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La filiera ittica sotto pressione: sostenibilità, tecnologia e futuro del pesce

PH Sysco Europe

La filiera ittica globale sta attraversando una fase di profonda trasformazione. Cambiamenti climatici, aumento della domanda di proteine marine, tensioni geopolitiche, volatilità dei prezzi e nuove esigenze di sostenibilità stanno ridefinendo gli equilibri di un settore sempre più strategico per la sicurezza alimentare mondiale. A questo si aggiungono questioni cruciali come la pesca illegale, la tracciabilità delle materie prime, il ruolo dell’innovazione tecnologica e il futuro dell’acquacoltura.

Ma il tema riguarda da vicino anche la quotidianità delle mense scolastiche, ospedaliere e socio-sanitarie, dove la necessità di garantire qualità nutrizionale, continuità delle forniture e contenimento degli sprechi si confronta con normative spesso complesse e con una crescente attenzione alla sostenibilità ambientale.

In questo scenario, il dibattito sul pesce non riguarda più soltanto ciò che arriva nei nostri piatti, ma il modo in cui verranno costruite le filiere alimentari del futuro: più trasparenti, più tecnologiche e capaci di rispondere a una domanda globale in continua crescita senza compromettere gli ecosistemi marini.

Ne abbiamo parlato con Marco Melzi, Business Unit Director di Sysco Italia, che ha condiviso con noi una prospettiva industriale sul presente e sul futuro della filiera ittica, soffermandosi sui nodi più critici del settore: dalla gestione degli stock ittici ai CAM per la ristorazione collettiva, fino alle nuove frontiere dell’acquacoltura offshore e della tracciabilità digitale.

Tra sostenibilità, innovazione e sicurezza alimentare: le sfide della filiera ittica

Marco Melzi
PH Sysco Europe

In un contesto segnato da crescente instabilità e pressione sulle risorse marine, la sostenibilità della filiera ittica non può più essere affrontata soltanto in termini ambientali, ma richiede — secondo Melzi — una visione più ampia, capace di integrare aspetti economici, logistici, tecnologici e sociali. A partire proprio dalle principali criticità che oggi interessano il comparto.

Dottor Melzi, la filiera ittica vive un periodo caratterizzato da estrema volatilità e incertezza. Quali sono oggi le principali “forze” globali che minacciano la stabilità della filiera ittica e come si riflettono sulla disponibilità e sui prezzi dei prodotti per i grandi player della distribuzione?

M.M. “Viviamo in quello che definisco un vero “VUCA Time”: volatile, incerto, complesso e ambiguo. La filiera ittica globale oggi è sottoposta contemporaneamente a pressioni economiche, geopolitiche, ambientali e normative che stanno cambiando radicalmente gli equilibri del settore.

Le principali forze che minacciano la stabilità della filiera sono innanzitutto la riduzione della disponibilità di materia prima, l’aumento della domanda globale di proteine ittiche e una gestione spesso incoerente delle politiche ambientali e commerciali.

Da un lato assistiamo ancora a fenomeni di pesca illegale e di frodo che contribuiscono a creare volatilità dei prezzi e compromettono la reale sostenibilità delle risorse marine. Dall’altro lato, osserviamo come alcune scelte politiche e normative, pur nascendo con obiettivi ambientali condivisibili, finiscano talvolta per produrre effetti contrari agli stessi principi di sostenibilità che dichiarano di voler difendere.

Penso, ad esempio, ad alcuni approcci restrittivi adottati in Italia, come i CAM, che per anni hanno limitato l’accesso a porzioni molto ridotte del mercato ittico, concentrando la domanda su poche aree di pesca e creando rigidità artificiali sul mercato.

La sostenibilità, però, non può diventare propaganda o semplificazione ideologica. Deve essere responsabilità, equilibrio e gestione scientifica delle risorse.

