Giornale del cibo

A Modica il cioccolato racconta anche una storia di inclusione

JHK2303/shutterstock

A Modica il cioccolato è un simbolo identitario prima ancora che un prodotto tipico. E’ protagonista nelle botteghe del centro storico, degli itinerari del turismo gastronomico, e dell’immagine stessa della città. Parlare di Modica significa quasi inevitabilmente parlare del suo cacao, della sua lavorazione a freddo, dei granelli di zucchero che non si sciolgono, di una tradizione che risale agli Aztechi e che la Sicilia ha fatto propria.

Eppure accanto a questa storia più nota ce n’è un’altra, meno visibile, che usa proprio il cioccolato e il lavoro artigianale per costruire percorsi di autonomia e inclusione sociale. È quello che accade a Casa Don Puglisi, comunità di accoglienza attiva da oltre trent’anni a Modica, dove il laboratorio dolciario non è soltanto uno spazio produttivo, ma un luogo di formazione e ricostruzione personale per donne e famiglie in situazioni di fragilità.

Qui il cibo diventa strumento concreto di welfare quotidiano: imparare a lavorare il cioccolato, seguire i ritmi di un laboratorio, confrontarsi con il pubblico significa acquisire competenze, responsabilità, indipendenza economica. Un percorso che Casa Don Puglisi porta avanti da decenni, e che racconta qualcosa di più ampio su come il cibo stia diventando, in molte realtà italiane, un mezzo concreto di inclusione e comunità.

Dietro il cioccolato, un percorso di inclusione con Casa Don Puglisi

cioccolato modica
anna.q/shutterstock

Casa Don Puglisi nasce a Modica nel marzo del 1990, in seno alla Caritas diocesana, come comunità di accoglienza per mamme con figli e donne sole in situazioni di difficoltà, spesso vittime di violenza. Nel tempo il progetto ha ampliato il proprio raggio d’azione fino a intrecciare accoglienza, formazione e lavoro. Una svolta importante arriva nel 2005, con la nascita della cooperativa sociale Don Giuseppe Puglisi, pensata proprio per offrire alle donne accolte un percorso concreto di reinserimento lavorativo. Oggi la cooperativa gestisce un laboratorio dolciario e una bottega in Corso Umberto I, nel cuore del centro storico, dove si producono e si vendono cioccolato di Modica, biscotti e altri dolci della tradizione siciliana.

monticello/shutterstock

Il laboratorio non è pensato come semplice attività occupazionale. Il lavoro artigianale è parte integrante del percorso educativo e di autonomia delle persone accolte. Preparare impasti, seguire i tempi della produzione, imparare le tecniche di lavorazione del cioccolato e confrontarsi con il pubblico permette di vivere una dimensione quotidiana fatta di responsabilità e competenze professionali che spesso, per le persone in difficoltà, è un miraggio. A guidare questo percorso c’è stata per anni la maestra pasticcera Lina Iemmolo, che ha portato con sé le ricette del più antico biscottificio artigianale di Modica, un filo diretto con la memoria gastronomica della città.

Un mestiere vero, non un’attività simbolica 

Come ha spiegato il direttore Maurilio Assenza in un’intervista ad Avvenire, l’obiettivo è offrire alle donne accolte protezione e strumenti concreti per costruire autonomia: “il lavoro è una delle occasioni privilegiate in cui si sviluppa la personalità e ci si rilancia nel mondo”. Una visione che emerge nell’organizzazione stessa della cooperativa, dove accoglienza e lavoro non restano separati ma convivono nello stesso spazio quotidiano.

La scelta di lavorare sul cioccolato assume un valore ulteriore nel contesto modicano. In una città dove il cacao è tra i principali simboli identitari, Casa Don Puglisi inserisce la tradizione gastronomica locale dentro un percorso sociale e comunitario. E lo fa con coerenza anche sul versante delle materie prime: le fave di cacao utilizzate nel laboratorio provengono dalla rete del commercio equo e solidale, e la bottega aderisce ad Assobotteghe, l’associazione nazionale delle Botteghe del Mondo. Non soltanto fare buon cioccolato, quindi, ma costruire un’attività capace di generare lavoro mantenendo attenzione alla filiera e alla sostenibilità sociale dell’intero processo.

Perché il cibo è spesso al centro dei progetti sociali

Maria Aloisi/shutterstock

Non è una coincidenza che il cibo torni così spesso al centro dei progetti di inclusione sociale. Il lavoro alimentare ha una componente quotidiana e concreta che lo rende particolarmente adatto a costruire percorsi di autonomia: preparare un impasto, seguire i tempi di una produzione, confrontarsi con un cliente significa condividere responsabilità e gesti reali, acquisire competenze immediatamente spendibili. In un paese dove turismo, ristorazione e artigianato gastronomico rappresentano settori trainanti dell’economia locale, queste competenze hanno anche un valore di mercato tangibile.

È una dinamica che abbiamo raccontato più volte su queste pagine, in contesti molto diversi tra loro. A Bari, ad esempio, Ethnic Cook è un bistrot multietnico e un progetto di formazione professionale rivolto a persone rifugiate e migranti, dove la cucina diventa strumento di inserimento lavorativo e spazio di incontro tra culture. Sempre nel capoluogo pugliese, Artemisia Academy ha trasformato una villa confiscata alla mafia in un luogo dove ristorazione, formazione e impegno civile convivono nello stesso progetto. E ancora, con Roots a Modena, la chef Jessica Rosval ha costruito attorno alla cucina un percorso pensato specificamente per donne migranti, partendo dall’idea che il cibo possa essere un fattore concreto di sviluppo umano e sociale. Storie diverse, territori diversi, ma tutte accomunate dalla stessa intuizione: che il cibo, quando è lavoro vero, genera dignità.

Come raccontiamo più in dettaglio nell’approfondimento dedicato a Cibo e solidarietà, in Italia queste esperienze stanno diventando sempre meno eccezioni e sempre più un modello riconoscibile, fatto di ristoranti inclusivi, laboratori interculturali, orti condivisi, cooperative che tengono insieme produzione e comunità.

Nel caso di Casa Don Puglisi tutto questo assume un significato ulteriore, perché si intreccia con uno dei simboli gastronomici più riconoscibili della Sicilia. Il cioccolato di Modica, infatti, non nasce come prodotto d’élite, ma come cibo popolare, legato a una lavorazione semplice e a ingredienti essenziali. Forse è anche per questo che prestarsi a raccontare storie di riscatto gli riesce così naturale.

A Modica il cioccolato è già identità ed economia. Con Casa Don Puglisi diventa anche qualcos’altro: un punto di partenza concreto per ricominciare. Non un simbolo astratto di inclusione, ma uno strumento quotidiano, artigianale e reale. Conosci altre realtà che usano il cibo come strumento di inclusione e comunità? Scrivici nei commenti, siamo curiosi di scoprire nuove storie da raccontare.

 

Immagine in evidenza di: JHK2303/shutterstock

Exit mobile version