Si continua a parlare di crisi climatica, che non sta modificando soltanto i raccolti ma anche gli equilibri economici dell’intera filiera agroalimentare europea. Siccità prolungate, grandinate improvvise, piogge intense e fuori stagione stanno rendendo sempre più difficile programmare le produzioni, investire sul lungo periodo e garantire stabilità economica alle aziende agricole. Gli effetti, però, non sono uguali per tutti i comparti: se alcune produzioni stanno vivendo una fase di forte sofferenza, altre stanno registrando conseguenze inattese, talvolta persino positive nel breve periodo. Quel che è certo è che le politiche esistenti non stanno tenendo il passo con l’aggravarsi dei rischi e non sono più in linea con l’Agenda 2030. Secondo gli esperti, i progressi attuali nel settore non sono sufficienti per proteggere né gli agricoltori né la sicurezza alimentare. Il punto, però, resta lo stesso per tutti: la crescente instabilità.
Ne abbiamo parlato con alcuni protagonisti del settore agroalimentare, che raccontano un’agricoltura sempre più esposta agli squilibri climatici, economici e produttivi.
I numeri di una crisi già in corso

Il quadro che emerge sullo stato dell’agricoltura europea è tutt’altro che rassicurante. Secondo il Comitato consultivo scientifico europeo sui cambiamenti climatici (ESABCC), nel suo rapporto Climate adaptation and mitigation in the agri-food system pubblicato a marzo 2026, l’intero sistema agroalimentare dell’UE – responsabile di circa un terzo delle emissioni nette di gas a effetto serra – è oggi esposto a rischi climatici crescenti sempre più intensi: siccità, inondazioni, ondate di calore ed epidemie fitosanitarie. Le conseguenze sono già concrete. Secondo un’analisi della Banca Europea per gli Investimenti (EIB), realizzata insieme alla Commissione Europea, le perdite per il comparto agricolo superano già 28 miliardi di euro all’anno e potrebbero aumentare fino al 66% entro il 2050. A preoccupare è anche il possibile impatto sull’accesso al credito. Come ha dichiarato Christophe Hansen, il commissario per l’agricoltura e l’alimentazione, “I cambiamenti climatici e le loro conseguenze potrebbero limitare l’accesso degli agricoltori ai finanziamenti, poiché le banche potrebbero diventare ancora più riluttanti ad assumersi rischi rispetto a quanto non lo siano oggi”.
Anche in Italia il segnale è evidente: un approfondimento del 2025 del Dipartimento per la Programmazione Economica ricorda che il Mediterraneo è uno degli “hot spot” più vulnerabili del cambiamento climatico globale, un’area dove le temperature salgono più rapidamente rispetto alla media e dove gli eventi estremi stanno diventando una componente strutturale della produzione agricola.
Ortofrutta in difficoltà: “Il cambiamento climatico è devastante”
Tra i comparti più colpiti c’è senz’altro quello ortofrutticolo. Avevamo già visto come lunghi periodi piovosi – sfociati in alcuni casi in alluvioni in Emilia-Romagna o in frane come nel caso di Niscemi che mettono in ginocchio interi territori – seguiti da estati calde e siccitose danneggino soprattutto gli alberi da frutto, riducendo la qualità ma anche la dimensione dei frutti.
“Il cambiamento climatico è devastante sulle nostre produzioni” conferma Massimiliano Moretti di Agribologna. “E non parlo solamente degli eventi estremi, che purtroppo stanno diventando sempre più frequenti e imprevedibili. Il problema riguarda anche i cambiamenti dei cicli produttivi delle colture che facciamo in Italia e in Europa”. Secondo Moretti, questa instabilità rende sempre più difficile investire in agricoltura, soprattutto in produzioni che richiedono impianti destinati a durare molti anni.
