Ci sono fabbriche che chiudono e diventano un capannone vuoto… e poi ci sono fabbriche che chiudono e diventano qualcos’altro, iniziando a produrre vodka, amari e gin con un nome fortemente simbolico. È il caso di RiMaflow, la cooperativa nata grazie alla lotta degli ex lavoratori e lavoratrici della Maflow, storica azienda di componentistica per il settore automobilistico dell’hinterland milanese, a Trezzano sul Naviglio. Oggi, a più di dieci anni di distanza, quella che era una fabbrica come tante è diventata un piccolo ecosistema produttivo, dove logistica, assemblaggio e liquori coesistono con un’idea di lavoro condivisa.
Ne abbiamo parlato con uno dei membri del collettivo, che però preferisce non essere nominato: “La nostra idea è che non è il singolo che conta: oggi il lavoro c’è e a parlare sono io, ma domani toccherà a qualcun altro”.
Dalla chiusura all’occupazione: la nascita di una fabbrica recuperata

Uno dei prodotti di punta di RiMaflow è proprio un amaro, l’Amaro Partigiano. E, in effetti, la storia di questa realtà comincia nel modo più amaro possibile: nel dicembre 2012 la Maflow fallisce, la produzione viene delocalizzata in Polonia e gli immobili vengono venduti a un istituto di credito. È a quel punto che inizia una storia fatta di lotta, tenacia e determinazione: un gruppo di ex dipendenti, invece di disperdersi alla ricerca di un nuovo lavoro, decide di occupare lo stabilimento e di riconvertirlo. Non senza difficoltà: i macchinari originali erano stati portati via e la produzione doveva ripartire da zero, su basi completamente diverse.
“Siamo una fabbrica recuperata, ovvero una fabbrica che era stata chiusa e delocalizzata, poi occupata dagli operai” racconta il nostro interlocutore. “All’inizio non avevamo capitali e ci siamo aperti al territorio, facendo entrare associazioni e singoli con idee”. Ci sono voluti sei anni di lotta per regolarizzare le attività, fino a un accordo raggiunto in Prefettura a Milano con il supporto di fondazioni, enti morali e cittadini privati, che ha permesso a RiMaflow di trasferirsi in nuovi capannoni con una posizione finalmente regolare. Oggi la cooperativa si muove su più fronti: logistica per conto terzi, con una specializzazione nella consegna e installazione di arredi scolastici, assemblaggio conto terzi – un’eco diretta del passato Maflow, ma oggi orientato ai motori elettrici e non più termici, e, dal 2018, la produzione di liquori in coproduzione con altre realtà.
Gli spazi recuperati, peraltro, non ospitano solo le attività della cooperativa: tra le pareti di RiMaflow trovano posto anche la Cooperativa Catena in Movimento che gestisce una sartoria all’interno del carcere di Bollate e la cooperativa Giusta Terre che si occupa di commercio equo e solidale.
Il lavoro come “bene comune”, non come “bene personale”

Per i lavoratori e le lavoratrici di RiMaflow, il punto di partenza è tanto semplice quanto concreto: si tratta, infatti, di un bisogno reciproco. “La comunità è nata dal soddisfacimento di bisogni comuni: noi avevamo bisogno di lavorare e il territorio aveva bisogno di spazi per attività sociali e solidali” spiega il membro del collettivo. “Quando una fabbrica chiude, viene meno un pezzo di economia collettiva; noi intendiamo il posto di lavoro come un bene del territorio”. Ed è proprio qui lo scarto interessante: il lavoro viene inteso come ricchezza sociale condivisa, non come proprietà del singolo.
È un’idea che si è tradotta presto in pratica: “Inizialmente abbiamo fatto distribuzione ai gruppi d’acquisto solidale con piccoli produttori locali. Abbiamo distribuito per anni le arance di SOS Rosarno”, un’attività che oggi è passata a un agricoltore più strutturato per gestirla. Ed è proprio nel cibo che si gioca buona parte di questa idea di comunità: “Il cibo è fondamentale perché la convivialità è il momento in cui si tessono le relazioni di mutuo aiuto”.
Sei liquori, sei battaglie: quando una bottiglia diventa un manifesto
Se la logistica e l’assemblaggio sono il cuore produttivo di RiMaflow, i liquori sono la sua voce. “La differenza nei liquori sta nel fatto che legano il nostro lavoro al sostegno di valori in cui crediamo” continua il nostro interlocutore. Ogni etichetta nasce infatti da una coproduzione con un collettivo o un’organizzazione, e il ricavato sostiene sia l’autogestione di RiMaflow sia uno specifico progetto sociale: comprare una bottiglia significa contribuire, almeno in parte, a finanziare quella causa. Una scelta che intercetta anche un cambiamento nei consumi: se è vero che oggi si registra un calo di consumo di alcolici, soprattutto tra la Gen Z, è altrettanto vero che chi beve sembra farlo scegliendo con più attenzione cosa porta in tavola.
Tra le produzioni spicca, come accennato, l’Amaro Partigiano, realizzato insieme al collettivo Archivi della Resistenza, che sostiene il lavoro sulla memoria storica attraverso iniziative come il Museo Audiovisivo della Resistenza di Fosdinovo e il festival “Fino al cuore della rivolta”. Contiene nove ingredienti raccolti nei boschi della Lunigiana, in omaggio alla vita dei partigiani e delle partigiane che durante la Resistenza vissero in questi territori. Come riporta l’etichetta, l’Amaro Partigiano è “Naturalmente di Parte”: dalla parte dell’antifascismo… e dalla parte della natura.

