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Pesce d’allevamento e mangimi: i passi avanti dell’acquacoltura verso la sostenibilità e la qualità dei prodotti

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Quando si parla di pesce d’allevamento, a dominare il dibattito sono spesso luoghi comuni, fake news e dubbi di diverso genere. Tra i più diffusi, c’è l’idea che allevare pesci significhi inevitabilmente consumare enormi quantità di pescato selvatico per produrre i mangimi, con il risultato paradossale di aggravare la pressione sugli ecosistemi marini, anziché ridurla. La realtà descritta dalla ricerca scientifica, però, è molto più articolata. Ma come stanno le cose e quali sono stati i progressi rispetto alla sostenibilità dell’acquacoltura? Cerchiamo di saperne di più, considerando gli studi su questo settore e la situazione in Italia.

Acquacoltura: per nutrire il pianeta non si può farne a meno

pescivendolo che vende salmone a una signora
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Negli ultimi trent’anni l’acquacoltura è diventata uno dei comparti alimentari a più rapida crescita al mondo, fino a rappresentare oggi una componente essenziale per la sicurezza alimentare globale. Secondo il rapporto The State of World Fisheries and Aquaculture 2024 della FAO, nel 2022 la produzione mondiale di animali acquatici proveniente dagli allevamenti ha raggiunto 94,4 milioni di tonnellate, superando per la prima volta quella della pesca di cattura. Oggi oltre la metà degli animali acquatici destinati all’alimentazione umana proviene dall’acquacoltura, un cambiamento storico che testimonia come il settore sia ormai indispensabile per soddisfare una domanda in costante crescita. Inoltre, la FAO ha sottolineato che più di 3 miliardi di persone ricavano almeno il 20% del proprio apporto di proteine animali da pesci e altri alimenti acquatici. Pertanto, è ormai evidente che in un contesto caratterizzato dall’aumento della popolazione mondiale e dalla crescente pressione sugli ecosistemi marini, affidarsi esclusivamente alla pesca sarebbe semplicemente impossibile.

L’Italia punta sull’acquacoltura sostenibile

Anche in Italia l’acquacoltura rappresenta un comparto strategico per la produzione di alimenti di origine marina, a fronte di consumi in crescita. Secondo i dati del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste e dell’Ispra, il nostro Paese è tra i principali produttori europei di specie come trota iridea, spigola, orata, cozze e vongole, con una filiera che coinvolge centinaia di imprese distribuite lungo le coste e nelle acque interne. La ricerca italiana ha investito in modo significativo nello sviluppo di mangimi sempre più sostenibili, e in questo senso università, centri di ricerca e aziende del settore stanno sperimentando l’impiego di microalghe, farine di insetti, proteine ottenute da fermentazione e sottoprodotti dell’industria agroalimentare, con l’obiettivo di ridurre ulteriormente la dipendenza dalle risorse ittiche selvatiche, senza compromettere il benessere degli animali allevati e la qualità nutrizionale del prodotto finale. Un ruolo importante è svolto dai programmi europei finanziati nell’ambito di Horizon Europe e del Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura (EMFAF), che sostengono progetti dedicati all’innovazione tecnologica e alla sostenibilità della cosiddetta Blue Economy.
Per un Paese come l’Italia, caratterizzato da un elevato consumo di prodotti ittici ma da una disponibilità limitata di risorse di pesca, sviluppare un’acquacoltura sempre più efficiente e sostenibile rappresenta quindi non solo una scelta ambientale, ma anche una leva strategica per rafforzare la sicurezza alimentare, valorizzare le produzioni nazionali e ridurre la dipendenza dalle importazioni.

