Il riscaldamento globale rende i mari meno pescosi: dati e strategie secondo la scienza

fondali marini
Temperature record, oceani più acidi e meno ossigeno: gli effetti del cambiamento climatico sulla pesca e sulle risorse ittiche.

Il riscaldamento globale sta modificando gli equilibri biologici degli oceani, non meno di quanto accade per il clima terrestre. L’aumento delle temperature, l’acidificazione delle acque e la riduzione dell’ossigeno disponibile, infatti, stanno alterando profondamente gli ecosistemi marini, con ricadute sempre più evidenti sulla pesca e sulla sicurezza alimentare per milioni di persone. Diverse ricerche scientifiche, pubblicate negli ultimi anni, evidenziano che la crisi climatica sta rendendo molte aree oceaniche progressivamente meno produttive dal punto di vista ittico.

Alcune specie si stanno spostando verso latitudini più fredde, mentre altre registrano cali di popolazione legati allo stress termico e alla perdita di habitat. Un fenomeno tipico della tropicalizzazione dei mari, come abbiamo visto, è la diffusione dannosa di specie esotiche nel Mediterraneo, provenienti da altri ecosistemi. Ma cosa sta accadendo dal punto di vista della pesca? Nel nostro approfondimento riporteremo studi e dati poco rassicuranti, ma anche azioni concrete per contrastare questa tendenza.

La crisi climatica danneggia la pesca: temperature record e biodiversità sotto stress

aumento delle temperature marine
Juraj Kral/shutterstock

Negli equilibri climatici globali, gli oceani svolgono una fondamentale funzione di mitigazione, assorbendo oltre il 90% del calore in eccesso generato dalle emissioni di gas serra. Questo ruolo di “ammortizzatore climatico”, però, ha un costo: negli ultimi decenni la temperatura dei mari è aumentata costantemente. Secondo la NOAA e il programma europeo Copernicus (tra i principali sistemi globali sullo studio del clima, dell’ambiente e dei fenomeni atmosferici del pianeta, il primo gestito dagli Stati Uniti e il secondo dall’Unione Europea), il 2024 e il 2025 hanno registrato anomalie termiche marine senza precedenti in molte aree del globo, con ondate di calore oceaniche sempre più frequenti e intense.

Il problema non riguarda soltanto il riscaldamento superficiale, perché infatti l’aumento delle temperature modifica la stratificazione delle acque, altera le correnti marine e riduce il rimescolamento dei nutrienti provenienti dagli strati profondi. Si tratta di un processo che può compromettere l’intera catena alimentare marina, a partire dal fitoplancton, organismo alla base di gran parte degli ecosistemi oceanici. Uno studio pubblicato nel 2026 sulla rivista Nature Ecology & Evolution ha mostrato come il riscaldamento globale stia modificando in modo significativo la distribuzione e la produttività delle comunità marine, con impatti diretti sulla pesca mondiale. A subirne le conseguenze è appunto anche questa fondamentale attività umana, che dipende dalla capacità degli ecosistemi di sostenere le popolazioni ittiche nel lungo periodo.

Cambia il clima e i pesci migrano verso acque più fredde

pesce tropicale
KK_TwinLens/shutterstock

Uno degli effetti più documentati del riscaldamento globale riguarda lo spostamento geografico delle specie marine. In sostanza, molti pesci stanno progressivamente migrando verso aree più fredde, soprattutto verso Nord nell’emisfero boreale e verso sud in quello australe. Sempre secondo la ricerca pubblicata su Nature Ecology & Evolution, l’aumento delle temperature sta ridisegnando la distribuzione delle specie marine più rapidamente rispetto a quanto osservato in numerosi ecosistemi terrestri. Si tratta di un cambiamento che sta ridisegnando gli equilibri biologici degli oceani e che ha conseguenze dirette anche sulla pesca commerciale. Le aree tradizionalmente più ricche di pesce possono diventare meno produttive, mentre regioni che prima avevano un ruolo marginale vedono aumentare alcune popolazioni ittiche. Tuttavia, questi cambiamenti non compensano necessariamente le perdite complessive. In molte zone tropicali e subtropicali, dove l’aumento delle temperature supera più facilmente le soglie di tolleranza biologica delle specie marine, si osservano già riduzioni significative della biomassa disponibile.

Meno ossigeno e oceani più acidi

barriera corallina
dvlcom – www.dvlcom.co.uk/shutterstock

Il cambiamento climatico sta alterando anche la chimica degli oceani, un aspetto meno visibile ma altrettanto importante. L’assorbimento di anidride carbonica da parte delle acque marine provoca infatti un aumento dell’acidità, fenomeno noto come acidificazione oceanica. Secondo l’IPCC (Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) già da anni l’acidificazione può compromettere la sopravvivenza di molti organismi marini, in particolare molluschi, crostacei e specie che costruiscono strutture calcaree. Parallelamente, il riscaldamento riduce la quantità di ossigeno disciolto nelle acque. È ormai assodato il fatto che molte aree oceaniche stanno diventando progressivamente meno ossigenate, creando condizioni difficili per numerose specie di pesci. La combinazione tra caldo, acidificazione e deossigenazione rappresenta una delle principali minacce per gli ecosistemi marini del ventunesimo secolo.

