Quando il ghiaccio polare diminuisce, l’intera rete alimentare ne risente. In queste aree, fondamentali per le popolazioni ittiche, il ghiaccio marino è un elemento essenziale dell’ecosistema e contribuisce a determinare dove vivono alghe, zooplancton, pesci, uccelli marini e mammiferi. La trasformazione è particolarmente evidente nel settore nord-atlantico dell’Artico, dove vivono molte specie commercialmente importanti, a partire dai merluzzi. Ma cosa succede alla pesca quando l’ambiente che ha sostenuto per secoli quelle popolazioni ittiche cambia rapidamente? Approfondiamo questi temi, considerando dati e ricerche.
Il ghiaccio si ritira: cambiano l’ambiente e la pesca

La fascia settentrionale dell’Oceano Atlantico, uno dei principali serbatoi ittici del pianeta, soffre per lo scioglimento dei ghiacci, indispensabili per la vita di alcune delle specie più importanti per la pesca. Merluzzi, aringhe, scorfani e capelin hanno infatti la loro dimora nell’area tra il Mare di Barents, le isole Svalbard e la Groenlandia, dove il riscaldamento delle acque sta modificando l’ambiente.
Secondo il NOAA Arctic Report Card 2025 il fenomeno è già in corso, con evidenze allarmanti. Tutti i 19 minimi di estensione del ghiaccio marino artico registrati a settembre, ad esempio, si sono verificati negli ultimi 19 anni. Nello stesso rapporto, inoltre, si evidenzia che il ghiaccio pluriennale più vecchio e spesso è diminuito di oltre il 95% rispetto agli anni Ottanta. Nel settore atlantico dell’Artico si sta verificando quella che gli esperti definiscono “atlantificazione”, ovvero la crescente penetrazione verso Nord di acque con caratteristiche atlantiche più calde, che raggiungono aree sempre più interne dell’Oceano Artico.
Uno dei luoghi migliori per osservare questa trasformazione è il Mare di Barents, tra Norvegia, Russia e Oceano Artico, un’area relativamente poco profonda, molto produttiva e attraversata dall’afflusso di acque calde provenienti dall’Atlantico. Qui il cambiamento climatico ha generato un fenomeno apparentemente paradossale. La riduzione del ghiaccio e l’aumento delle temperature hanno inizialmente favorito l’espansione verso Nord di diverse specie boreali, cioè adattate ad acque relativamente più calde. Tra queste c’è proprio il merluzzo atlantico (Gadus morhua), uno dei pesci commerciali più importanti dell’emisfero settentrionale.
Uno studio pubblicato nel 2024 su ICES Journal of Marine Science ha ricordato che la popolazione di merluzzo dell’Atlantico nord-orientale nel Mare di Barents è il più grande stock di merluzzo del mondo, con una biomassa che in quel periodo era nell’ordine di milioni di tonnellate. La ricerca, però, ha sottolineato che la sua dinamica dipende dall’interazione fra temperatura, disponibilità di cibo, acidificazione e pressione di pesca. Pertanto, non è automaticamente corretto attribuire al clima ogni variazione della popolazione. Il caso del merluzzo del Barents dimostra allora che nell’immediato meno ghiaccio non significa necessariamente meno pesce, e in una fase iniziale, il riscaldamento può addirittura creare condizioni favorevoli per alcune specie boreali. Tuttavia, questa è soltanto una parte della storia.
Quando arrivano i pesci da Sud
Il riscaldamento dell’Artico sta provocando uno spostamento verso Nord delle aree occupate da molte specie marine, un fenomeno osservato non soltanto nel Mare di Barents, ma in diverse regioni dell’Artico.
Uno studio pubblicato nel 2024 su Nature Communications ha analizzato oltre 16.000 campagne di pesca scientifica, comprendenti dati relativi a 107 specie e alla biomassa di 61 specie di pesci nel Nord-Est Atlantico. I ricercatori hanno osservato cambiamenti già in atto nella composizione delle comunità ittiche e hanno elaborato proiezioni fino al 2050 e al 2100. Il risultato più interessante è anche quello più controintuitivo: alle latitudini subartiche e temperate alcune specie potrebbero aumentare la propria presenza, mentre alle latitudini artiche la situazione potrebbe diventare molto più difficile. Secondo le proiezioni, la diminuzione di specie fondamentali come capelin e merluzzo polare potrebbe determinare una riduzione complessiva della biomassa ittica alle latitudini artiche, non compensata dall’arrivo di specie provenienti da Sud.
Se nel Mediterraneo è in atto una tropicalizzazione, alle latitudini artiche si verifica una borealizzazione: specie abituate ad acque più calde conquistano nuovi territori, mentre quelle specializzate per il freddo perdono habitat. Il risultato non è necessariamente un oceano più povero di pesci in assoluto, ma caratterizzato da comunità ittiche differenti, distribuite in modo diverso e, soprattutto, con una maggiore instabilità nella localizzazione delle risorse.
