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Ulivi e genetica: ricerche e nuove varietà resistenti a parassiti e patologie

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L’olivicoltura da anni è minacciata dai cambiamenti climatici, ai quali spesso si associa la diffusione di patologie e parassiti, tanto che si è parlato più volte di una vera e propria crisi. In questo contesto non certo rassicurante, poche fitopatie hanno modificato il paesaggio agricolo europeo quanto la Xylella fastidiosa. Da quando il batterio è stato individuato negli oliveti del Salento nel 2013, milioni di piante sono state colpite dalla Sindrome del disseccamento rapido dell’olivo (Olive Quick Decline Syndrome, OQDS), trasformando profondamente uno dei territori simbolo dell’olivicoltura mediterranea e danneggiando un’intera economia. Ma come sta rispondendo la ricerca e perché la genetica è considerata una  delle principali risorse per la difesa dell’olivicoltura? Facciamo il punto, considerando gli studi e le ultime novità del settore.

La Xylella ha cambiato per sempre l’olivicoltura mediterranea

olio d'oliva
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Oltre alla perdita di milioni di alberi, la diffusione della Xylella ha avuto conseguenze economiche, ambientali e sociali. Il rapido disseccamento degli ulivi, infatti, ha causato la riduzione della produzione di olive e olio, l’aumento dei costi di gestione, un grave danno alla biodiversità e profonde modifiche al paesaggio rurale. Secondo l’EFSA, Xylella fastidiosa rappresenta ancora oggi uno dei patogeni vegetali più pericolosi per l’agricoltura europea, in grado di infettare centinaia di specie vegetali e trasmissibile da insetti vettori che si nutrono della linfa dello xilema (linfa grezza o ascendente, composta principalmente da acqua e sali minerali necessari per i processi vitali della pianta). Il temuto batterio colonizza i vasi dello xilema, compromettendo progressivamente il trasporto di acqua e nutrienti. Il risultato è il disseccamento di rami e chioma che, nelle piante più sensibili, può condurre alla morte dell’olivo nel giro di pochi anni.

Dalla lotta al batterio alla ricerca di alberi tolleranti

Nei primi anni successivi alla comparsa della Xylella, l’attenzione della ricerca si è concentrata soprattutto sul contenimento dell’epidemia, e quindi su monitoraggio, controllo degli insetti vettori, eradicazione delle piante infette e sorveglianza fitosanitaria. Con il passare del tempo, tuttavia, gli scienziati hanno iniziato a chiedersi se esistessero varietà di olivo naturalmente più resistenti. La risposta è arrivata grazie a numerosi studi coordinati dal Consiglio nazionale delle Ricerche, dall’Università di Bari Aldo Moro e da altri istituti italiani ed europei. È così emerso che alcune cultivar, pur non impedendo completamente l’infezione, riescono a convivere con il batterio, limitandone gli effetti sulla pianta. In particolare, le cultivar Leccino e Favolosa hanno dimostrato una maggiore tolleranza rispetto a varietà tradizionali molto diffuse nel Salento, come Ogliarola salentina e Cellina di Nardò. Gli studi, tra i quali uno pubblicato nel 2024 su Journal of Pest Science, hanno mostrato che queste varietà presentano una minore concentrazione del batterio nei tessuti e sviluppano sintomi significativamente meno gravi, riuscendo a mantenere la produttività anche in aree dove la Xylella è ormai endemica.

Va sottolineato che nel linguaggio comune si parla spesso di “olivi resistenti”, ma dal punto di vista scientifico questa definizione richiede una precisazione importante. Le cultivar oggi disponibili non sono infatti immuni alla Xylella. Più correttamente, vengono definite tolleranti, perché possono essere infettate dal batterio ma sviluppano sintomi molto più contenuti, continuando a vegetare e a produrre olive. Questa distinzione è fondamentale, e come ricorda l’EFSA allo stato attuale delle conoscenze non esistono varietà completamente resistenti alla Xylella, mentre sono disponibili solide evidenze scientifiche sulla diversa risposta delle cultivar all’infezione.