Se un prodotto proviene da una pesca certificata sostenibile, tracciata, controllata e gestita secondo quote rigorose, il tema non dovrebbe essere la semplice geografia della FAO area, ma la reale sostenibilità biologica, ambientale e sociale della filiera.

A tutto questo si aggiunge un altro tema spesso poco affrontato: il modello di consumo del pesce fresco. In molti mercati europei il “fresco” continua ad essere percepito automaticamente come più nobile o sostenibile, quando in realtà genera frequentemente livelli elevati di food waste, inefficienze logistiche, scarti e perdita di shelf-life lungo la catena distributiva.

Al contrario, un buon prodotto gelo calibrato e ben gestito consente oggi standard qualitativi molto elevati, maggiore sicurezza alimentare, migliore pianificazione della domanda e una riduzione concreta dello spreco alimentare.

Sul fronte globale, inoltre, la filiera subisce fortemente:

Un esempio concreto è il mercato del merluzzo d’Alaska, dove la riduzione della disponibilità internazionale ha generato fortissime tensioni sui prezzi e sugli approvvigionamenti in tutta Europa.

Per i grandi player della distribuzione questo significa convivere con:

Oggi non vince semplicemente chi compra meglio. Vince chi riesce a costruire una filiera stabile, etica, sostenibile e resiliente nel lungo periodo.

Ed è proprio qui che serve una visione meno emotiva e più razionale: sostenibilità reale, lotta alla pesca illegale, riduzione dello spreco, gestione scientifica delle risorse e capacità di garantire continuità alimentare senza cadere in approcci propagandistici o ideologici.”

Lei ha evidenziato come l’innalzamento delle temperature dell’acqua stia causando lo spostamento fisico delle popolazioni di pesci anche di centinaia di chilometri. In che modo questo fenomeno, unito al sovrasfruttamento degli stock, sta ridisegnando le vostre strategie di approvvigionamento a livello mondiale?

M.M. “Il cambiamento climatico sta già modificando profondamente la geografia della pesca mondiale e, di conseguenza, l’intera strategia di approvvigionamento del settore ittico.

Esiste un tema scientifico fondamentale che spesso viene semplificato nel dibattito pubblico: i pesci sono organismi estremamente sensibili alle variazioni termiche dell’acqua.
Anche un aumento limitato della temperatura marina può spingere intere popolazioni ittiche a spostarsi di centinaia di chilometri oppure a migrare verso profondità maggiori alla ricerca del proprio equilibrio biologico. Questo sta ridisegnando le mappe storiche della pesca globale. Aree che per decenni sono state altamente produttive oggi registrano una riduzione degli stock, mentre altre aree diventano progressivamente più ricche di biomassa.

Il problema è che, molto spesso, le normative internazionali, le quote e le limitazioni di cattura continuano a basarsi su logiche statiche, mentre il mare è ormai diventato un ecosistema dinamico.

Se non saremo capaci di adattare rapidamente le regole a questa nuova realtà, rischiamo di entrare in quello che definisco il paradosso del “more kill, less fish”: maggiore pressione operativa, maggior consumo energetico, maggiori costi di pesca e minore disponibilità reale di prodotto. Per questo motivo credo sia necessario ripensare profondamente il modello di gestione delle risorse marine. Non possiamo più ragionare esclusivamente in termini di riduzione delle aree di cattura. Dobbiamo invece investire in strumenti scientifici e tecnologici avanzati che consentano una gestione dinamica e responsabile degli stock.

L’utilizzo di satelliti, droni, intelligenza artificiale e monitoraggio biometrico può oggi permettere di seguire in tempo reale i flussi delle biomasse marine, comprendere gli spostamenti degli stock e adattare le zone di pesca in maniera molto più precisa ed efficiente rispetto ai modelli tradizionali.”

La lotta alla pesca illegale è una sfida cruciale per la sostenibilità. Quali sono le tecnologie (come l’uso di droni o satelliti) che Sysco ritiene oggi imprescindibili per monitorare la filiera e garantire ai clienti un prodotto realmente tracciabile e legale?

