L’agricoltura di oggi non è quella che ci raccontiamo. L’immaginario del contadino di una volta, dei campi coltivati secondo tradizione, delle piccole realtà artigianali e del ritorno alla terra come antidoto alla modernità è un racconto che cattura ed emoziona, ma che rischia di rappresentare solo una piccolissima parte del settore.
L’agricoltura contemporanea parla invece di innovazione, ricerca, sostenibilità e gestione intelligente delle risorse. Dietro una bottiglia di vino, un pacco di pasta biologica o un frutto acquistato al supermercato esiste un sistema molto più complesso, fatto di tecnologie avanzate, competenze scientifiche, agricoltura di precisione, sostenibilità ambientale ma anche economica. Un equilibrio fragile, spesso poco raccontato, che richiede agli agricoltori di rispondere a una domanda cruciale: produrre in modo sostenibile è ancora economicamente possibile? E quale ruolo può avere la lotta integrata nel futuro dell’agroalimentare italiano?

Ne abbiamo parlato con Gabriele Canali, tra i maggiori esperti italiani di economia agroalimentare, professore all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e presidente di Vsafe srl – spin-off universitario, che offre consulenza nell’ambito dell’economia agroalimentare, delle politiche ambientali e della sostenibilità – che fotografa un settore lontanissimo dagli stereotipi bucolici ancora così presenti nell’immaginario collettivo.
L’agricoltura di oggi tra tecnologia, sostenibilità e nuove competenze
“Continuiamo a narrare un’agricoltura che non esiste più – osserva Canali – Quella dei nostri nonni: bellissima, certo, ma ferma a quarant’anni fa. L’agricoltura di oggi è molto più sofisticata. Utilizza dati, ricerca scientifica, tecnologie avanzate e competenze altamente specializzate per produrre cibo sicuro e accessibile per milioni di persone”.
Ed è proprio questa la sfida dei prossimi anni: costruire un dialogo sincero tra agricoltori e consumatori, spiegando che sostenibilità non significa soltanto “tornare al passato”, ma anche innovare, investire e rendere il sistema agroalimentare capace di affrontare le grandi sfide economiche, ambientali e sociali del futuro.
Il punto, però, è che mentre il consumatore cerca prodotti sempre più sostenibili, gli agricoltori devono fare i conti con costi crescenti, margini ridotti, cambiamenti climatici, regole europee e un mercato in continua trasformazione.
Il biologico convince ancora?

Negli ultimi anni il biologico è diventato quasi sinonimo di agricoltura sostenibile. Gli scaffali dei supermercati si sono riempiti di etichette green, certificazioni e prodotti bio. Eppure, dietro questa crescita, il quadro economico è molto meno lineare di quanto sembri.
“Il mercato del biologico continua ad avere grandi potenzialità, ma è diventato molto più complesso rispetto al passato – sottolinea Canali – Il problema principale riguarda il progressivo ridimensionamento del differenziale di prezzo tra prodotti biologici e convenzionali: se fino a qualche anno fa il bio garantiva margini più elevati, oggi la forbice si è ridotta, rendendo più difficile sostenere economicamente questo tipo di produzione”.
Molte aziende, spiega il professore, sono entrate nel biologico con entusiasmo salvo poi abbandonarlo dopo pochi anni, non essendo preparate alla complessità del sistema. “In molti casi, la sostenibilità del biologico dipende dalla capacità delle imprese di organizzarsi all’interno di filiere strutturate”.
Ed è proprio questo il nodo centrale. Da sole, molte aziende non riescono a sostenere i costi e le complessità del biologico. La produzione bio richiede rotazioni colturali obbligatorie, competenze tecniche specifiche e una gestione molto più articolata rispetto al convenzionale.
Un’azienda può ottenere buoni risultati economici con una coltura principale, ma trovarsi poi a gestire altre colture meno redditizie, necessarie per rispettare il metodo biologico. Per questo motivo, oggi più che mai, il biologico funziona soprattutto quando le aziende sono inserite in filiere forti, cooperative o organizzazioni di produttori capaci di valorizzare tutte le produzioni e distribuire meglio il rischio economico.
Sostenibilità e politiche europee

