Mangiare fuori continua a essere un’abitudine quotidiana, ma non significa più vivere la stessa esperienza. C’è chi cerca un pasto rapido, chi privilegia la convivialità, chi sceglie un locale per la comodità e chi dà più importanza a ciò che vuole nel piatto. E queste differenze diventano ancora più evidenti quando si osservano le diverse generazioni.
Il quadro tracciato nei cinque principali mercati europei – Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna e Italia – appare abbastanza stabile. Nell’anno terminato a giugno 2026 la spesa per il fuori casa è cresciuta dell’1,4%, mentre le visite sono diminuite dello 0,7%. La spesa media per consumatore è invece aumentata del 2,1%, portando il valore complessivo del mercato a 361,2 miliardi di euro, circa 5 miliardi in più rispetto ai dodici mesi precedenti.
È proprio dietro questa apparente stabilità che si intravedono i cambiamenti più interessanti. Non tutte le generazioni mangiano fuori allo stesso modo, e le differenze riguardano la frequenza con cui si frequentano i locali, la scelta dei ristoranti, il rapporto con la tecnologia, l’attenzione alla salute e persino il significato attribuito al tempo trascorso a tavola. È quanto emerge dall’ultima analisi di Circana (società internazionale di ricerca), presentata all’European Foodservice Summit di Madrid lo scorso settembre.
I giovani frequentano di più la ristorazione

Il primo dato sorprendente riguarda la frequenza con cui le diverse generazioni mangiano fuori casa. La Gen Z rappresenta il 16% della popolazione nei cinque mercati analizzati, ma effettua il 39% di visite nella ristorazione in più rispetto a quelle che ci si aspetterebbe considerando la sua presenza demografica. Anche Millennials e Gen X frequentano il fuori casa più di quanto suggerirebbe la loro presenza nella popolazione, senza tuttavia disdegnare l’home tending, ovvero la tendenza a trasformare i propri spazi domestici in luoghi deputati alla socialità.
Il quadro cambia con i Baby Boomer (nati fra il 1935 e il 1964 secondo la classificazione CIRCANA): sono il 29% della popolazione, ma registrano un indice di visite nella ristorazione pari a 60, cioè nettamente inferiore a quello che si avrebbe se la loro presenza nel fuori casa fosse proporzionata alla loro consistenza demografica. In altre parole, generano meno visite di quanto il loro “peso” sulla popolazione farebbe pensare. Una differenza che va oltre la semplice età anagrafica e richiama il ruolo di abitudini, disponibilità di tempo, tecnologia e fase della vita nel modo di vivere il fuori casa.
Anche il rapporto con i ristoranti di marca cambia parecchio da una generazione all’altra. Nel complesso, il 29% della spesa destinata alla ristorazione commerciale viene effettuato in questo segmento. Tra i più giovani, però, la percentuale è ancora più alta: il 40% della spesa della Generazione Alpha nella ristorazione commerciale va a questi locali, così come il 35% di quella di Gen Z e Millennials. La percentuale scende al 24% tra i Gen X e al 16% tra i Baby Boomer. Secondo Circana, familiarità con gli strumenti digitali, delivery (magari sostenibile), rapidità e personalizzazione contribuiscono a spiegare parte di questa distanza.
Gen Z: più attenzione a cosa e quando mangiare
Tra i giovani emerge anche una maggiore attenzione alle abitudini alimentari. Il 12% della Gen Z pratica il digiuno intermittente, contro il 7% della popolazione complessiva; il 24% presta particolare attenzione alle proteine e il 20% sceglie prodotti biologici o naturali. Un altro 13% dichiara di evitare il caffè.
Sono numeri che confermano per i nati fra il 1996 e il 2009 una predilezione verso i prodotti freschi e genuini e raccontano un rapporto con il cibo legato non soltanto a ciò che finisce nel piatto, ma anche a quando, come e perché si mangia. È la stessa generazione che guarda con maggiore attenzione a proteine e ingredienti naturali e mostra anche nuove abitudini nelle occasioni di consumo.
La Generazione Alpha, ancora più giovane (i nati dal 2010 circa in avanti), è invece già fortemente legata ai canali digitali: la sua quota di delivery è 1,3 volte quella media della popolazione e sette volte quella dei Baby Boomer.
Mangiare da soli non è più un tabù?
C’è poi un altro cambiamento che riguarda da vicino la convivialità. Quasi il 60% delle occasioni nella ristorazione coinvolge oggi una o due persone, mentre il consumo in solitaria (il cosiddetto solo dining) rappresenta circa un terzo delle visite legate al pasto principale. E a mangiare da soli non sono soprattutto persone anziane o isolate, come si potrebbe pensare. A trainare questa modalità sono i Millennials (nati fra il 1981 e il 1995), che quando consumano il pasto senza compagnia spendono circa il 70% in più rispetto a quando mangiano in gruppo.
C’è però un particolare: quando sono soli, i consumatori ordinano meno frequentemente piatti come pesce, frutti di mare, pasta o noodles rispetto a quando mangiano insieme ad altre persone. Un segnale che, secondo Circana, potrebbe indicare che menu, porzioni e format della ristorazione non si sono ancora adattati del tutto a questa nuova occasione di consumo.
Per la Gen X il prezzo non è tutto
Anche il modo di affrontare la spesa svela qualcosa. Il 69% della Gen X indica il costo della vita come una preoccupazione, ma quando deve scegliere un ristorante il prezzo non è il primo criterio. Al primo posto c’è l’offerta del prodotto, indicata dal 35%, seguita dalla praticità con il 33%. Il prezzo arriva al 27%.
In altre parole, chi è nato fra il 1965 e il 1980 presta sì attenzione al portafoglio, ma questo non significa cercare sempre l’opzione più economica. La qualità di ciò che viene offerto e la possibilità di rendere più semplice la propria giornata possono avere un peso altrettanto importante.
I Baby Boomer cercano tempo
Se i più giovani spingono verso digitalizzazione, rapidità e nuove occasioni di consumo, i Baby Boomer raccontano un’altra storia. La loro minore presenza nella ristorazione dipende soprattutto dalle occasioni serali, meno frequentate rispetto alle altre generazioni. Quando però scelgono di mangiare fuori, mostrano una maggiore propensione per esperienze più lunghe e conviviali.
In particolare, preferiscono più della media pranzi e cene che durano oltre due ore, mentre il mercato nel suo complesso tende verso occasioni sempre più rapide. Anche qui il dato sui ristoranti di marca è significativo: rappresentano appena il 16,1% della spesa dei Baby Boomer, contro il 29% del mercato complessivo.
Non esiste più un solo modo di mangiare fuori
La fotografia scattata da Circana restituisce quindi un mercato che, visto dall’esterno, sembra quasi fermo e che invece cambia rapidamente al suo interno. C’è chi cerca rapidità e ordina dallo smartphone, chi presta più attenzione alle proteine o agli ingredienti, chi mangia sempre più spesso da solo e chi, al contrario, quando esce vuole soprattutto sedersi a tavola e avere più tempo per godersi il momento.
Ed è forse proprio questo il dato su cui riflettere: l’età da sola non basta più a spiegare come mangiamo fuori casa. Circana invita infatti a distinguere tra comportamenti realmente legati a una generazione e abitudini che, a partire dai più giovani, potrebbero diventare comuni a una parte sempre più ampia della popolazione. Digitalizzazione, personalizzazione e attenzione al benessere potrebbero quindi non essere soltanto fenomeni “da giovani”, ma anticipazioni di come cambierà il nostro rapporto con la ristorazione negli anni a venire.
Immagine di copertina di: DavideAngelini/shutterstock