“La corretta alimentazione è una forma di prevenzione accessibile a tutti”: una frase che sintetizza l’approccio della SINU (Società Italiana di Nutrizione Umana) e introduce una riflessione sulle principali sfide di oggi della nutrizione contemporanea.
Fake news alimentari, ruolo della divulgazione scientifica, dieta mediterranea, proteine vegetali, alimenti ultra-processati, sostenibilità delle scelte alimentari e rapporto tra salute e territorio sono alcuni dei temi più attuali – e talvolta controversi – “somministrati” ogni giorno all’opinione pubblica. Per fare luce, ne abbiamo parlato con il Professor Francesco Sofi, Presidente SINU.

Professor Sofi, nella sua prima dichiarazione da Presidente SINU ha definito la corretta alimentazione “una forma di prevenzione accessibile a tutti”. Oggi, quali sono le principali convinzioni errate o le fake news che rischiano di allontanare le persone da un’alimentazione davvero sana?
Le fake news più diffuse ruotano attorno all’idea che esistano cibi “miracolosi” o “brucia grassi” e che basti eliminare un singolo alimento per stare meglio: il glutine per chi non è celiaco, i carboidrati la sera, i grassi in generale. Altro mito ricorrente è la “detossificazione”, concetto senza basi fisiologiche, perché il nostro organismo dispone già di fegato e reni per svolgere questa funzione. Molto pericolosa è anche la fissazione su singoli nutrienti – la demonizzazione dello zucchero o l’esaltazione delle proteine – che fa perdere di vista ciò che conta davvero: il pattern alimentare complessivo, la varietà e la regolarità nel tempo. La corretta alimentazione (della cui importanza per la salute sembra essere consapevole il 96% degli italiani, ndr) non è una lista di divieti, ma un equilibrio costruito giorno dopo giorno.
Sempre più persone si informano sull’alimentazione attraverso social network, creator digitali e influencer, dove consigli e mode si mescolano spesso alle evidenze scientifiche. Quale ruolo dovrebbe avere oggi una società scientifica come la SINU per aiutare i cittadini a orientarsi in questo panorama?
Il ruolo della SINU è duplice: da un lato continuare a produrre e aggiornare le evidenze scientifiche di riferimento, dall’altro tradurle in un linguaggio accessibile, capace di competere con la velocità e l’immediatezza dei social. Questo significa investire in comunicazione digitale, collaborare con creator e giornalisti scientifici seri, promuovere il fact-checking su contenuti virali e sostenere l’alfabetizzazione alimentare fin dalla scuola. Non si tratta di demonizzare i social, che possono essere un ottimo strumento di divulgazione, ma di occupare quello spazio con contenuti autorevoli, verificabili e non sponsorizzati da interessi commerciali. La credibilità si costruisce con trasparenza e costanza, non con un singolo comunicato.
Da anni si discute sul numero ideale di pasti nell’arco della giornata. Alla luce delle evidenze scientifiche più recenti, esiste davvero uno schema “migliore” oppure la distribuzione dei pasti dovrebbe adattarsi alle esigenze individuali? E che ruolo possono avere gli spuntini, sempre più diffusi e accessibili in forme diversissime, comprese le cosiddette “merendine”, in un’alimentazione equilibrata?
Le evidenze più recenti indicano che non esiste un numero “magico” di pasti valido per tutti: conta molto di più la qualità e la quantità complessiva di ciò che si mangia nell’arco della giornata rispetto alla sua suddivisione. Detto questo, la regolarità aiuta a controllare fame e scelte alimentari, evitando gli eccessi tipici di chi salta i pasti.
Gli spuntini possono avere un ruolo positivo se aiutano a distribuire meglio l’apporto energetico e a non arrivare affamati al pasto successivo: l’importante è privilegiare frutta, frutta secca non salata, yogurt o piccole porzioni di pane integrale.
Le merendine industriali, spesso ricche di zuccheri, grassi saturi e sale, non vanno demonizzate se consumate occasionalmente, ma non dovrebbero diventare l’abitudine quotidiana, soprattutto per i bambini.
L’aperitivo è diventato per molti italiani un rito sociale, spesso sostitutivo della cena. È possibile conciliare questo momento di convivialità con un’alimentazione sana? Quali accorgimenti consiglierebbe per un aperitivo “intelligente”?
L’aperitivo può convivere benissimo con un’alimentazione equilibrata, a patto di ripensarne i contenuti. Il problema non è il momento conviviale in sé, ma la sua trasformazione in un pasto abbondante e disordinato, spesso accompagnato da più alcol del dovuto. Un aperitivo “intelligente” privilegia verdure crude, bruschette, olive, frutta secca non salata e porzioni contenute di formaggi o affettati, evitando fritti e snack in quantità eccessiva. È importante anche moderare l’alcol, alternandolo con acqua, e non farlo diventare un’abitudine quotidiana. Se l’aperitivo sostituisce davvero la cena, va progettato con la stessa attenzione nutrizionale di un pasto completo.