Oggi assistiamo a un uso sempre più frequente della parola sostenibilità. Ma cosa significa davvero essere sostenibili? “L’errore più grande è considerare solo la sostenibilità ambientale, dimenticando quella economica e produttiva”, precisa Canali. Negli ultimi anni l’Unione Europea ha puntato molto sulla riduzione degli agrofarmaci e sull’aumento delle superfici biologiche. Tuttavia, secondo l’esperto, alcune politiche hanno prodotto effetti collaterali inattesi.
Il riferimento è al dibattito europeo sugli agrofarmaci e alla strategia Farm to Fork, che puntava a ridurre ulteriormente l’utilizzo dei fitofarmaci. Il problema, secondo Canali, è che l’Europa possiede già oggi uno dei sistemi più restrittivi al mondo. Continuare a ridurre indiscriminatamente i principi attivi disponibili rischia di lasciare gli agricoltori senza strumenti efficaci per difendere le colture. “Il caso delle pere in Emilia-Romagna è emblematico – afferma – Alcune produzioni stanno vivendo fortissime difficoltà proprio per la mancanza di soluzioni efficaci contro determinati patogeni. Il rischio è smettere di produrre qui per importare prodotti da Paesi dove gli standard ambientali sono molto più bassi”.
Il paradosso degli aiuti al biologico
Negli ultimi anni l’Unione Europea ha puntato ad aumentare rapidamente le superfici coltivate a biologico. Ma, come spiega Canali, aumentare gli ettari non significa automaticamente aumentare la produzione agricola reale. “Esiste il rischio di quello che definisco ‘abbandono biologico’ – mette in guardia l’esperto – ovvero terreni formalmente certificati bio, magari prati pascolo semi abbandonati, che rispettano i requisiti minimi richiesti ma che in realtà producono poco o nulla”.
In alcuni casi, addirittura, la scarsa gestione del territorio può generare problemi ambientali invece di generare benefici. Per questo, secondo Canali, gli aiuti dovrebbero essere legati molto di più alla reale attività produttiva e alla capacità delle aziende di inserirsi in filiere organizzate e strutturate.
La bussola dei consumatori più prudenti

Anche il profilo dei consumatori è cambiato. Negli ultimi anni inflazione, aumento dei costi energetici e perdita del potere d’acquisto hanno modificato le priorità di molte famiglie italiane. “Il consumatore è diventato molto più prudente – racconta Canali – Quando il reddito disponibile diminuisce, si tende a scegliere prodotti più accessibili, rinunciando in alcuni casi al biologico o ad altre certificazioni qualitative”.
Questo non significa che l’interesse verso sostenibilità e qualità sia scomparso, ma il prezzo è tornato ad avere un peso decisivo nelle scelte d’acquisto. Così, mentre il desiderio di sostenibilità resta forte, molte famiglie si trovano costrette a ridimensionare le proprie scelte.
Ed è qui che entra in gioco un tema ancora poco conosciuto ma destinato probabilmente a crescere nei prossimi anni: la produzione integrata.
Lotta integrata e produzione integrata: la soluzione intermedia tra convenzionale e biologico
Tra i temi destinati ad acquisire sempre più importanza nei prossimi anni c’è anche quello della lotta integrata, spesso presentata come un possibile punto d’incontro tra agricoltura convenzionale e biologica. In realtà, come spiega Gabriele Canali, il concetto corretto è più ampio e riguarda la cosiddetta produzione integrata.
La lotta integrata, infatti, è uno degli strumenti utilizzati all’interno della produzione integrata e riguarda principalmente la difesa delle colture attraverso un uso più limitato e mirato degli agrofarmaci. La produzione integrata comprende invece un sistema agricolo più articolato, che coinvolge tecniche di coltivazione, gestione delle risorse, sostenibilità ambientale e riduzione dell’impatto produttivo.

“In Italia questo approccio esiste da decenni – rivela Canali – ma solo recentemente ha iniziato ad avere maggiore visibilità grazie al sistema di certificazione SQNPI (Sistema di Qualità Nazionale Produzione Integrata, ndr) e al marchio ‘Qualità sostenibile’”. Questo sistema consente ai consumatori di riconoscere prodotti ottenuti con criteri ambientali più rigorosi rispetto al convenzionale, ma economicamente più accessibili rispetto al biologico.
Secondo Canali, le potenzialità sono molto ampie, anche se il sistema si sta diffondendo lentamente. Nel settore vitivinicolo, ad esempio, sempre più cantine stanno iniziando a utilizzare questa certificazione come strumento di valorizzazione produttiva e ambientale.
Il futuro dell’agroalimentare
La narrazione dominante continua, come abbiamo visto, a concentrarsi esclusivamente sulle nicchie più romantiche del settore trascurando invece il grande lavoro di innovazione che coinvolge la maggior parte delle aziende agricole italiane. Forse è proprio qui che si giocherà una parte importante del futuro dell’agroalimentare italiano: nella capacità di trovare un equilibrio concreto tra sostenibilità ambientale, sostenibilità economica e accessibilità. Perché il rischio, altrimenti, è quello di trasformare il cibo di qualità in un lusso per pochi.
“E la vera sfida dell’agricoltura contemporanea – conclude Canali – è proprio questa: produrre cibo sicuro, sostenibile e accessibile senza dimenticare che, dietro ogni scelta agricola, esistono imprese, territori e persone che devono poter continuare a vivere e lavorare in modo sostenibile, anche dal punto di vista economico”.
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