Rimoncello e RiACE nascono entrambi dalla collaborazione con SOS Rosarno e dalle bucce degli agrumi della rete: il RiACE è a base di arancia, carota e limone, il Rimoncello di solo limone. RiMaflow ha scelto questa realtà perché garantisce un prezzo giusto ai produttori e dignità ai braccianti, spesso migranti e spesso sfruttati. Il nome Rimoncello, non a caso, richiama le origini della cooperativa, “nato dalle ceneri della fabbrica Maflow”. I proventi sostengono realtà di accoglienza e integrazione, come l’Ambulatorio Medico Popolare di via dei Transiti a Milano, che garantisce assistenza sanitaria gratuita a chi non ha documenti o accesso al servizio pubblico. “Diritti che non sono per tutti, non sono per nessuno” sintetizza il membro del collettivo.
C’è poi la Vodka Antisessista Kollontai, che ribalta volutamente un immaginario: quello della vodka come prodotto “macho”, a volte tirato in causa come scusa per giustificare comportamenti violenti degli uomini sulle donne. “Per noi il consenso è fondamentale: un no è un no” continua l’intervistato, spiegando come il ricavato abbia finanziato, tra gli altri progetti, un bar LGBTQ+ a Bari e Casa Arcobaleno, spazio dedicato a persone trans.
E ancora, c’è la Sambuca Operaia Insorgiamo, che nasce dall’incontro con il collettivo di fabbrica GKN di Campi Bisenzio, anch’esso impegnato in una vertenza contro la delocalizzazione e a favore di una riconversione produttiva in chiave ecologica.
Infine, la produzione di un gin… ma non un gin qualunque. Parliamo del Gin 1.5, che prende il nome dalla soglia di 1,5°C, il limite indicato per contenere il riscaldamento globale. L’ingrediente che gli conferisce la sua identità è l’Artemisia genepì della Val di Susa, coltivata oltre i duemila metri “Il genepì, crescendo solo ad alta quota, simboleggia la precarietà della nostra esistenza di fronte al cambiamento climatico”. Un’immagine che si fa quasi avvertimento, perché se le temperature continuano a salire con questo ritmo, non ci sarà più una montagna abbastanza alta per permettere a questa pianta di crescere.
Una comunità che si costruisce una bottiglia alla volta

Ogni prodotto, quindi, sostiene una battaglia. Tra queste c’è anche quella della trasparenza: dietro l’etichetta, infatti, RiMaflow rende pubblico anche il dettaglio dei costi di ogni bottiglia, dalla materia prima alla tassazione, dal lavoro alla quota di solidarietà, in quello che chiamano “prezzo trasparente”. Un modo per mostrare, voce per voce, dove va a finire ogni euro speso per acquistare una bottiglia.
“Noi cerchiamo di fare una comunicazione di qualità”, come ci racconta il nostro interlocutore. E, infatti, si capisce che questa scelta dei liquori non è puro marketing, ma segue una logica precisa: “L’opportunità che abbiamo a partire da una pratica lavorativa è cercare di costruire dei prodotti che non siano solo merci, ma veicoli per parlare di certe tematiche e strumenti per finanziare realtà che prefigurino una società diversa. Non vogliamo un’idea di comunità solo sulla carta, ma una costruzione basata su pratiche che prefigurano davvero un’alternativa”.
È una distinzione che il collettivo tiene a marcare anche nel modo in cui comunica il proprio lavoro: per loro è fondamentale incontrare chi distribuisce i loro liquori e tenere le porte aperte, affinché le persone possano vedere con i propri occhi cosa fanno. “Preferiamo guardarci negli occhi” continua. Una trasparenza che, ammette, è più facile da mantenere restando piccoli: “Prendiamo il gin: la coltivazione del genepì è ovviamente limitata e non possiamo produrre milioni di bottiglie. Ma il nostro obiettivo è il reddito, non il profitto. Nelle aziende tradizionali il profitto deve sempre crescere, portando spesso allo sfruttamento di lavoro e ambiente. In un’esperienza di autogestione come la nostra, una volta che abbiamo ottenuto lo stipendio, ci possiamo fermare”.
È forse questa la lezione più semplice e più radicale di RiMaflow: una realtà collettiva che non misura il proprio successo in termini di crescita infinita, ma nella capacità di mettere un po’ più al centro le persone, dentro e fuori la fabbrica. Una bottiglia di amaro, certo, non cambia il mondo… ma per chi l’ha prodotta, può essere un modo, piccolo e concreto, di provarci.
Immagine di copertina di: RiMaflow