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Cetrangolo: l’agrume semi sconosciuto che cresce in Abruzzo da oltre 400 anni

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Quando si parla di agrumi italiani, il pensiero corre immediatamente ai limoni della Costiera Amalfitana, alle arance rosse siciliane o ai cedri calabresi. Eppure, lungo un piccolo tratto della costa abruzzese sopravvive da secoli un frutto quasi sconosciuto al grande pubblico, capace di raccontare una storia fatta di tradizione, biodiversità e identità territoriale.

Si chiama cetrangolo ed è uno degli agrumi più particolari d’Italia. Coltivato da oltre quattro secoli lungo la Costa dei Trabocchi, tra Ortona e Fossacesia, questo frutto è rimasto per lungo tempo confinato agli orti familiari e alle produzioni locali, lontano dai circuiti commerciali che hanno premiato varietà più dolci e facilmente vendibili. Oggi, però, il cetrangolo sta vivendo una nuova stagione di interesse grazie al lavoro di associazioni, produttori e chef che ne stanno riscoprendo il valore gastronomico e culturale.

Cos’è il cetrangolo?

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A prima vista potrebbe essere scambiato per un’arancia, ma basta assaggiarlo per capire che ci troviamo di fronte a qualcosa di molto diverso. Il cetrangolo è una particolare varietà di arancio amaro, caratterizzata da un sapore intenso e pungente, una grande quantità di semi e una buccia particolarmente aromatica. A renderlo riconoscibile contribuiscono anche alcune peculiarità botaniche: il picciolo alato, le foglie profumate e soprattutto le lunghe spine presenti sui rami della pianta.

In Abruzzo viene spesso chiamato “melaragn” o “melarancia” nel dialetto locale, un nome che richiama l’antica tradizione agricola della zona. Non è un frutto pensato per essere consumato come un’arancia da tavola: la polpa è aspra, il succo poco adatto alla spremitura e il gusto decisamente più intenso rispetto agli agrumi comuni. È proprio questa sua natura “selvatica” ad averne limitato per decenni la diffusione commerciale.

Un agrume che cresce tra mare e colline

Uno degli aspetti più affascinanti del cetrangolo riguarda il luogo in cui viene coltivato. La sua patria è la Costa dei Trabocchi, uno dei tratti più suggestivi del litorale adriatico, caratterizzato dalla presenza delle antiche macchine da pesca in legno che danno il nome alla zona. Qui esiste un microclima particolarmente favorevole alla coltivazione degli agrumi, nonostante ci si trovi molto più a nord rispetto alle tradizionali aree agrumicole italiane.

Tra Ortona, Rocca San Giovanni e Fossacesia, gli agrumeti si affacciano sul mare Adriatico beneficiando dell’azione mitigatrice delle correnti marine e della protezione delle colline retrostanti. In questo stretto lembo di terra, lungo circa undici chilometri, prosperano da secoli arance, limoni, mandarini, cedri e naturalmente il cetrangolo.

Si tratta di un paesaggio agricolo unico nel suo genere, dove gli agrumi convivono con uliveti, vigneti e piccoli borghi marinari creando uno scenario che sorprende chi associa l’Abruzzo esclusivamente alla montagna o alla pastorizia.

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Le origini: tra storia e leggenda

Le origini esatte del cetrangolo restano in parte avvolte nel mistero. Secondo alcune ricostruzioni storiche, gli agrumi arrivarono lungo la costa abruzzese nel XVII secolo grazie ai commerci marittimi che collegavano l’Adriatico alle principali rotte mediterranee. Un’altra ipotesi lega la diffusione delle prime piante alla presenza di comunità sefardite che si stabilirono lungo questo tratto di costa dopo le espulsioni dalla Penisola Iberica.

Ciò che appare certo è che il cetrangolo è presente in Abruzzo da almeno quattro secoli e che nel tempo si è perfettamente adattato alle condizioni ambientali della Costa dei Trabocchi. A differenza di molte altre varietà agrumicole moderne, selezionate per privilegiare dolcezza e resa commerciale, questo frutto ha conservato le proprie caratteristiche originarie, mantenendo un’identità unica.