Le limitazioni della pesca sono indispensabili per gli equilibri ecologici e il recupero degli stock ittici

La produzione ittica mondiale proveniente dalla pesca è sostanzialmente stabile da oltre trent’anni e questo non dipende da una diminuzione della domanda, ma dai limiti biologici degli ecosistemi marini. A questo proposito, la FAO ha sottolineato che molti stock ittici sono gestiti in modo sostenibile, mentre altri risultano ancora sovrasfruttati e richiedono una gestione sempre più attenta. In altre parole, gli oceani non possono aumentare indefinitamente la quantità di pesce disponibile senza compromettere gli equilibri ecologici. È proprio per questo motivo che la cosiddetta Blue Transformation, promossa sempre dalla FAO, individua nell’acquacoltura sostenibile uno dei principali strumenti per garantire l’approvvigionamento alimentare del futuro, purché accompagnata da innovazione, ricerca e una gestione responsabile delle risorse. L’obiettivo, quindi, non è sostituire la pesca tradizionale, che continuerà a svolgere un ruolo fondamentale, ma integrare le due attività, in modo da ridurre la pressione sugli stock selvatici e assicurare una produzione stabile di alimenti ad alto valore nutrizionale.

Il vero cambiamento è avvenuto nei mangimi

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Gran parte delle critiche rivolte all’acquacoltura, tuttora diffuse, nascono da come venivano formulati i mangimi negli anni Ottanta e Novanta. In quel periodo, infatti, specie carnivore come salmone, trota o spigola richiedevano elevate quantità di farina e olio di pesce ottenuti da piccoli pesci pelagici, come acciughe, sardine o aringhe. Da qui è nata la convinzione che per produrre un chilogrammo di pesce allevato fosse necessario pescarne molti di più.
Negli ultimi vent’anni, tuttavia, la formulazione dei mangimi è cambiata profondamente. Oggi farine vegetali, proteine derivate da legumi, oli vegetali, sottoprodotti della lavorazione del pesce, lieviti, microalghe e nuove materie prime innovative hanno progressivamente ridotto la dipendenza dalle tradizionali farine di pesce. Secondo l’IFFO – The Marine Ingredients Organisation, la quantità di pesce destinata alla produzione di farine e oli ha raggiunto il proprio massimo negli anni Novanta e si è progressivamente ridotta. Parallelamente, è aumentato l’utilizzo dei sottoprodotti derivanti dalla lavorazione del pesce destinato all’alimentazione umana, che oggi rappresentano una quota crescente delle materie prime impiegate dall’industria mangimistica.

Falsità ed esagerazioni sui consumi dell’acquacoltura

Tra le affermazioni più diffuse c’è la credenza secondo la quale allevare pesci significherebbe consumare più pesce selvatico di quanto se ne produca. Se questa affermazione era in parte fondata diversi decenni fa per alcune specie allevate con le tecnologie dell’epoca, oggi non descrive più la situazione reale dell’acquacoltura contemporanea.
Per valutare questo aspetto, gli studiosi utilizzano il cosiddetto Fish In – Fish Out (FIFO), un indicatore che confronta la quantità di pesce impiegata nei mangimi con quella ottenuta attraverso l’allevamento. Negli ultimi anni questo parametro è stato profondamente rivisto, perché il semplice peso del pesce utilizzato non tiene conto dell’impiego crescente di sottoprodotti della trasformazione alimentare né del diverso valore nutrizionale delle materie prime.
Seguendo questa nuova ottica, una recente analisi sostenuta dall’IFFO propone infatti un approccio più evoluto, denominato economic Fish In – Fish Out (eFIFO), che considera anche l’origine degli ingredienti e il loro valore economico e nutrizionale. I risultati mostrano che la maggior parte delle specie allevate analizzate è oggi produttrice netta di biomassa ittica, mentre salmoni e trote risultano sostanzialmente in equilibrio tra risorse marine impiegate e produzione ottenuta. Pur restando importante continuare a migliorare la sostenibilità dei mangimi e la gestione delle risorse marine, è quindi chiaro che l’idea secondo cui l’acquacoltura impoverisce i mari per produrre pesce allevato non rappresenta il quadro reale della maggior parte degli allevamenti moderni.