PH Sysco Europe

M.M. “La lotta alla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata — la cosiddetta pesca IUU — rappresenta oggi una delle sfide più importanti per il futuro della sostenibilità marina globale. Ed è importante chiarire un punto: non si tratta soltanto di un problema ambientale.

La pesca illegale genera infatti:

Per questo motivo credo che il futuro del settore ittico non possa più basarsi esclusivamente su controlli documentali tradizionali. Serve una trasformazione tecnologica profonda dell’intera filiera.

Oggi esistono già strumenti estremamente avanzati che dovrebbero diventare standard industriali. Innanzitutto il monitoraggio satellitare delle flotte: grazie ai sistemi AIS, GPS evoluti e all’analisi dei dati satellitari è possibile monitorare in tempo reale rotte, aree di pesca, permanenze sospette, trasbordi anomali, spegnimenti volontari dei segnali o sconfinamenti in aree vietate.

A questo si aggiunge l’utilizzo crescente di droni marini e aerei, che permettono controlli molto più rapidi e capillari anche in aree remote o difficilmente monitorabili dalle autorità tradizionali. Ma la vera rivoluzione sarà l’integrazione dei dati lungo tutta la filiera. L’utilizzo della blockchain applicata alla tracciabilità alimentare può consentire di certificare ogni fase del processo. In questo modo il prodotto diventa realmente verificabile e non semplicemente “dichiarato”.

Un altro elemento molto importante riguarda il modello industriale del prodotto. La pesca illegale trova spesso maggiore spazio nel mercato del fresco destrutturato, dove la frammentazione della filiera, l’assenza di standard dimensionali e la rapidità della commercializzazione rendono più difficile il controllo reale dell’origine. Per questo credo che una maggiore industrializzazione intelligente della filiera possa rappresentare un vantaggio anche sul piano della legalità.

L’utilizzo di prodotti calibrati, standardizzati e trasformati in impianti industriali certificati riduce significativamente il rischio di provenienze fraudolente, perché introduce:

A questo si affiancheranno sempre di più anche nuove tecnologie emergenti:

La vera sostenibilità del futuro non sarà quindi solo biologica. Sarà anche digitale, tecnologica e trasparente. Perché oggi consumatori, mense, ospedali e grande distribuzione non chiedono soltanto “pesce”. Chiedono sicurezza, legalità, continuità e affidabilità della filiera. E senza tecnologia avanzata, questi obiettivi non saranno più raggiungibili su scala globale.”

PH Sysco Europe

Parlando, invece, di ristorazione collettiva, ci sono diverse perplessità a proposito dei  Criteri Ambientali Minimi (CAM), che limitano l’acquisto di pesce quasi esclusivamente alle zone FAO 37 e 27. Perché ritiene che questa impostazione confonda la sostenibilità ambientale con quella economica e quali rischi comporta per le forniture di mense e ospedali?

“Ho sempre ritenuto il tema dei CAM estremamente delicato perché nasce da un principio condivisibile — rendere sostenibile l’approvvigionamento ittico nella ristorazione pubblica — ma che, almeno nella sua impostazione originaria, è stato affrontato con un approccio più ideologico che scientifico.

Posso dirlo anche perché ho partecipato personalmente ad alcuni dei tavoli preparatori e alla modifica della bozza tecnica. In quella fase era evidente come prevalesse una visione del concetto di sostenibilità spesso scollegata dalla reale dinamica biologica, economica e logistica della filiera ittica globale.

Pensare che una porzione così limitata delle superfici oceaniche mondiali — riconducibile prevalentemente alla FAO 37 inizialmente proposta — potesse garantire da sola un approvvigionamento sostenibile per tutta la ristorazione collettiva italiana era, dal mio punto di vista, irrealistico.

