Cimici Asiatiche: “autostoppiste d’eccellenza” in viaggio verso il Sud

Marisa Santin

Mobili, voraci e inarrestabili. Qui da noi si riproducono due volte all’anno e non hanno nemici naturali rilevanti: sono libere di scorrazzare provocando danni anche del 90% sui raccolti di frutta e vegetali di cui sono ghiotte. Per il momento le cimici asiatiche stanno infestando le regioni del nord Italia, ma c’è il pericolo di una rapida diffusione anche al centro e al sud, come ci spiega Lara Maistrello, Ricercatore in Entomologia Generale ed Applicata presso il Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Modena e Reggio Emilia (UNIMORE).

Prof.ssa Maistrello, possiamo dire che la cimice asiatica è una sua “vecchia conoscenza”…  

Lara Maistrello: Sì, siamo stati i primi a scoprire la presenza di Halyomorpha halys in Italia, a partire da un esemplare rinvenuto da uno dei miei studenti (raccolto a Magreta-MO il 13/9/2012), identificato poi dal Museo di Storia Naturale di Milano. Da quel momento mi sono dedicata allo studio della biologia, diffusione, monitoraggio ed approcci di gestione sostenibile di questo insetto alieno, intuendone le potenzialità distruttive nel territorio Emiliano Romagnolo e nazionale.

cimici

Quali sono i motivi di questa rapida diffusione nel nostro Paese?

L.M.: La H. halys ha trovato da noi le condizioni ottimali per prosperare, in termini di cibo e di clima, con una crescita esponenziale che non è frenata da nessun agente biologico specifico (predatori, parassitoidi, malattie). Al contrario, nei territori in cui è originaria (soprattutto Cina, Giappone, Corea) c’è un complesso insieme di nemici naturali co-evoluti nel corso di milioni di anni con questa specie. Per completare lo sviluppo e riprodursi con successo, inoltre, queste cimici devono nutrirsi su tante specie vegetali differenti e sono quindi estremamente mobili. Studi americani hanno appurato che gli adulti volano in media tra i 2 e i 5 chilometri al giorno, arrivando fino a 60/65 km, con record di 120 km

C’è dunque il pericolo che “emigrino” anche al Sud?

L.M.: Attualmente questa cimice invasiva ha popolazioni in attiva espansione nelle zone di pianura-collina di quasi tutto il Nord Italia e stanno aumentando le segnalazioni in Toscana, ma tutto lascia pensare che in brevissimo tempo arrivi a colonizzare tutto il Paese, isole incluse.

Quale parte hanno il clima e il cambiamento climatico nel loro sviluppo?

L.M.: La potenzialità invasiva di H. halys è notevolmente influenzata dalle condizioni climatiche. Nel 2015, caratterizzato da una primavera tiepida e da una estate particolarmente calda e umida, si è osservata una vera e propria esplosione della popolazione. Mentre nel 2016, in cui la primavera era fresca e piovosa e l’estate non particolarmente afosa, si è assistito ad un ritardo nei tempi di sviluppo. La suscettibilità al clima è confermata anche dal fatto che a Nord delle Alpi, in Svizzera, viene compiuta un’unica generazione, e le popolazioni si mantengono molto limitate.

Quanto incide invece il “fattore umano”?

L.M.: L’“improvvisa” comparsa in tanti paesi (attualmente è presente in USA, Canada, Svizzera, Francia, Austria, Serbia, Germania, Ungheria, Romania, Russia), così come la loro avanzata inarrestabile si spiegano con la globalizzazione del commercio e col fatto che le cimici sono autostoppisti d’eccellenza: ognuno di noi può trasportarle inavvertitamente ovunque, visto che si infilano facilmente nelle auto e nelle valige. Non è casuale il fatto che spesso i focolai delle infestazioni siano presso stazioni ferroviarie e nodi stradali.

danni cimici

Quali coltivazioni sono particolarmente interessate dal loro passaggio?

L.M.: Le cimici Asiatiche si nutrono su oltre 300 diverse specie di piante coltivate, ornamentali e spontanee, preferendo in particolare frutti e semi di alberi e arbusti. Può attaccare tutte le piante da frutto, specie pesco, pero, melo, kiwi, ma anche leguminose (soprattutto soia), cereali (in particolare mais e sorgo) e ortaggi (pomodori, peperoni). Sulla vite pare non si riscontrino danni in termini di produzione mentre si teme soprattutto per le possibili conseguenze sulla qualità del vino. In sintesi l’impatto di questo insetto alieno è davvero potenzialmente devastante per tutta l’agricoltura italiana, visto che abbiamo già osservato attacchi su ulivi ed agrumi.

Qual è la tipologia e l’entità dei danni?