Riscaldamento dei mari: le conseguenze sulla pesca globale

barca di pescatori
PrelevicMilos/shutterstock

Gli effetti del cambiamento climatico sulla pesca non si limitano all’ambiente, ma coinvolgono anche aspetti economici e sociali. Nel mondo, milioni di persone dipendono direttamente o indirettamente dalla pesca e dall’acquacoltura per il proprio sostentamento, di conseguenza la riduzione delle risorse ittiche può quindi avere conseguenze molto rilevanti su intere comunità e sistemi alimentari. Tra i principali effetti individuati dalla ricerca scientifica troviamo:

  • perdita di reddito per le comunità costiere;
  • aumento dell’insicurezza alimentare;
  • maggiore volatilità dei prezzi del pesce;
  • tensioni geopolitiche legate allo sfruttamento delle risorse marine.

Uno studio pubblicato su Science già nel 2019 stimava che il cambiamento climatico avrebbe potuto ridurre significativamente il potenziale di cattura nelle regioni tropicali entro la metà del secolo. In particolare, le aree più vulnerabili risultano essere soprattutto i Paesi del Sud del mondo e delle fasce tropicali, dove la pesca rappresenta una fonte primaria di proteine e occupazione.

Tra gli ecosistemi più colpiti vi sono le barriere coralline, considerate tra gli habitat più ricchi di biodiversità del pianeta. In questi ambienti particolarmente delicati, l’aumento delle temperature marine provoca fenomeni di sbiancamento dei coralli, sempre più frequenti e intensi, come da tempo segnala l’International Coral Reef Initiative. Molti reef tropicali, infatti, hanno subito gravi danni negli ultimi anni a causa delle ondate di calore oceaniche. Tutto ciò ha conseguenze dirette sulla pesca, e in particolare ai Tropici, poiché questi ecosistemi rappresentano habitat fondamentali per migliaia di specie marine.

Il Mediterraneo tra le aree più vulnerabili

riscaldamento dei mari
Bilal AKBULUT/shutterstock

Ma qual è la situazione alle nostre latitudini? Anche il Mediterraneo, purtroppo, è considerato uno degli hotspot climatici più vulnerabili al mondo e le sue acque si stanno riscaldando più rapidamente rispetto alla media globale. Questo fenomeno sta modificando profondamente gli ecosistemi marini mediterranei, con alcune specie tradizionali che risultano in declino, mentre aumentano i pesci tropicali provenienti dal Mar Rosso e dall’Oceano Indiano. Per la pesca italiana e mediterranea, ciò significa confrontarsi con una crescente instabilità delle risorse disponibili, oltre che con cambiamenti nelle stagionalità e nella distribuzione delle catture.

Di fronte a questi scenari, la comunità scientifica sottolinea la necessità di rafforzare le strategie di adattamento e gestione sostenibile degli ecosistemi marini. Tra le principali misure sulle quali la scienza concorda possiamo citare:

  • riduzione della pressione di pesca sugli stock più vulnerabili;
  • ampliamento delle aree marine protette;
  • miglioramento del monitoraggio scientifico;
  • gestione dinamica delle fisheries in base alle variazioni climatiche;
  • riduzione globale delle emissioni di gas serra.

Una gestione sostenibile delle risorse marine potrebbe aumentare la resilienza degli ecosistemi e limitare parte delle perdite produttive future, quantomeno per contenere gli effetti negativi della crisi climatica sui mari.

Il clima cambia anche il futuro del cibo

peschereccio
Sonia Bonet/shutterstock

Il progressivo impoverimento delle risorse ittiche mostra con chiarezza come la crisi climatica non sia soltanto una questione ambientale, ma anche alimentare ed economica. Gli oceani stanno cambiando rapidamente, e molte delle condizioni che hanno sostenuto per decenni la pesca mondiale stanno diventando meno stabili e difficilmente prevedibili. Non a caso, le ricerche scientifiche pubblicate negli ultimi anni indicano che il riscaldamento globale rischia di compromettere una parte importante della produzione alimentare marina, soprattutto nelle regioni più vulnerabili del pianeta. Nello specifico, il recente studio pubblicato su Nature Ecology & Evolution conferma che il cambiamento climatico sta già modificando profondamente la struttura e la produttività degli ecosistemi marini, in modo più profondo e allarmante di quanto si potrebbe immaginare.

Nei prossimi anni, quindi, da un lato si dovrà contenere il riscaldamento globale, e dall’altro sarà necessario ripensare la gestione delle risorse marine oggi sotto pressione eccessiva, per un modello più sostenibile ed equilibrato. Oltre alla biodiversità degli oceani, in ballo ci sono anche l’approvvigionamento e la sicurezza alimentare di milioni di persone.

 

Immagine in evidenza di: from-ishigaki/shutterstock

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