Oltre l’emergenza: una nuova fase della ricerca dalla selezione varietale alla genomica

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La scoperta della tolleranza di alcune varietà ha rappresentato un passaggio decisivo, ma anche un cambio di prospettiva. Oggi la ricerca non punta soltanto a convivere con la Xylella, bensì a comprendere quali caratteristiche genetiche rendano alcune piante più resilienti rispetto ad altre. In sostanza, l’obiettivo è utilizzare queste conoscenze per sviluppare nuovi materiali vegetali capaci di affrontare non solo questo batterio, ma anche altre importanti fitopatie e i principali parassiti che minacciano l’olivicoltura mediterranea. È proprio su questo fronte che, negli ultimi anni, la genetica vegetale e le moderne tecnologie genomiche stanno aprendo scenari che fino a poco tempo fa sembravano irraggiungibili.

Comprendere che cultivar diverse possono reagire in maniera molto differente alla Xylella ha aperto una prospettiva che va ben oltre l’emergenza pugliese. Se alcune piante riescono a tollerare meglio un patogeno, infatti, significa che nel loro patrimonio genetico esistono caratteristiche capaci di influenzare la risposta all’infezione. Individuarle e favorirne la presenza nelle future varietà rappresenta oggi uno degli obiettivi più interessanti del miglioramento genetico dell’olivo. Da millenni, del resto, l’agricoltura seleziona le piante con le caratteristiche più favorevoli e le incrocia per ottenere nuove varietà. La genomica permette però di compiere questa selezione in maniera molto più mirata. In questo senso, il sequenziamento del genoma dell’olivo e lo studio delle differenze genetiche tra cultivar consentono di cercare geni e marcatori associati alla tolleranza alle malattie, alla siccità e ad altri stress.

Attraverso la selezione assistita da marcatori molecolari, i ricercatori possono quindi individuare già nelle giovani piante i caratteri potenzialmente interessanti, senza dover attendere necessariamente molti anni per valutarli in pieno campo. Per una specie arborea come l’olivo, il vantaggio può essere considerevole, dal momento che il miglioramento genetico convenzionale richiede tempi particolarmente lunghi, perché tra un incrocio e la valutazione agronomica completa della progenie possono trascorrere anni. Proprio per questo, i programmi di ricerca sulla Xylella stanno combinando incrocio tradizionale, caratterizzazione del germoplasma, marcatori molecolari e biotecnologie. Il CNR-IPSP sta lavorando anche all’ottimizzazione di protocolli di trasformazione genetica e rigenerazione dell’olivo, finalizzati allo studio e all’ottenimento di genotipi resistenti alla Xylella.

Non soltanto Leccino e Favolosa

Leccino e Favolosa (FS-17) rappresentano oggi i riferimenti più conosciuti quando si parla di ricostruzione degli oliveti nelle zone infette, ma limitare il futuro dell’olivicoltura a due sole cultivar sarebbe rischioso. La ricerca sta quindi valutando un patrimonio genetico molto più ampio, per trovare genotipi che possano combinare tolleranza alla Xylella, produttività, qualità dell’olio e adattamento alle differenti condizioni pedoclimatiche. Si tratta di un aspetto decisivo, perché una varietà agronomicamente valida non deve semplicemente sopravvivere al batterio, ma deve produrre quantità adeguate di olive, garantire oli di qualità, adattarsi al territorio e mantenere caratteristiche compatibili con le esigenze della filiera.
La biodiversità dell’olivo, da questo punto di vista, diventa una vera assicurazione biologica. Il patrimonio varietale mediterraneo comprende centinaia di cultivar e numerosi genotipi locali, alcuni dei quali potrebbero possedere caratteristiche ancora poco studiate. Conservare collezioni varietali e banche del germoplasma, pertanto, è fondamentale per preservare una biblioteca genetica, dalla quale attingere per affrontare le fitopatie presenti e quelle che potrebbero emergere in futuro.