Il caso delle pere e delle colture sempre più fragili
Un esempio emblematico è quello delle pere, già da tempo alle prese con nuove patologie, cali produttivi e difficoltà economiche. “Un imprenditore agricolo che oggi vuole investire nelle pere non sa quali strumenti avrà a disposizione tra cinque anni per proteggere le colture, né quali nuove malattie dovrà affrontare a causa del cambiamento climatico” osserva Moretti. “Eppure si tratta di investimenti che dovrebbero durare almeno quindici o vent’anni”.
Il risultato è che sempre meno aziende decidono di continuare o di entrare nel settore: dal 2015 a oggi, i produttori della cooperativa Agribologna sono passati da oltre 115 a meno di 90. A questo si aggiunge il nodo degli agrofarmaci: la transizione verso un’agricoltura più sostenibile è necessaria e condivisibile, ma senza alternative agronomiche adeguate il rischio è perdere le produzioni. “Se non troviamo il modo di avere alternative agronomiche per poter produrre, perderemo le produzioni” sintetizza Moretti.
Nel frattempo, la ricerca prova a individuare nuove soluzioni.Un esempio è la mela Bernina®, sviluppata dall’Università di Bologna proprio per costruire una varietà più resistente agli stress climatici, una direzione che, probabilmente, diventerà sempre più centrale nei prossimi anni. Ma sul fronte strutturale restano nodi irrisolti: l’aumento dei costi di produzione, la difficoltà nel reperire manodopera e un livello di automazione ancora limitato rispetto ad altri comparti produttivi. “L’agricoltura dell’ortofrutta è ancora molto indietro rispetto ad altri settori dal punto di vista delle automazioni. E il rischio è che alcune colture non siano più economicamente sostenibili” conclude.
Le nuove colture che avanzano
Se alcune produzioni tradizionali sono in affanno, la crisi climatica sta al tempo stesso aprendo spazi inediti per l’agricoltura italiana. Ne è un segnale concreto la crescita dei frutti tropicali coltivati in Italia: le superfici dedicate ad avocado, mango, guava e altre colture esotiche hanno superato i 1.200 ettari, concentrati soprattutto tra Sicilia, Puglia e Calabria, secondo Coldiretti. Una sfida che molti agricoltori – spesso giovani – hanno scelto di trasformare in opportunità, recuperando terreni altrimenti destinati all’abbandono.
Ma il quadro complessivo, secondo il Dipartimento per la Programmazione Economica sopracitato, è più ambivalente: se le aree idonee a molte colture si stanno spostando verso nord e verso quote più alte, le produzioni tradizionali del Mezzogiorno devono allo stesso tempo fare i conti con siccità più intense e caldo estremo. Non si tratta, insomma, di una semplice sostituzione: per il Sud Italia i rischi maggiori riguardano la disponibilità idrica e la tenuta dei raccolti estivi, con cali stimati anche oltre il 50% in condizioni di irrigazione insufficiente. In altre parole, si sta ridisegnando la geografia agricola del Paese. Ma non necessariamente in modo equilibrato.
Più latte grazie alle piogge: l’effetto inatteso del clima sulla zootecnia
Anche i formaggi risentono degli effetti della crisi climatica, ma nel comparto lattiero-caseario l’ultima stagione è stata particolarmente favorevole. Simona Caselli, presidente di Granlatte, spiega che dopo due anni difficili per la qualità dei foraggi, le abbondanti piogge e il clima mite hanno creato condizioni ideali per la zootecnia. “C’è stato il clima più favorevole possibile per la zootecnia dall’estate scorsa fino a oggi. Dopo due anni di foraggi pessimi, quest’anno erano buoni, quindi le vacche stanno producendo moltissimo latte”.
A livello aziendale, Caselli parla di circa due litri in più per vacca. Ma quello che potrebbe sembrare un vantaggio ha avuto conseguenze economiche pesanti: l’aumento della produzione ha contribuito a un forte calo dei prezzi di mercato, superiore al 20%, mettendo a rischio alcune imprese socie del consorzio. “Stiamo vivendo una crisi da fallimento della programmazione” osserva Caselli. “Siccome i prezzi erano alti, si è iniziato a produrre moltissimo. Poi si è aggiunta la stagione favorevole e oggi ci troviamo con un crollo dei prezzi”. Una dinamica che dimostra come anche gli effetti positivi del clima, se non governati da strumenti adeguati di programmazione, possano trasformarsi rapidamente in crisi economica.