Perché rischiava di scomparire

Per gran parte del Novecento il cetrangolo è stato considerato un agrume “minore”. La sua elevata acidità, la presenza di numerosi semi e la difficoltà di consumarlo fresco lo rendevano poco competitivo rispetto alle arance provenienti dal Sud Italia, più dolci e facilmente commerciabili. Dopo la Seconda guerra mondiale molte coltivazioni vennero progressivamente abbandonate e il rischio di perdere questa varietà diventò concreto.

Come accaduto per numerose cultivar locali italiane, la modernizzazione dell’agricoltura favorì poche varietà standardizzate, relegando il cetrangolo a una presenza marginale negli orti familiari e nelle campagne della costa chietina.

La riscoperta del cetrangolo

Negli ultimi anni la situazione è cambiata. Grazie al lavoro di associazioni territoriali e produttori locali, il cetrangolo è stato progressivamente recuperato e valorizzato. L’attenzione crescente verso la biodiversità agricola e i prodotti identitari ha contribuito a riportare alla luce questo agrume, oggi inserito tra le eccellenze agroalimentari del territorio e legato alle iniziative di tutela degli agrumi della Costa dei Trabocchi.

Il recupero non riguarda soltanto la coltivazione, ma anche la costruzione di una narrazione culturale che lega il frutto alla storia delle comunità locali e al paesaggio costiero abruzzese.

Come viene utilizzato in cucina

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Se consumato fresco il cetrangolo può risultare troppo aspro per molti palati. È nella trasformazione che esprime al meglio le proprie qualità. La scorza, particolarmente profumata e ricca di oli essenziali, è utilizzata per la produzione di marmellate, confetture e canditi. Sempre più aziende la impiegano inoltre nella preparazione di liquori, gin artigianali e distillati che valorizzano le note aromatiche dell’agrume.

In passato la sua buccia veniva impiegata anche per aromatizzare alcuni salumi tipici abruzzesi, in particolare le salsicce di fegato e altre preparazioni della tradizione norcina locale. Un utilizzo che testimonia il forte legame tra agricoltura e gastronomia nella cultura della Costa dei Trabocchi.

Oggi diversi chef stanno sperimentando il cetrangolo in dessert, gelati, sorbetti e piatti di pesce, sfruttandone l’intensità aromatica per creare ricette capaci di raccontare il territorio.

Un simbolo della biodiversità abruzzese

La storia del cetrangolo va oltre il semplice interesse gastronomico. In un’epoca in cui l’agricoltura tende spesso all’omologazione, questo piccolo agrume rappresenta un esempio concreto di biodiversità coltivata. La sua sopravvivenza dimostra quanto sia importante preservare varietà locali che rischiano di scomparire sotto la pressione delle produzioni industriali.

Ogni frutto custodisce infatti una parte della storia di un territorio, delle sue comunità e delle conoscenze tramandate nel corso delle generazioni. Nel caso del cetrangolo, questa storia parla di mare, di agrumeti affacciati sull’Adriatico e di una costa che continua a custodire tradizioni agricole uniche in Italia.

 

Per molti il cetrangolo resta ancora un nome sconosciuto. Eppure questo antico agrume della Costa dei Trabocchi rappresenta una delle espressioni più autentiche della biodiversità abruzzese. Aspro, profumato e lontano dagli standard commerciali, ha saputo resistere per oltre quattro secoli conservando intatta la propria identità. Oggi, grazie al lavoro di recupero portato avanti da produttori e associazioni locali, il cetrangolo sta tornando protagonista. Non come semplice curiosità botanica, ma come simbolo di un territorio che continua a valorizzare le proprie radici attraverso il cibo, l’agricoltura e la memoria.

 

Immagine in evidenza: zcebeci/shutterstock

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