Olivicoltura e genetica: come nasce una pianta più resiliente

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La ricerca, in altri termini, punta a creare nuove piante capaci di coniugare resistenza alle malattie, qualità dell’olio e adattamento ai cambiamenti climatici. Attraverso programmi  condotti da università, enti di ricerca e vivai specializzati, vengono selezionati e incrociati genotipi con caratteristiche complementari, valutando per diversi anni il comportamento delle giovani piante in condizioni controllate e direttamente in oliveto. Inoltre, le moderne tecniche di analisi del DNA consentono di individuare precocemente i genotipi più promettenti, riducendo tempi e costi rispetto ai metodi tradizionali. L’obiettivo di questo lavoro è ampliare il numero di varietà resilienti disponibili, così da offrire agli olivicoltori soluzioni adatte ai diversi territori e preservare, allo stesso tempo, la ricchezza genetica dell’olivicoltura italiana. In questo percorso collaborano numerosi istituti di ricerca, tra cui il CNR – Istituto per la Protezione sostenibile delle piante (IPSP), il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA) e diverse università italiane, impegnati nello studio delle basi genetiche della tolleranza ai patogeni e nello sviluppo di nuove strategie di miglioramento varietale.

Editing genomico: una possibilità, non ancora la soluzione

Ancora più innovativa è la prospettiva offerta dal genome editing, di cui CRISPR/Cas è la tecnologia più conosciuta. A differenza degli incroci tradizionali, queste tecniche permettono di intervenire in punti specifici del DNA, per esempio inattivando o modificando un gene coinvolto nella suscettibilità a una malattia. In teoria, una volta individuati i meccanismi genetici che consentono a determinate cultivar di tollerare meglio la Xylella, il genome editing potrebbe contribuire a introdurre alcuni di questi caratteri in altre varietà di interesse agronomico.

Tuttavia, oggi non esiste un olivo commerciale ottenuto tramite CRISPR e resistente alla Xylella pronto per essere piantato. Nell’olivo esistono inoltre difficoltà tecniche specifiche, a cominciare dalla rigenerazione di una pianta completa dopo la modificazione delle cellule. Proprio per superare questi ostacoli, sono in corso ricerche sui protocolli di coltura in vitro, embriogenesi somatica e trasformazione genetica. Il genome editing, pertanto, rappresenta una prospettiva promettente, ma ancora prevalentemente sperimentale per questa coltura. La ricerca genetica applicata all’olivo, almeno nel breve periodo, continuerà probabilmente a basarsi soprattutto sull‘integrazione tra incrocio, selezione varietale, genomica e marcatori molecolari.

L’Europa cambia le regole sulle nuove tecniche genomiche

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Anche il quadro legislativo sta cambiando rapidamente, dato che nel giugno 2026 Parlamento europeo e Consiglio hanno adottato definitivamente le nuove norme europee sulle New Genomic Techniques (NGT), introducendo un regime distinto rispetto alla normativa che per anni aveva ricondotto anche il genome editing nell’ambito degli OGM. Il nuovo Regolamento (UE) 2026/1388, entrato in vigore il 16 luglio 2026 e applicabile dal 17 luglio 2028, distingue due categorie:

Per l’olivicoltura si tratta potenzialmente di un cambiamento importante. Se in futuro la ricerca riuscisse a utilizzare il genome editing per ottenere piante più resistenti ai patogeni o meglio adattate alla siccità e alle alte temperature, il nuovo quadro europeo potrebbe facilitarne il percorso verso l’impiego agricolo. Ciò non significa però che nuove varietà di olivo geneticamente editate arriveranno rapidamente negli oliveti, perché i tempi biologici della specie, la sperimentazione agronomica e la necessità di verificare stabilità e qualità dei caratteri rimangono passaggi imprescindibili.