Per questo motivo mi sono adoperato fin dall’inizio affinché venisse presa in considerazione la riapertura a tutte le aree FAO certificate sostenibili. Di fronte al diniego governativo, almeno si è riusciti ad ampliare il perimetro includendo la FAO 27 oltre alla sola FAO 37, aumentando parzialmente la disponibilità di prodotto.

Ma il problema di fondo rimaneva: la sostenibilità non può essere ridotta a una semplice geografia politica delle aree di pesca. Deve essere contemporaneamente ambientale, economica ed etica.

Concentrare tutta la domanda su pochissime aree marine aumenta inevitabilmente la pressione sugli stock disponibili, mentre l’approvvigionamento limitato alle FAO 27 e 37 comporta spesso costi significativamente più elevati rispetto ad altre aree mondiali che garantiscono continuità di fornitura e maggiore equilibrio tra biomassa e domanda.

A questo si aggiunge un ulteriore paradosso logistico: il prodotto poteva essere pescato nelle aree “consentite”, spedito in Asia per la lavorazione industriale e successivamente reimportato in Europa, con evidenti criticità anche sul piano dell’impatto ambientale complessivo.

Il rischio concreto, soprattutto per mense, scuole e ospedali, era quindi triplice:

Quando si parla di ristorazione collettiva, bisogna ricordare che non stiamo parlando di un mercato “premium” destinato a pochi consumatori, ma di milioni di pasti rivolti ogni giorno a scuole, anziani, ospedali e fasce fragili della popolazione.

La sostenibilità reale non può prescindere dalla continuità alimentare e dall’accessibilità economica. Per questo credo che il futuro debba andare verso un approccio più scientifico e integrato, basato su:

Proteggere le risorse marine è fondamentale, ma bisogna farlo evitando distorsioni che rischiano di danneggiare contemporaneamente ambiente, imprese e consumatori.”

Si stima che circa il 30-35% del pescato venga sprecato. Lei evidenzia l’importanza della “palatabilità” del pasto, specialmente per gli utenti fragili come i bambini: in che modo rendere il pesce più “buono” e gradito nelle mense può diventare uno strumento di sostenibilità contro il food waste?

M.M. “La vera sfida non è rendere il pesce “più buono”, ma scegliere le specie ittiche più adatte ai gusti e alle abitudini alimentari delle diverse fasce d’età e dei diversi territori, così da ridurre concretamente gli sprechi alimentari.

Pensare che ogni specie abbia lo stesso indice di gradimento da nord a sud Italia è semplicemente utopistico. Viviamo in un Paese con oltre 7.000 km di coste e culture gastronomiche molto differenti: esistono pesci particolarmente apprezzati in alcune regioni e meno graditi in altre.

Ci sono invece specie più trasversali, come i vari merluzzi, la platessa o la sogliola, che vengono generalmente apprezzate in tutte le fasce d’età grazie a carni delicate, texture morbide e maggiore facilità di consumo.

Inoltre, queste specie consentono standard produttivi più sicuri e costanti in termini di porzionatura e controllo delle lische. La “palatabilità”, quindi, non è un concetto secondario: significa selezionare prodotti che verranno realmente consumati e non lasciati nel piatto. Ridurre gli scarti significa rispettare il valore delle proteine nobili del pesce, la sostenibilità ambientale e le risorse economiche pubbliche.

Anche il tema delle ricette è fondamentale. Ad esempio, ritengo che demonizzare il pesce panato pre-fritto sia stato, ancora una volta in molti casi, un errore ideologico. Se realizzato con corretti processi industriali, il prodotto può essere sano, sicuro e nutrizionalmente equilibrato. La pre-frittura industriale moderna utilizza quantità minime di olio, spesso semplicemente vaporizzato in superficie, con l’obiettivo di garantire croccantezza e gradevolezza. Inoltre, il controllo industriale delle proporzioni tra panatura e pesce è molto più preciso rispetto a molte preparazioni manuali. E credo sia oggettivo dire che il gradimento di questo tipo di prodotto, soprattutto nei bambini, sia estremamente elevato.