Ovviamente, ciò non significa che tutti gli allevamenti siano uguali o che le criticità siano state completamente superate. Esistono ancora differenze rilevanti tra specie allevate, tecniche produttive e sistemi di alimentazione. Tuttavia, la direzione intrapresa dalla ricerca e dall’industria è chiara: ridurre progressivamente la dipendenza dalle risorse ittiche selvatiche senza compromettere la qualità nutrizionale del pesce destinato ai consumatori. Ed è proprio attraverso i mangimi di nuova generazione che si sta esprimendo l’innovazione determinante per il futuro dell’acquacoltura sostenibile.

Verso un’innovazione strutturale nei mangimi per ridurre l’impatto ambientale del settore

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La sostenibilità dell’acquacoltura si gioca oggi soprattutto nella composizione dei mangimi. L’obiettivo della ricerca non è eliminare completamente farine e oli di pesce, che rimangono preziose fonti di nutrienti, ma utilizzarli in modo sempre più efficiente e sostituirne una parte con ingredienti alternativi capaci di garantire crescita, benessere animale e qualità nutrizionale. Le principali innovazioni riguardano l’impiego di proteine vegetali ottenute da soia, pisello, favino e colza, ma anche di lieviti, batteri coltivati per fermentazione, farine di insetti, microalghe e sottoprodotti dell’industria agroalimentare. A conferma di questo, una revisione pubblicata su Reviews in Aquaculture ha evidenziato come molte di queste materie prime abbiano ormai raggiunto un elevato grado di maturità tecnologica e possano contribuire a ridurre ulteriormente la dipendenza dalle risorse marine, pur presentando ancora limiti economici o produttivi in alcuni casi.

Tra le soluzioni più promettenti figurano poi le microalghe, naturalmente ricche di acidi grassi omega-3 a lunga catena (EPA e DHA). A differenza degli oli vegetali tradizionali, che ne sono quasi privi, queste colture consentono di mantenere il profilo nutrizionale del pesce allevato senza aumentare la pressione sulla pesca destinata alla produzione di olio di pesce. Secondo un’altra review specifica sulle microalghe, i progressi nelle tecnologie di fermentazione stanno contribuendo a ridurre i costi di produzione, rendendo queste soluzioni sempre più competitive.

Gli omega-3 restano un obiettivo prioritario

Oltre all’impatto ambientale e al consumo di risorse, un altro dei dubbi più frequenti riguarda la qualità nutrizionale del pesce allevato: se nei mangimi diminuisce la quota di ingredienti marini, diminuiscono anche gli omega-3? La risposta è più articolata di quanto possa sembrare. Negli anni passati, la maggiore presenza di oli vegetali nei mangimi ha effettivamente determinato una riduzione del contenuto di EPA e DHA in alcune specie allevate, in particolare nel salmone atlantico. Per questo motivo, la ricerca si è orientata verso nuove fonti di questi acidi grassi essenziali, come microalghe e oli ottenuti mediante fermentazione, che permettono di reintegrare gli omega-3 senza ricorrere esclusivamente alle tradizionali risorse marine, come precisa la pubblicazione citata nel paragrafo precedente. L’obiettivo non è soltanto garantire una crescita efficiente degli animali allevati, ma preservare anche il valore nutrizionale del pesce destinato al consumo umano, uno degli aspetti che rende gli alimenti acquatici particolarmente importanti in una dieta equilibrata.