Il merluzzo polare è l’anello più fragile
Per comprendere il problema bisogna distinguere il merluzzo atlantico dal merluzzo polare (Boreogadus saida). Il primo è una specie boreale che può trarre vantaggio, entro certi limiti, dall’aumento delle temperature in alcune aree. Il secondo è invece una specie autenticamente artica e rappresenta uno degli elementi fondamentali della rete alimentare di quell’area. Il merluzzo polare occupa una posizione centrale perché si nutre di zooplancton e viene a sua volta predato da uccelli marini, foche, balene e pesci più grandi. Una sua diminuzione, quindi, può produrre conseguenze a cascata sull’intero ecosistema.
Una revisione scientifica pubblicata su Elementa: Science of the Anthropocene ha analizzato gli effetti combinati di riscaldamento, perdita del ghiaccio, acidificazione, modificazione delle prede, competizione e comparsa di nuovi predatori sul merluzzo artico. Gli autori prevedono una riduzione dell’habitat idoneo e della biomassa complessiva della specie in molte regioni, con effetti potenzialmente importanti anche sui predatori che dipendono da essa.
Ghiaccio, plancton, predatori e prede: tutto parte dal basso
Per capire le conseguenze sulla pesca bisogna seguire la catena alimentare, partendo dalla base. La riduzione della copertura glaciale modifica la quantità di luce che penetra nell’acqua, la stratificazione dell’oceano, la temperatura e il momento in cui si sviluppano le fioriture di fitoplancton, organismi che costituiscono la base della rete alimentare marina e alimentano lo zooplancton, a sua volta fondamentale per molte specie ittiche.
Nel Mare di Barents, ad esempio, capelin e merluzzo polare dipendono fortemente dallo zooplancton ricco di lipidi, e in questo contesto l’atlantificazione ne sta modificando la composizione, con conseguenze sulla quantità e sulla qualità delle risorse alimentari per queste specie. Il cambiamento climatico, dunque, non agisce necessariamente direttamente sui pesci. Può modificare prima il loro cibo, poi la distribuzione delle prede e dei predatori e infine la capacità delle popolazioni di crescere e riprodursi. In particolare, il riscaldamento e i cambiamenti nella produttività del fitoplancton potrebbero penalizzare di più le specie adattate al freddo, tra cui il merluzzo polare, soprattutto nelle fasi più vulnerabili del ciclo vitale.
Il capelin (Mallotus villosus) è un’altra specie chiave del Mare di Barents, un piccolo pesce tra le principali risorse alimentari per merluzzi, mammiferi marini e uccelli. Specialmente per il merluzzo, la disponibilità di capelin è molto importante, e quando diminuisce cambia anche la quantità di energia disponibile per i predatori superiori della rete alimentare. ll cambiamento climatico sta modificando le interazioni fra queste specie, con la dinamica dello zooplancton e l’afflusso di acque atlantiche a influenzare la disponibilità di cibo per capelin e merluzzo polare. Inoltre, negli anni caratterizzati da una minore presenza di ghiaccio aumenta anche la pressione predatoria esercitata dal merluzzo atlantico sul merluzzo polare. La riduzione del ghiaccio, quindi, può modificare contemporaneamente habitat, disponibilità di prede e rapporti fra predatori e prede.
Il merluzzo atlantico e il rischio di pesca eccessiva
Il merluzzo atlantico rappresenta il caso più interessante perché dimostra quanto sia difficile parlare di pesca artica come se fosse un unico sistema. Nel Mare di Barents, il riscaldamento ha favorito per un periodo l’espansione del merluzzo verso Nord, ma questo non significa che il cambiamento climatico sia automaticamente positivo per lo stock. La risposta dello stock è determinata dall’interazione tra diversi fattori, e la gestione della pesca rimane quindi fondamentale: un ambiente temporaneamente favorevole non rende una popolazione immune dal rischio di sovrasfruttamento.
Anche i dati ICES più recenti lo confermano: per il 2026, l’organizzazione ha indicato per il merluzzo costiero norvegese delle aree settentrionali una cattura complessiva, commerciale e ricreativa, non superiore a circa 27.900 tonnellate nell’ambito del piano di gestione. Il clima, in sostanza, può modificare la produttività di uno stock, ma non sostituisce una buona gestione della pesca.