L.M.:  I danni, diversi in relazione alla coltura colpita, vanno dallo sviluppo stentato delle piante, alla cascola precoce dei frutti, a deformazioni e colorazioni anomale, suberificazioni, aree necrotiche e marcescenze che deprezzano o rendono non commercializzabili i prodotti agricoli. Stime precise sull’impatto economico ancora non sono disponibili. Tuttavia, i monitoraggi periodici in campo e i rilievi condotti sul territorio modenese hanno registrato in alcune aziende danni al raccolto superiori al 40%. Nell’estate 2015 si è assistito ad un incremento delle aree interessate ed ingenti perdite di raccolto: fino al 60% tra i frutteti a gestione integrata e fino al 90% in quelli a gestione biologica. Nel 2016, in generale, le perdite sono state più contenute, tuttavia si è assistito ad una ulteriore notevole espansione verso nord e nord-est.

Come distinguerle da altri tipi di cimici innocue?

L.M.: La Halyomorpha halys è una cimice marmorizzata grigio-bruna lunga 12-17 mm, che per colorazione e dimensioni potrebbe facilmente essere confusa con altre specie presenti nel nostro Paese, come ad esempio la Rhaphigaster nebulosa, che si nutre di piante ma è innocua, o la Arma custos, che invece è un utile predatore di insetti fitofagi. In autunno, inoltre, le cimici verdi assumono una colorazione bruna uniforme (non marmorizzata) che potrebbe indurre un non esperto a confondersi. Per essere sicuri che si tratti dell’Asiatica è necessario ricorrere ad entomologi esperti, presso università o servizi fitosanitari.

cimici asiatiche

Cosa può fare un agricoltore per difendere le coltivazioni?

L.M.: Attualmente gli unici mezzi utili per prevenire i suoi attacchi sulle colture sono le barriere fisiche, come i sistemi di reti di esclusione (reti monoblocco o monofila). Chi ha già le reti antigrandine potrebbe associarle a reti perimetrali sul bordo dei frutteti. Ma ovviamente comportano un certo investimento e non sempre si possono utilizzare.
Per il monitoraggio vengono usate trappole innescate con feromoni di aggregazione, che attraggono adulti e giovani nei pressi della trappola, ma non garantiscono che essi ci entrino. E questo è anche il motivo per cui chi ha usato queste trappole ha notato in prossimità di esse un aumento dei danni.

La lotta chimica potrebbe essere una soluzione?

L.M.: Non esistono prodotti selettivi contro questi insetti e i trattamenti ripetuti con insetticidi ad ampio spettro (che hanno comunque una efficacia limitata), hanno un impatto devastante sull’ecosistema. Negli Stati Uniti, l’uso massiccio di piretroidi e neonicotinoidi, oltre a non essere stato risolutivo, ha portato ad una drastica riduzione degli impollinatori e degli antagonisti naturali di altri fitofagi. Anche in Italia il primo approccio è stato quello chimico, ma chi ha trattato in campo ha comunque avuto dei danni perché le cimici si muovono e i prodotti utilizzati non hanno un effetto residuale. L’invasione di queste cimici minaccia di vanificare totalmente decenni di programmi di difesa integrata in tutta la regione e nell’intero paese. Per la gestione sostenibile di questi alieni è necessario elaborare appositamente strategie di difesa innovative che tengano conto della sua etologia ed ecologia e limitando al minimo l’impiego di prodotti chimici, come è previsto anche dal PSR Emilia Romagna coordinato dal CRPV, di cui sono responsabile scientifico.

C’è allora un modo per fermarle?

L.M.: Volendo considerare la lotta biologica, visto che H. halys è un insetto asiatico, si tratterebbe di valutare potenziali antagonisti nella zona di origine, ma in Italia attualmente non è possibile importare di proposito organismi alieni. Dai nostri studi sulle potenzialità degli antagonisti naturali “indigeni” stanno però emergendo risultati interessanti su alcuni predatori generalisti, che si stanno rivelando voraci divoratori degli stadi giovanili. Sono comunque necessarie ulteriori sperimentazioni per valutarne l’efficacia in campo. Abbiamo anche individuato per la prima volta i segnali utilizzati durante il corteggiamento, che non sono chimici (come i feromoni sessuali usati dalle falene e molti altri insetti), ma vibrazioni del substrato. Questi segnali si possono riprodurre artificialmente e potrebbero trovare applicazione nello sviluppo di trappole altamente innovative. Le idee e le competenze ci sono, ma servono finanziamenti specifici per la ricerca, senza la quale è impossibile individuare soluzioni concrete, innovative e sostenibili. 

La cimice asiatica è solo uno degli ultimi parassiti infestanti che rappresentano una seria minaccia per la nostra agricoltura. Ne abbiamo parlato anche in questi articoli: Gli ospiti indesiderati dell’autunnoCaos XylellaLe nostre olive temono la Xylella?.

[foto: Mauro Agosti (Ulivo); Gianni Aldrovandi (pero deforme)]

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