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Il trionfo dei prodotti senza glutine: un caso di diffamazione?

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In principio i prodotti senza glutine erano l’unico rimedio conosciuto per curare una patologia che coinvolge l’1% della popolazione europea. Poi arrivò il dubbio che la sostanza proteica, oltre ad essere la nemica numero uno dei celiaci, potesse essere fastidiosa causa di altri disturbi: fu così che si arrivò a parlare di “sensibilità al glutine”.
Infine, le testimonianze delle star hollywoodiane lanciarono una nuova tendenza: l’accusa al glutine.

Trascinato sul banco degli imputati, si è trovato a rispondere di accuse quali: “fa male anche ai non celiaci”, “è un rischio per la salute pubblica”, “fa ingrassare”. I costi della condanna sono alti: l’AIC, Associazione Italiana Celiachia, ci dice che il nostro paese spende quasi 6 milioni di euro al mese per acquistare prodotti senza glutine di cui non avrebbe bisogno.
La giuria, i consumatori, è sempre più confusa. E anche noi. Per questo abbiamo provato e mettere un po’ d’ordine tra mode e necessità.

Quando il glutine diventa veleno: celiachia
Partiamo dai concetti basilari: il glutine è un complesso proteico contenuto in molti cereali: frumento, avena, segale, orzo, kamut, spelta, farro, triticale. Ciò che fa male al celiaco, causandogli gravi danni alla mucosa intestinale, è la prolamina, una delle sostanze che compongono la proteina. Cure per la celiachia? Evitare il glutine come la peste. Per questo un celiaco in Italia ha diritto ad un’esenzione per l’acquisto dei prodotti senza glutine: la ASL gli rilascia una certificazione che prova la patologia, e gli dà diritto ad un tesserino e a buoni pasto, che coprono fino a un tetto massimo mensile stabilito.

Sensibilità al glutine: che vuol dire?
Esistono soggetti che, pur non essendo celiaci né allergici al grano, reagiscono all’assunzione del glutine con gonfiore, dolori addominali, alterazione delle abitudini intestinali, diarrea, e una sfilza di altri possibili disturbi. Fino a qualche anno fa i medici non sapevano bene in quale categoria inserire queste nuove vittime del glutine: bisognava anzitutto stabilire l’esistenza reale di una patologia, trovare dei mezzi per fare una diagnosi. Non riuscivano neanche a capire quanto fosse diffusa: l’ipotesi era che a soffrirne fosse il 6% della popolazione.

Queste incertezze hanno creato le condizioni affinché lievitasse una gran confusione sulla reputazione del glutine. Da lì il proliferare delle crociate sul web, delle auto-diagnosi, l’insorgere del fan club degli alimenti senza glutine. E anche delle preoccupazioni dei medici nei confronti di una falsa informazione, che favoriva l’uso indiscriminato dei prodotti senza glutine precludendo spesso la diagnosi di nuovi celiaci. Questo babelico attacco rischiava, infatti, di far passare in secondo piano la questione principale: per qualcuno era causa di un disturbo serio, che andava riconosciuto e curato.
Recentemente è stata fatta un po’ di chiarezza: esiste una sensibilità al glutine, e ce lo dicono i risultati di uno studiopromosso dall’AIC e dalla Fondazione Celiachia, pubblicati su BMC Medicine. Non esistono ancora, tuttavia, dei test specifici per diagnosticarla, e questo rende tutto più difficile.

Il glutine è un attentato alla salute pubblica?
Lo scorso anno una pubblicità apparsa sul Corriere della Sera ha sollevato un gran polverone. La frase imputata era ”Lo sai che il glutine è dannoso per tutti?”, firmata dal brand  “Le Bontà di Edo”. La vicenda si concludeva con la sentenza del Comitato di Controllo dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria: tipico caso di pubblicità ingannevole, dal momento che non ci sono elementi per dire che sia una sostanza pericolosa, se non per i celiaci e per chi soffre di gluten sensitivity.

Questo è uno dei tanti esempi di una  “diffamazione” che preoccupa tanto l’AIC, che non vede di buon occhio neanche l’esaltazione del senza glutine, e delle sue non provate qualità salutistiche e dimagranti.
Il rischio? Come ha detto un anno fa il direttore generale dell’AIC, Caterina Pilo, il rischio è quello di allontanare dalla diagnosi i veri celiaci, ma anche che si perda la percezione della gravità della malattia, e che a risentirne siano le politiche alimentari in difesa dei celiaci.

Senza addentrarci nei meriti della questione, due dubbi si impongono in questo caotico bozzetto: le varietà di grano più utilizzate dalle industrie alimentari hanno un ruolo nell’odierna diffusione dell’intolleranza al glutine?
Secondo dubbio: che ruolo hanno gli interessi di aziende alimentari, farmacie, parafarmacie, supermercati e negozi specializzati nella vendita di prodotti senza glutine, nella diffusione di questa “condanna diffamante”?

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