Non solo Xylella

L’interesse per la genetica non riguarda esclusivamente il batterio che ha devastato gli oliveti pugliesi, perché l’olivo è esposto a numerosi patogeni e parassiti, alcuni dei quali potrebbero diventare ancora più problematici con il cambiamento climatico e la globalizzazione degli scambi.
Tra le malattie più importanti possiamo citare la verticillosi, provocata dal fungo Verticillium dahliae, un patogeno del terreno capace di colonizzare il sistema vascolare della pianta e causare deperimento e disseccamenti. Anche in questo caso esistono differenze di suscettibilità tra cultivar, che rendono la selezione genetica uno degli strumenti potenzialmente più interessanti nell’ambito di una strategia di difesa integrata.
Un altro problema storico dell’olivicoltura mediterranea è l’occhio di pavone, causato dal fungo Venturia oleaginea (tradizionalmente indicato come Spilocaea oleagina), responsabile delle caratteristiche macchie circolari sulle foglie e, nei casi più gravi, di intense defogliazioni. Anche in questo caso, le differenze nella suscettibilità varietale possono essere sfruttate nei programmi di miglioramento genetico.

Più complesso è il caso della mosca dell’olivo (Bactrocera oleae), il principale insetto carpofago della coltura in molte aree mediterranee. In questo caso non si può parlare semplicemente di varietà resistenti, ma alcune caratteristiche genetiche e morfologiche del frutto possono influenzare la suscettibilità agli attacchi. Comprendere questi meccanismi potrebbe contribuire, insieme alla lotta biologica, al monitoraggio e alla gestione integrata, a ridurre la dipendenza dagli insetticidi.

La genetica non sostituirà l’agronomia

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Alla luce di quanto le ricerche stanno evidenziando, sarebbe comunque sbagliato immaginare che una nuova varietà possa risolvere da sola tutti i problemi fitosanitari dell’olivicoltura. Anche una pianta geneticamente più tollerante, infatti, rimane inserita in un ecosistema nel quale interagiscono patogeni, insetti vettori, clima, suolo e pratiche agricole. Nel caso della Xylella, per esempio, l’impiego di cultivar tolleranti non elimina la necessità di monitorare il batterio e controllare le popolazioni degli insetti vettori. Allo stesso modo, contro funghi e parassiti la resistenza genetica deve inserirsi in strategie di difesa integrata. La genetica può però modificare radicalmente il punto di partenza, in quanto una pianta meno suscettibile richiede potenzialmente meno interventi, sopporta meglio l’infezione e può contribuire a rendere l’oliveto più resiliente. In prospettiva, combinare resistenza alle malattie, adattamento alla siccità e tolleranza alle alte temperature potrebbe diventare uno degli obiettivi centrali del miglioramento genetico dell’olivo mediterraneo.

Preservare anche la diversità dell’olivicoltura

Resta infine una questione che va oltre la produttività, perché l’olivicoltura italiana è caratterizzata da un patrimonio varietale straordinariamente ricco, legato a territori, paesaggi e oli con caratteristiche sensoriali differenti. Rispondere alle emergenze fitosanitarie restringendo eccessivamente il numero delle cultivar coltivate potrebbe aumentare l’uniformità genetica e, paradossalmente, creare nuove vulnerabilità. L’impegno dell’olivicoltura e della ricerca dovrà quindi essere quello di ottenere piante più resilienti senza impoverire la biodiversità. Le cultivar locali, le collezioni di germoplasma e persino genotipi oggi scarsamente coltivati possono contenere caratteri preziosi per il miglioramento genetico futuro. L’incontro tra biodiversità tradizionale e tecnologie moderne potrebbe quindi rappresentare una delle strade percorrere nei prossimi anni, per conservare il patrimonio genetico costruito in secoli di olivicoltura e, contemporaneamente, utilizzare genomica, selezione assistita e nuove biotecnologie per renderlo capace di affrontare Xylella, nuovi parassiti e un clima sempre più difficile.

 

Immagine di copertina di: Esin Deniz/shutterstock

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