisonanza, che parte dalle alterazioni indotte da un alimento e valutate da un computer; il Pulse test, che si basa sulla frequenza del polso.

 

Il documento

Hanno scelto una vetrina importante, l’Expo, per presentare il loro esplosivo studio, le tre associazioni di allergologi che a fine settembre hanno reso pubblico il documento: si tratta di Siaaic, la società italiana di allergologia, asma e immunologia, dell’Aaito, l’associazione degli allergologi e immunologi territoriali e ospedalieri, e della Siaip, gli specialisti a livello pediatrico, il tutto insieme alla Fnomceo, la federazione nazionale degli ordini dei medici. Nelle 55 pagine, dettagliate di numeri, statistiche e informazioni scientifiche e date subito in pasto all’evento mediaticamente più importante del 2015, l’intento è chiaro: mettere in guardia la popolazione dalla cattiva informazione, dal rischio di ricevere informazione false e di sottovalutare altre patologie, offuscate magari dalla convinzione di avere un’intolleranza. Oltre al documento (uscito il 5 ottobre sulla rivista italiana Clinical and molecular allergy e dunque ancor più dotato di validità scientifica) sono in uscita un vademecum per il cittadino e uno per i ristoranti.

Intolleranze alimentari

 

Gli effetti

Si vedranno a lungo termine, in base alla diffusione dei documenti degli specialisti e a come saranno recepiti dai medici di base, i trecentomila destinatari dello studio. Nulla, invece, si muove a livello ministeriale, e gli annunciati tagli del decreto in gestazione non dovrebbero toccare in modo sostanziale i test allergici e sulle intolleranze alimentari. Le proteste, invece, iniziano a venir fuori, ma ancora circoscritte: sono quelle degli specialisti che dicono di utilizzare da anni con successo alcuni esami alternativi, e di aver riscontrato soddisfazione e miglioramento in tutti i pazienti. La palla passerà ora a loro, gli otto milioni di ipersensibili immaginari, e ai potenziali nuovi intolleranti. Il tempo dirà quanto la campagna dei medici avrà saputo inceppare la grande macchina dei test allergici.

 

Renzo Sanna

Sassarese che vive a Bologna. Per il Giornale del Cibo si occupa di agromafia, illegalità alimentari e attualità. Il suo piatto preferito sono le trofie al pesto (con patate e fagiolini, of course...) perché gli ricordano la sua mamma. In cucina non può mai mancare l'angolo bar, perché il cuoco deve avere sempre una seconda possibilità!

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