Se vogliamo davvero combattere lo spreco alimentare, dobbiamo avere il coraggio di distinguere tra prodotto tecnologicamente avanzato e di qualità e pregiudizio ideologico.

Calandoci nell’innovazione tecnologica del prodotto ittico, negli ultimi anni abbiamo lavorato molto affinché i nostri prodotti possano essere cucinati direttamente da congelati, senza necessità di scongelamento preventivo, partendo dalla necessità di rendere la glassatura (necessaria per diverse ragioni come ad esempio protezione da cross contamination, scottature del freddo o urti accidentali) coerente con questi fini e non per aumentarne il peso.

 

Abbiamo svolto parecchie azioni affinché si sensibilizzasse il mercato su questo tema, proprio per ragioni di sostenibilità, per non trasportare acqua in massa maggiore del pesce e per aumentare le performance del prodotto finito.

 

Questo è stato possibile grazie a un importante lavoro sulle fibre del pesce in fase di pesca e surgelazione, sull’utilizzo esclusivo di porzioni calibrate ottenute da filetti interi e su standard qualitativi estremamente elevati, inclusi sistemi di controllo delle lische senza precedenti, oggi coperti da segreto industriale. Sistemi talmente rigorosi che oggi riusciamo ad avere un ritrovamento medio di una lisca ogni milione di porzioni servite, attraverso processi industriali altamente evoluti e continuo investimento nello sviluppo e ricerca.

Tutto questo permette di cuocere esclusivamente le porzioni necessarie al fabbisogno giornaliero, passando direttamente dal congelato al cotto in meno di 15 minuti, senza passaggi intermedi.

Il risultato è un abbattimento quasi totale dello spreco derivante dallo scongelamento, una maggiore sicurezza alimentare e una qualità del prodotto estremamente stabile.

Si aggiunga che oggi Sysco in Italia produce e distribuisce il 100% del pesce nei nostri stabilimenti produttivi, proveniente da pesca sostenibile. Io credo fortemente che questa sia la direzione da intraprendere: unire qualità nutrizionale, sicurezza industriale, gradimento del consumatore e sostenibilità reale.

Ecco perché credo che il gusto non sia un dettaglio, ma uno strumento fondamentale per ridurre lo spreco, garantire continuità di consumo del pesce nelle nuove generazioni e, nel lungo periodo, contribuire anche alla salute pubblica attraverso un’alimentazione migliore.”

Per ridurre gli sprechi, Sysco punta su prodotti ad alto valore aggiunto, come le porzioni calibrate cucinabili direttamente da surgelato. Quali sono i vantaggi operativi di queste soluzioni per la ristorazione collettiva e perché il “fresco” non è sempre la scelta più sostenibile in questo ambito?

PH Sysco Europe

M.M. “Il concetto di innovazione nel settore ittico non riguarda soltanto il prodotto, ma soprattutto la capacità di garantire sicurezza alimentare, continuità qualitativa e sostenibilità operativa nella ristorazione collettiva su larga scala.

Quando parliamo di mense scolastiche, ospedaliere o socio-sanitarie, stiamo parlando della necessità di nutrire ogni giorno milioni di persone attraverso filiere industriali complesse e volumi enormi. In questo contesto, la standardizzazione qualitativa e la stabilità del prodotto diventano elementi centrali.

Parametri come l’ABVT – Azoto Basico Volatile Totale – dimostrano scientificamente come il processo degradativo del pesce inizi già nelle primissime ore successive alla pesca, anche se correttamente refrigerato. Per questo motivo, nelle grandi filiere ittiche internazionali, il vero salto qualitativo avviene direttamente a bordo delle navi pescatrici.

Durante battute di pesca che possono durare settimane, i filetti vengono lavorati immediatamente dopo la cattura, ordinati rispettando la direzione fibrale della carne e surgelati in tempi rapidissimi, spesso entro meno di un’ora.

