Giornale del cibo

Ci vediamo per l’aperitivo! Che ruolo ha oggi il rito più amato dagli italiani?

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C’è stato un tempo in cui l’aperitivo era semplicemente “qualcosa prima di cena”: una bevanda piacevole, qualche oliva, due patatine e quattro chiacchiere dopo l’ufficio, prima di rientrare a casa. Poi abbiamo vissuto l’epoca mondana dove questo break scandiva le giornate non solo dei lavoratori, ma anche degli studenti, solitamente prima del tramonto. In questo modo la consuetudine è dilagata, coinvolgendo più o meno tutti e introducendo un nuovo step nella routine alimentare.

“Digerita” questa fase, possiamo affermare che oggi, l’aperitivo racconta molto di più del nostro modo di stare insieme, di consumare e perfino di vivere il cibo. Ma quale ruolo ha conquistato per noi consumatori e quali riflessioni possiamo dedurre? 

Un italiano su due fa l’aperitivo con regolarità

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Secondo i dati CGA by NIQ (NielsenIQ) presentati durante l’edizione 2025 di Aperitivo Festival, il comparto aperitivi e vermouth nella GDO ha superato i 200 milioni di euro, con una crescita del 2,6% a valore e del 2,1% a volume. Se si considera l’intero universo legato al momento aperitivo – tra gin, spumanti, ready to drink e alternative analcoliche – il valore supera invece i 430 milioni di euro.

Il pur generoso dato economico, da solo, non basta a spiegare le tante sfaccettature del fenomeno. Perché quello che emerge dal report è soprattutto un cambiamento culturale. Un italiano su due, secondo le rilevazioni, dichiara infatti di vivere questo momento con regolarità, con una quota pari al 46% della popolazione. Non si tratta più soltanto di un consumo occasionale, ma di un rito sociale che tende a spostarsi verso una maggiore attenzione alla qualità. Peraltro, la spesa media per l’esperienza food & beverage raggiunge i 24,39 euro, segnalando una singolare disponibilità a investire nella pienezza del momento vissuto durante l’aperitivo – non solo del cocktail, quindi – in controtendenza rispetto ad altri ambiti del comparto alimentare, dove le rinunce si fanno purtroppo ogni giorno più marcate e frequenti.

Fra le bevande preferite, in attesa del prossimo rapporto, resistono l’immancabile Spritz, il Prosecco orgoglio del Made in Italy e la birra, si confermano i vini da aperitivo (ordinazione sacrosanta, per molti consumatori) mentre i cocktail già confezionati e pronti da sorseggiare intercettano ormai da alcuni anni i nuovi linguaggi del bere contemporaneo

Più che un’abitudine, un rituale contemporaneo

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In un periodo storico in cui molte famiglie fanno attenzione alle spese quotidiane, l’aperitivo sembra mantenere un valore quasi “intoccabile”. Forse perché rappresenta una forma di socialità accessibile: un piccolo lusso condiviso, meno impegnativo di una cena fuori, ma comunque capace di creare relazione e rigenerare dopo un’intensa giornata. Le famose e irrinunciabili “piccole gioie della vita”, insomma. Del resto, le sue potenzialità erano già note nel IV secolo avanti Cristo dal medico greco Ippocrate, ritenuto uno dei padri di questo rito, poi sviluppatosi in epoca moderna con l’intuizione del vermouth

Anche il cibo, in questo scenario, cambia ruolo e da accessorio diventa protagonista. Non è più solo accompagnamento al drink, ma parte integrante e di qualità dell’esperienza. Taglieri ricercati, lievitati sublimi, tapas, piccoli piatti vegetali, proposte territoriali e ingredienti raffinati trasformano sempre più spesso l’aperitivo in una forma ibrida tra convivialità e consumo consapevole.

Ed è proprio qui che il fenomeno incrocia temi cari all’educazione alimentare. Mangiare insieme – anche in contesti informali o preparando ad esempio le tartine in casa – contribuisce infatti a costruire relazioni più sane con il cibo, soprattutto quando il momento conviviale non si riduce al consumo rapido e automatico, ma si “apre” ad altre emozioni e riflette una nuova sensibilità. La ritualità, il tempo condiviso e la qualità delle proposte possono dunque marcare la differenza nel modo in cui percepiamo ciò che mangiamo.

Il rischio del “buffet infinito” e la ricerca di formule più sane

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Naturalmente, intorno alla magia dell’aperitivo non mancano le contraddizioni. Se da una parte cresce l’attenzione verso ingredienti migliori e formule più curate, dall’altra il modello “all you can eat” solleva interrogativi legati allo spreco alimentare.

Buffet abbondanti, piatti poco valorizzati, presentazioni grossolane e consumo impulsivo rischiano infatti di trasformare un momento di convivialità in un’esperienza poco sostenibile, sia dal punto di vista ambientale che nutrizionale. Il tema riguarda soprattutto la qualità dell’offerta: quantità eccessive non coincidono necessariamente con maggiore soddisfazione e anzi, possono lasciare un retrogusto emozionale sgradevole.

Proprio per questo, negli ultimi anni, per smarcarsi dal luogo comune molti locali stanno cercando alternative più equilibrate, puntando su porzioni ridotte, preparazioni espresse e menu stagionali. Una direzione che sembra incontrare le aspettative di un pubblico sempre più attento non solo al gusto, ma anche al significato del consumo. Ecco perché non dobbiamo stigmatizzare questo momento, ma cercare formule e modi per premiare – e regalarci – un aperitivo sano

Crescono gli aperitivi analcolici

Tra i segnali più interessanti emersi dalle analisi NielsenIQ compare anche la crescita dell’interesse verso le alternative low alcol e analcoliche. Mocktail, fermentati, soft drink premium e cocktail senza alcol stanno conquistando spazio soprattutto tra i consumatori più giovani, che associano l’aperitivo sempre meno all’eccesso o addirittura alla trasgressione e di più all’esperienza sociale.

Meno quantità, più qualità 

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Stiamo dunque assistendo a una trasformazione che racconta un cambiamento più ampio e profondo? Probabilmente sì. Oggi il valore dell’aperitivo sembra risiedere meno nella quantità consumata e più nella qualità del tempo condiviso, con un occhio di riguardo per il cibo servito insieme alla bevanda e, perchè no, all’originalità e al fascino della location – che a sua volta spalanca nuovi scenari, correlati alle fragilità del turismo

Forse è proprio questa ricchezza di significati più o meno nascosti, il motivo per cui questo break continua a evolversi senza perdere centralità nella cultura alimentare italiana. “Ci vediamo per l’aperitivo!” può così tornare a risplendere come invito finalmente carico di valori positivi trasversali, e non solo di mode effimere e aspettative, talvolta, deluse. 

 

Immagine in evidenza di: Dulin/shutterstock

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