La PAC al bivio: più risorse e strumenti per la filiera
Il caso del latte dimostra bene come il futuro dell’agricoltura non si gioca solo nei campi, ma anche nelle decisioni politiche ed economiche che arrivano da Bruxelles. Al centro del dibattito sulla nuova Politica agricola comune (PAC) c’è infatti la necessità di passare da un sistema che interviene solo a crisi avvenuta a uno capace di prevenirla. L’obiettivo è proteggere non solo il reddito degli agricoltori, ma la nostra stessa autonomia alimentare. “Con le guerre in corso, stiamo riscoprendo quanto sia strategico avere filiere che tengano e che garantiscano cibo e dignità economica a chi lo produce” sottolinea Caselli. La sfida per l’Europa post-2027 sarà quindi quella di creare uno “scudo” che metta al riparo il settore dalla volatilità del clima e dei mercati, trasformando la resilienza da concetto astratto in uno strumento concreto di difesa per ogni azienda.
Tra biologico e convenzionale: la proposta dell’agricoltura integrata
Accanto alle difficoltà produttive ed economiche, il settore agricolo è chiamato anche a ripensare i modelli di coltivazione. Un esempio è quello dell’agricoltura rigenerativa, di cui si sta parlando negli ultimi anni. Secondo Gabriele Canali, professore di Economia agro-alimentare, che abbiamo intervistato a proposito dello stato della filiera delle carni rosse in Italia, però il dibattito non dovrebbe limitarsi alla contrapposizione tra biologico e convenzionale. “Serve un biologico che investa davvero sulla produzione” osserva, sottolineando anche la necessità di avere dati più chiari e tracciabili lungo tutta la filiera.
Per Canali, una delle strade possibili è quella dell’agricoltura integrata, ossia un sistema che combina strumenti biologici e interventi mirati solo quando necessario, con l’obiettivo di tutelare sia la quantità sia la qualità delle produzioni. “Se il biologico occupa una piccola fetta del mercato, ma una parte significativa del convenzionale viene convertita a una produzione integrata certificata, l’impatto ambientale potrebbe essere molto rilevante” spiega.
Un’agricoltura sempre più esposta all’incertezza
Dall’ortofrutta alla zootecnia, come abbiamo visto la crisi climatica sta mettendo sotto pressione l’intera filiera agroalimentare, anche se con effetti molto diversi da settore a settore: se in alcuni casi il problema è la perdita dei raccolti, in altri è invece l’eccesso di produzione; in alcuni comparti si aprono spazi per nuove colture, mentre in altri si chiudono decenni di tradizione. Ma in tutti emerge la stessa difficoltà: fare programmazione – di filiera, di mercato, di politica agricola – in un contesto sempre più instabile. La crisi climatica non è più una “variabile futura da anticipare”: purtroppo, lo troviamo già dentro le stagioni, dentro i prezzi e, soprattutto, dentro le scelte di chi coltiva e di chi alleva. Ed è proprio questa incertezza strutturale a rappresentare oggi la sfida più complessa per il futuro dell’agricoltura europea. Eppure, accanto alle difficoltà, emergono anche segnali di adattamento e innovazione: giovani agricoltori che scommettono su nuove colture, cooperative che ripensano la filiera, ricercatori impegnati nello sviluppo di varietà più resistenti agli stress climatici. La strada resta complessa, certo, ma gli strumenti per percorrerla esistono già e, come sottolineano tutti gli esperti, sarà fondamentale costruire risposte condivise, capaci di mettere insieme agricoltura, ricerca, politica e territorio.
Fonti:
- climate-advisory-board.europa.eu
- eib.org
- eea.europa.eu
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