Il dibattito internazionale ha riacceso i riflettori sul tradizionale modello della piramide alimentare e sulla sua attualità. Al di là delle polemiche, quali sono oggi, secondo le migliori evidenze scientifiche, i principi che dovrebbero guidare le raccomandazioni nutrizionali rivolte alla popolazione? Ritiene che la piramide alimentare resti uno strumento valido o debba essere ripensata?
I principi cardine restano solidi: prevalenza di alimenti vegetali, olio extravergine di oliva come principale fonte di grassi, legumi, formaggi freschi e moderazione nel consumo di carni rosse e processate, zuccheri semplici e sale, insieme a un’adeguata attività fisica quotidiana. La piramide alimentare resta uno strumento didattico utile perché comunica in modo semplice ed efficace le proporzioni tra i gruppi alimentari, ma va affiancata da indicazioni più chiare sullo stile di vita e su tutto ciò che è “al di fuori” delle indicazioni nutrizionali come la convivialità, la stagionalità e l’uso di prodotti locali.
Le proteine vegetali stanno assumendo un ruolo sempre più importante nelle scelte alimentari. Si tratta di una tendenza destinata a consolidarsi? E come possono essere integrate correttamente nella dieta, senza contrapporle necessariamente alle fonti proteiche animali?
È una tendenza solida, sostenuta sia da evidenze sulla salute cardiovascolare e metabolica sia da ragioni di sostenibilità ambientale, e destinata quindi a consolidarsi. Legumi, cereali integrali, frutta secca e semi possono coprire ampiamente il fabbisogno proteico se combinati correttamente nell’arco della giornata, garantendo un profilo aminoacidico completo. Non è necessario né corretto contrapporre proteine vegetali e animali: la strategia più equilibrata è aumentare gradualmente la quota vegetale nella dieta, mantenendo comunque fonti animali di qualità con moderazione, in linea con i principi della dieta mediterranea, che da sempre valorizza i legumi come alimento cardine.
Negli ultimi anni gli alimenti ultra-processati sono diventati uno dei temi più dibattuti nella ricerca nutrizionale. Come dovrebbero comportarsi i consumatori? È corretto considerarli tutti da evitare oppure conta soprattutto la qualità complessiva della dieta?
La categoria degli ultra-processati, definita dalla classificazione NOVA, è molto eterogenea: comprende sia prodotti ricchi di zuccheri, grassi saturi, sale e additivi, sia alimenti utili sul piano pratico e nutrizionale, come legumi in scatola o pane integrale confezionato. Non ha senso quindi demonizzarli tutti indistintamente, ma è corretto limitare quelli a bassa qualità nutrizionale e alto contenuto di zuccheri e grassi aggiunti, che se consumati abitualmente si associano a un aumento del rischio cardiometabolico.
Ciò che conta davvero è il pattern alimentare complessivo: una dieta ricca di alimenti freschi e minimamente processati, in cui gli ultra-processati occupano uno spazio marginale, resta l’obiettivo.
Molte famiglie lamentano il crescente costo dei prodotti freschi, locali e di stagione, mentre gli alimenti industriali risultano spesso più economici e pratici. Quali strategie consiglierebbe per organizzare la spesa in modo sano, sostenibile e compatibile con il budget familiare, e difendersi dall’inflazione alimentare?
La pianificazione è la chiave: un menu settimanale riduce sprechi e acquisti impulsivi. I legumi restano la fonte proteica più economica e nutriente, affiancabili a cereali integrali e verdure di stagione, generalmente più economiche di quelle fuori stagione. Anche i surgelati, spesso sottovalutati, mantengono un ottimo valore nutrizionale a costi contenuti. È utile privilegiare grandi formati per gli alimenti non deperibili, acquistare presso mercati locali o gruppi d’acquisto solidale, e limitare gli snack confezionati, che a parità di spesa offrono generalmente meno nutrienti rispetto ad alimenti semplici. Una spesa sana non è necessariamente più costosa: spesso lo diventa quando si sostituisce con prodotti pronti e ultra-processati.
Il cibo è diventato uno dei motivi di scelta di una destinazione turistica e uno strumento di valorizzazione dei territori. Come valuta questo fenomeno? E quali attenzioni servono per evitare che la crescente “foodification” del turismo finisca per impoverire l’autenticità delle tradizioni gastronomiche?
È un fenomeno potenzialmente molto positivo, perché valorizza filiere locali, piccoli produttori e biodiversità agroalimentare, sostenendo economie territoriali spesso marginali. Il rischio, però, è che la crescente spettacolarizzazione del cibo a fini turistici porti a una standardizzazione dell’offerta e a una perdita di autenticità, trasformando tradizioni gastronomiche complesse in prodotti semplificati e belli solo per i social.
Per evitarlo servono politiche che coinvolgano attivamente le comunità locali e i produttori nella narrazione del territorio, tutelando ricette e materie prime originali anche quando meno “fotogeniche”. Il cibo può essere un potente strumento di valorizzazione culturale, ma solo se resta radicato nella sua funzione identitaria e non diventa mero intrattenimento.
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