Economia circolare: un cambio di prospettiva

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Un’altra trasformazione significativa riguarda l’utilizzo dei sottoprodotti. Oggi una quota crescente della farina e dell’olio di pesce non deriva da catture dedicate esclusivamente alla mangimistica, ma dagli scarti della lavorazione del pesce destinato all’alimentazione umana. Nello specifico si tratta di teste, lische, ritagli e altre parti che in passato venivano spesso scartate. Questo approccio consente di valorizzare biomasse già disponibili, riducendo gli sprechi e migliorando l’efficienza complessiva della filiera. In tal senso, l’IFFO – The Marine Ingredients Organisation ha evidenziato come l’impiego dei sottoprodotti sia aumentato costantemente negli ultimi anni e rappresenti ormai una componente fondamentale dell’economia circolare applicata all’acquacoltura. Parallelamente, anche la valutazione della sostenibilità dei mangimi sta evolvendo e accanto ai tradizionali indicatori FIFO vengono proposti modelli più completi, che considerano l’intero ciclo di vita degli ingredienti e il loro reale contributo alla produzione alimentare. Recentemente, abbiamo approfondito il caso di un’azienda lattiero-casearia del Sud Italia, che grazie alla tecnologia rappresenta un esempio virtuoso di sistema circolare chiuso.

Le criticità esistono ancora

Riconoscere i progressi dell’acquacoltura non significa ignorarne le criticità che il settore deve ancora affrontare. Alcune specie carnivore mantengono infatti un fabbisogno relativamente elevato di ingredienti marina, mentre la disponibilità globale di farine e oli di pesce resta limitata. Inoltre, l’espansione delle materie prime vegetali richiede attenzione agli impatti indiretti, come il consumo di suolo, l’uso di fertilizzanti e la sostenibilità delle filiere agricole. A questo proposito, anche una recente ricerca pubblicata su Nature Food invita a evitare semplificazioni. Gli autori osservano che, per alcune specie come il salmone, una quota del pesce oggi destinato ai mangimi potrebbe teoricamente essere impiegata direttamente nell’alimentazione umana, aumentando la disponibilità complessiva di nutrienti. Lo studio non mette però in discussione il ruolo dell’acquacoltura, bensì sottolinea la necessità di ottimizzare ulteriormente l’impiego delle risorse marine e di incrementare l’utilizzo di sottoprodotti e ingredienti alternativi.

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Questo dimostra come il confronto scientifico sia molto più articolato rispetto alle contrapposizioni che spesso caratterizzano il dibattito pubblico e i social. Un altro errore frequente consiste nel considerare l’acquacoltura come un settore omogeneo. Esistono infatti profonde differenze tra allevamenti estensivi e intensivi, tra molluschicoltura e piscicoltura, tra specie erbivore e carnivore, così come tra sistemi a ricircolo, impianti in mare aperto e allevamenti costieri. Anche l’impatto ambientale varia notevolmente in funzione della gestione aziendale, dell’efficienza alimentare, della qualità dell’acqua e delle tecnologie impiegate. Uno studio pubblicato su Nature Food nel 2024 mostra, ad esempio, che alcune forme di acquacoltura marina possono presentare un’impronta climatica significativamente inferiore rispetto ad altri sistemi produttivi, grazie a una migliore efficienza alimentare ed energetica. Questo conferma che la sostenibilità non dipende dalla semplice distinzione tra pesce allevato e pesce pescato, ma dal modo in cui ogni sistema produttivo viene progettato e gestito.

Una risorsa fondamentale da migliorare e non demonizzare

In sostanza, le evidenze scientifiche disponibili indicano che l’acquacoltura rappresenta oggi uno degli strumenti più importanti per garantire l’approvvigionamento di alimenti acquatici senza aumentare la pressione sugli stock ittici selvatici. Le criticità esistono e non devono essere sottovalutate, ma il settore ha compiuto progressi significativi rispetto a pochi decenni fa, soprattutto nella formulazione dei mangimi, nell’efficienza alimentare e nel recupero dei sottoprodotti. Non si tratta quindi di scegliere obbligatoriamente tra pesca e allevamento, ma rendere entrambe le attività sempre più sostenibili, basandosi sulle conoscenze scientifiche, sull’innovazione tecnologica e su una gestione responsabile delle risorse marine. In un mondo in cui la domanda di proteine continua a crescere, la qualità e la sostenibilità dei mangimi rappresenteranno uno dei fattori decisivi per conciliare sicurezza alimentare, tutela degli oceani e sviluppo dell’economia blu.

 

Immagine in evidenza di: Olga Ilinich/shutterstock

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