Nascono così i cosiddetti “fish block”: blocchi di filetti interi surgelati direttamente sulle navi pescatrici che conservano stabilmente qualità, struttura e freschezza originaria del prodotto, oltre a ridurre l’impatto ambientale nelle fasi di trasporto logistico grazie a una maggiore ottimizzazione degli spazi.

Da questi fish block vengono successivamente ottenute porzioni calibrate ad alto valore aggiunto. Questo rappresenta un passaggio fondamentale per la ristorazione collettiva, perché consente di garantire:

Calibrare realmente le porzioni con prodotto fresco è infatti estremamente complesso, sia per la variabilità naturale del pesce sia per i tempi molto ridotti entro cui dovrebbe essere lavorato e consumato.

Le moderne porzioni surgelate di alta qualità mantengono invece performance qualitative elevate anche per 12-18 mesi, consentendo una programmazione molto più efficiente e una gestione più stabile delle forniture.

Inoltre, poter cucinare direttamente da surgelato rappresenta un vantaggio operativo significativo: significa preparare esclusivamente le quantità necessarie al servizio giornaliero, senza scongelamenti preventivi e senza manipolazioni intermedie, con una forte riduzione del food waste.

Un altro aspetto centrale riguarda la tracciabilità. La filiera del prodotto ittico surgelato industriale certificato richiede infatti processi documentali, controlli qualitativi e sistemi di verifica molto più strutturati, soprattutto nelle produzioni destinate alla ristorazione collettiva.

Con una domanda globale di pesce in continua crescita e una disponibilità delle risorse sempre più limitata, ritengo che il surgelato tecnologicamente evoluto rappresenti oggi una delle soluzioni più efficaci per garantire continuità di approvvigionamento, stabilità qualitativa, sicurezza alimentare e sostenibilità nel lungo periodo.”

Guardando al futuro, si parla di acquacoltura offshore e dell’uso di fonti proteiche alternative per i mangimi, come insetti o meduse. Ritiene che queste innovazioni possano davvero rendere la filiera meno dipendente dalla pesca selvatica, oggi biologicamente limitata?

M.M: Sì, credo che questa sia una delle direzioni più concrete e realistiche per ridurre la dipendenza della filiera ittica dalla pesca selvatica, che oggi è biologicamente limitata e non più in grado, da sola, di sostenere la crescita della domanda mondiale di proteine marine.

Come evidenziato anche dalle ricerche di Helly & Froilech, il futuro della sostenibilità passerà necessariamente attraverso un modello integrato: da un lato lo sviluppo di un’acquacoltura tecnologicamente evoluta e offshore, dall’altro la ricerca di nuove fonti proteiche per la mangimistica che riducano la pressione sugli stock ittici naturali.

In questo contesto, ritengo molto più intelligente e sostenibile destinare proteine alternative — come insetti, meduse o sottoprodotti biologici — alla produzione di mangimi piuttosto che puntare direttamente al loro consumo umano su larga scala.

Utilizzarle nella mangimistica permette infatti di sostituire progressivamente farine e oli derivati dalla pesca industriale, mantenendo più equilibrata la catena alimentare e riducendo l’impatto sugli ecosistemi marini.

Sul tema dell’acquacoltura, credo inoltre che il vero futuro sia rappresentato dall’acquacoltura offshore, mentre l’acquacoltura inshore presenti numerosi limiti ambientali. Gli allevamenti costieri intensivi concentrano infatti grandi quantità di biomassa in aree ristrette, con conseguenti:

A questo si aggiunge spesso il consumo di aree costiere delicate, con impatti su biodiversità, paesaggio e qualità delle acque.

L’acquacoltura offshore, al contrario, grazie a correnti più forti, profondità maggiori e migliore ricambio idrico, consente una dispersione molto più naturale dei carichi organici, riducendo significativamente l’impatto ambientale. Inoltre permette di allontanare la produzione dalle aree costiere più fragili e antropizzate.

