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Stereotipi cucina italiana all’estero: il caso spagnolo de “La Mafia se sienta a la mesa”

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Pasta, pizza e mafia. È con queste tre parole con cui, troppo spesso l’Italia viene dipinta all’estero. È difficile scrollarsi di dosso uno stereotipo consolidato nel tempo, che continua a rappresentare il Bel Paese nel bene e nel male, sospeso tra autenticità e caricatura. Basta attraversare una qualsiasi capitale europea o americana per imbattersi in menù dominati da grandi classici della cucina italiana, spesso accompagnati da richiami visivi e linguistici che strizzano l’occhio a un immaginario tanto riconoscibile quanto banalizzato. Un racconto fatto di cliché che, negli anni, ha contribuito a costruire il successo globale della cucina made in Italy, ma anche a deformarne l’identità più profonda. Ed è proprio in questo contesto che si inseriscono casi controversi, dove il confine tra marketing e stereotipo diventa sempre più sottile.

La vicenda che arriva dalla Spagna e che coinvolge la catena “La Mafia se sienta a la mesa” – letteralmente “La mafia si siede a tavola” – rappresenta oggi uno dei casi più emblematici di questo equilibrio fragile. La catena di ristoranti spagnola, nota per i continui richiami all’immaginario mafioso sia nell’allestimento dei locali che nei nomi dei piatti, si trova di fronte alla concreta possibilità di dover rinunciare alla propria identità commerciale – dal fatturato annuo superiore ai 130 milioni di euro – dopo una lunga battaglia legale che ha visto contrapposti lo Stato italiano e la società con sede a Saragozza. 

La decisione dell’Ufficio spagnolo brevetti e marchi

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Una sentenza emessa il 26 febbraio 2026 dall’Ufficio spagnolo brevetti e marchi ha accolto le obiezioni presentate dall’avvocatura dello Stato italiano, aprendo la strada a un possibile cambio di nome per tutti i 114 locali del gruppo. Secondo le autorità iberiche, il marchio è “contrario sia all’ordine pubblico che al buon costume”, poiché richiama direttamente una reale organizzazione criminale che ha esteso le proprie attività a diversi Paesi, tra cui la Spagna, e le cui condotte violano i valori fondamentali su cui si fonda l’Unione Europea, in particolare il rispetto della dignità umana e della libertà. Non si tratterebbe, dunque, di un riferimento simbolico o folkloristico, ma di un fenomeno ancora radicato nella contemporaneità. Motivazioni che segnano un punto di svolta. 

Ben prima del verdetto dello scorso febbraio, lo scenario legale era già stato scosso da un precedente: nel 2018, una decisione del Tribunale dell’Unione Europea aveva sancito l’annullamento del marchio su scala comunitaria. Nonostante quel provvedimento, la sentenza non aveva intaccato le registrazioni nazionali. Questo “scudo” giuridico ha permesso alla catena di ristorazione di mantenere il controllo del brand in Spagna, proseguendo regolarmente le proprie attività basandosi esclusivamente sul marchio depositato entro i confini iberici. Vediamo la sentenza nel dettaglio.

Il precedente: la sentenza del Tribunale Europeo del 2018

L’attuale presa di posizione delle autorità di Madrid si inserisce nel solco tracciato dalla giustizia europea otto anni fa. Già allora, i giudici di Lussemburgo avevano posto l’accento sulla pericolosa ambiguità del brand, smontando la tesi della finalità puramente commerciale o goliardica. “L’elemento verbale ‘la mafia’ domina il marchio della società spagnola – aveva infatti evidenziato il Tribunale Ue – ed è globalmente inteso come facente riferimento ad un’organizzazione criminale che, in particolare, ha fatto ricorso all’intimidazione, alla violenza fisica e all’omicidio per svolgere le sue attività, che comprendono il traffico illecito di droghe e di armi, il riciclaggio di denaro e la corruzione”.

La nota emessa sottolineava inoltre che simili attività criminali violassero i valori stessi sui quali si fonda l’Unione, “i  valori del rispetto della dignità umana e della libertà, che sono indivisibili e costituiscono il patrimonio spirituale e morale dell’Europa”. Il Tribunale aveva quindi precisato che l’elemento denominativo “la mafia” è percepito “in modo profondamente negativo in Italia, a causa dei gravi attacchi perpetrati da tale organizzazione criminale nei confronti della sicurezza di tale Stato membro” e che “le attività criminali della mafia rappresentano una minaccia seria per la sicurezza di tutta l’Unione”. In questa prospettiva, l’associazione con l’espressione “se sienta a la mesa” – che richiama un contesto conviviale e positivo – è stata ritenuta idonea a trasmettere un’immagine complessivamente favorevole del fenomeno mafioso, finendo per banalizzarne la portata criminale.

Da qui la conclusione. Il marchio offende “non solo le vittime di detta organizzazione criminale e le loro famiglie, ma anche chiunque, nel territorio dell’Unione, si trovi di fronte il marchio e abbia un normale grado di sensibilità e tolleranza, motivo per cui deve essere dichiarato nullo”, precisava la sentenza del tribunale.

La reazione dell’azienda spagnola 

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Dal canto suo, l’azienda ha provato a difendere la propria posizione con un’argomentazione che riflette una percezione culturale diversa. I titolari hanno sostenuto che il nome deriverebbe da un libro di ricette e che, nel contesto spagnolo, il termine “mafia” avrebbe ormai assunto una connotazione più ampia, legata al mondo audiovisivo e letterario. In questa chiave, il pubblico non lo assocerebbe tanto a un’organizzazione criminale quanto a un immaginario narrativo consolidato. 

Ma per evocare l’Italia, e fare successo con la nostra tradizione culinaria, è davvero necessario associarla all’immaginario di un’organizzazione criminale? La gastronomia, oggi più che mai, è un veicolo identitario. E utilizzare riferimenti controversi può tradursi in un boomerang reputazionale, soprattutto in un’epoca in cui autenticità e responsabilità culturale sono diventate leve decisive anche in ottica di posizionamento digitale.

Nonostante la sentenza, però, la società non sembra intenzionata ad arretrare senza combattere. In una nota ufficiale, l’azienda ha ribadito la volontà di proseguire nel proprio percorso imprenditoriale, sottolineando come l’obiettivo sia continuare a costruire il proprio futuro restando fedele a un’offerta culinaria italo-mediterranea di qualità e a un’esperienza distintiva. Ora l’azienda ha un mese di tempo per presentare ricorso contro la decisione. Se però i tribunali commerciali dovessero confermare l’orientamento espresso dall’Ufficio marchi, il cambio di nome e un rebranding completo potrebbero diventare inevitabili entro il 2027.

Al di là dell’esito giudiziario, il caso riaccende un dibattito strategico per tutto il comparto: la tutela dell’immagine del made in Italy alimentare non passa solo dalla qualità dei prodotti che esportiamo, ma anche dal racconto che li accompagna. E in questo racconto, oggi più che mai, gli stereotipi – soprattutto quelli più ingombranti – sembrano avere i giorni contati.

 

Immagine in evidenza di: Sham Clicks/shutterstock

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