La pesca dovrà inseguire i pesci fuori dagli areali tradizionali
Al netto di tutto, lo spostamento verso Nord delle specie sta già modificando il lavoro dei pescatori. Quando una popolazione si sposta, infatti, cambiano le distanze da percorrere, le zone di pesca, i costi del carburante e le infrastrutture necessarie. Per una flotta abituata a pescare una determinata specie in una specifica area, il cambiamento della distribuzione può diventare un problema economico, anche se la biomassa complessiva della specie non è ancora diminuita. Nell’Atlantico settentrionale questo fenomeno è particolarmente evidente e per i pescatori ciò significa che le mappe tradizionali delle risorse ittiche stanno diventando progressivamente meno affidabili. Entro la metà e la fine del secolo, secondo le stime, la composizione delle comunità ittiche del Nord-Est Atlantico potrebbe essere profondamente diversa da quella attuale.
La situazione in Islanda e la diminuzione della biomassa complessiva
A rappresentare un altro caso significativo è l’Islanda, dove una parte importante dell’economia si fonda sulla pesca e il mare offre grandi risorse di merluzzo, eglefino, aringhe e altre specie. Tuttavia, non tutti gli stock rispondono allo stesso modo al riscaldamento.
Una recente analisi pubblicata nel 2025 su Frontiers in Sustainable Food Systems ha evidenziato che, fra i principali stock di merluzzo del Nord Atlantico, quello del Mare di Barents è quello che ha mostrato la risposta positiva più evidente al riscaldamento. Per il merluzzo islandese, invece, le condizioni favorevoli della popolazione sono state attribuite soprattutto alla riduzione della mortalità da pesca e non direttamente all’aumento della temperatura. È un dato che aiuta a evitare una semplificazione molto comune, perché non esiste un’unica risposta dei pesci al riscaldamento globale. Ogni specie possiede una propria nicchia termica, una diversa capacità di spostamento e differenti rapporti con prede e predatori.
Ad ogni modo, sarebbe sbagliato confondere la maggiore presenza di alcune specie con un aumento generale delle risorse disponibili. Un mare più caldo può effettivamente diventare adatto a nuove specie, ma se contemporaneamente scompaiono o diminuiscono specie chiave dell’ecosistema artico, la sostituzione non è necessariamente equivalente dal punto di vista ecologico o economico.
In questo senso, il caso del merluzzo polare e del capelin è emblematico. L’arrivo di specie boreali può aumentare la diversità in alcune zone, ma non necessariamente ricostruire la stessa rete alimentare, e se diminuiscono le specie che costituiscono la base alimentare di merluzzi, uccelli e mammiferi marini, l’intero sistema può diventare più instabile.
Adattarsi a una nuova geografia
Il futuro della pesca nel Nord Atlantico e nell’Artico con ogni probabilità sarà caratterizzato soprattutto da una nuova geografia delle risorse. Le specie si sposteranno, i periodi di presenza nelle diverse aree cambieranno e alcune popolazioni potranno aumentare mentre altre diminuiranno. Per i sistemi di gestione della pesca questo rappresenta una sfida enorme, perché i confini amministrativi non si spostano insieme ai pesci.
Per quanto possibile, sarà necessario rafforzare la cooperazione internazionale, aggiornare continuamente i modelli di valutazione degli stock e adottare sistemi di gestione capaci di tenere conto dei cambiamenti climatici. La ricerca genetica, inoltre, può aiutare a comprendere se popolazioni considerate oggi come un’unica unità gestionale abbiano in realtà caratteristiche differenti. L’ICES sta già lavorando in questa direzione e ha raccomandato di migliorare la raccolta dei dati genetici sul merluzzo della Northern Shelf, per comprendere meglio la struttura delle diverse sottopopolazioni e migliorare la gestione spaziale degli stock.
Proteggere gli stock
Pensare che la riduzione del ghiaccio significhi meno pesce è quindi una semplificazione: la realtà scientifica è più interessante e, per certi versi, più preoccupante. Questa situazione sta creando nuove opportunità per alcune specie boreali e contemporaneamente riducendo gli habitat delle specie strettamente artiche. Il problema, però, non è soltanto la quantità di pesce presente nell’oceano, ma quali pesci ci saranno, dove si troveranno e quale ruolo svolgeranno nella rete alimentare.
La protezione degli stock non può essere separata dalla lotta al cambiamento climatico. Quote di pesca sostenibili, monitoraggio scientifico e cooperazione internazionale sono indispensabili per evitare che la pressione antropica si sommi allo stress climatico. Ma la causa fondamentale del riscaldamento dell’oceano e della perdita di ghiaccio rimane l’aumento delle concentrazioni di gas serra.
L’Artico sta diventando un laboratorio naturale di ciò che potrebbe accadere agli ecosistemi marini del futuro. Il ghiaccio si ritira, le specie si spostano e la pesca deve inseguire una risorsa che cambia posizione. Il vero rischio non è necessariamente un oceano vuoto, ma un oceano profondamente diverso da quello sul quale si sono costruite economie, tradizioni alimentari e comunità costiere per generazioni.
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