Come sottolineato anche nella ricerca della biologa marina Helly, le potenzialità dell’acquacoltura offshore sono enormi: si stima infatti che utilizzando meno dell’1% delle superfici oceaniche e marine potenzialmente idonee agli allevamenti offshore, sarebbe teoricamente possibile ottenere una quantità di prodotto equivalente all’attuale pescato selvaggio globale annuale.

Questo dato evidenzia chiaramente quanto l’innovazione tecnologica applicata all’acquacoltura possa rappresentare una leva strategica per il futuro alimentare mondiale. Un altro elemento fondamentale riguarda la crescente carenza di krill e di altre risorse marine utilizzate per la produzione di farine e oli destinati ai mangimi. La disponibilità di queste biomasse non è infinita e sta diventando un fattore critico per l’intero settore.

È quindi inevitabile accelerare lo sviluppo di mangimi alternativi ad alto valore nutrizionale, capaci di garantire continuità produttiva senza aumentare ulteriormente la pressione sugli ecosistemi oceanici.

Tra l’altro, lo sviluppo di queste nuove potenziali tecnologie di allevamento permetterebbe nel contempo di migliorare gli stock selvaggi, incrementando la disponibilità globale, piuttosto che diminuirla.

Credo quindi che la combinazione tra acquacoltura offshore, innovazione tecnologica e nuovi modelli di mangimistica rappresenti una delle poche strade realmente percorribili per conciliare sicurezza alimentare, sostenibilità ambientale e tutela degli stock ittici naturali.”

In conclusione, alla luce della crescente domanda globale di proteine ittiche, quali sono i passi necessari affinché le istituzioni e le aziende lavorino insieme per una programmazione che garantisca stabilità alla filiera e sicurezza nutrizionale per i cittadini?

M.M: “Le proteine ittiche rappresentano una componente fondamentale della dieta moderna, purché ne vengano garantite:

Il tema non riguarda soltanto la sostenibilità ambientale, ma anche la salute pubblica e la sostenibilità economica futura dei sistemi sanitari.

Pensiamo a ciò che si potrebbe ottenere attraverso una programmazione seria e scientifica:

Le proteine ittiche, se inserite correttamente nella dieta collettiva — soprattutto scolastica, ospedaliera e socio-sanitaria — possono rappresentare uno strumento concreto di prevenzione sanitaria oltre che alimentare, arrivando persino a ridurre i costi sanitari.

Per raggiungere questi obiettivi è indispensabile che istituzioni e imprese lavorino insieme in maniera strutturata e continuativa.

Le aziende di produzione, trasformazione e distribuzione possiedono infatti competenze operative che spesso mancano nel dibattito pubblico:

Per questo motivo ritengo che i governi dovrebbero coinvolgere maggiormente la filiera prima di assumere decisioni “di pancia”, spesso guidate più dalla propaganda politica o da approcci ideologici che da una reale conoscenza tecnica della materia.

Se davvero si vogliono ottenere risultati tangibili e sostenibili nel lungo periodo, servono tavoli permanenti con:

Occorre inoltre una programmazione di lungo periodo che punti su alcuni pilastri fondamentali:

Sarà inoltre fondamentale abbandonare alcune visioni romantiche o ideologiche del settore alimentare.

La sostenibilità reale non si misura soltanto sull’immagine del prodotto “fresco” o “artigianale”, ma sulla capacità di garantire:

Credo che entro il 2030 la vera sfida non sarà soltanto produrre più cibo, ma produrre proteine di qualità in modo sostenibile, sicuro e accessibile.

E questo obiettivo potrà essere raggiunto solo attraverso una collaborazione concreta tra ricerca scientifica, industria e istituzioni, basata su dati oggettivi e competenze tecniche, non su approcci emotivi o propagandistici.”

Immagine in evidenza di: PH Sysco Europe

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