Bar, pizzerie, bistrot, ristoranti, osterie, trattorie. Un lungo elenco di luoghi della nostra quotidianità, che possono ospitare storie e ricordi di ognuno di noi. Aneddoti che si intrecciano tra i tavoli, in ambienti normalmente ricchi di caos controllato, di rumori, di suoni, di musica e di parole. Spazi incredibilmente stimolanti, tra i pochi in cui tutti e cinque i sensi vengono stimolati e sollecitati contemporaneamente. Ambienti che, però, possono diventare estremamente complessi da gestire per una persona che soffra di ipersensibilità sensoriale, o abbia la necessità di strutture lineari e chiare, anche ripetitive o quantomeno prevedibili, o ancora abbia difficoltà comunicative. Ecco perché il processo di inclusione nello staff di ristoranti, bar e locali in genere di persone affette da disturbi dello spettro autistico è particolarmente complesso. Ed è altrettanto significativo che, in diverse parti d’Italia, nascano progetti virtuosi che mettono l’inclusione al centro per costruire spazi davvero aperti a tutte e a tutti.
La ristorazione come laboratorio sociale

Partiamo svelando qualcosa che non tutti sanno: il settore della ristorazione risulta particolarmente adatto all’inserimento nel mondo del lavoro di persone con disabilità in genere, ma in particolare per l’autismo. È una situazione che sembra controintuitiva, ma in realtà si concentra tutto in un solo concetto: organizzazione. Un ambiente di lavoro ben organizzato, fatto di compiti chiari, routine ripetibili e sequenze operative definite, può essere un ottimo ambiente lavorativo in cui inserire le persone nello spettro autistico.
Le difficoltà più comuni, infatti, sono proprio quelle legate all’adattamento a situazioni estemporanee o inaspettate, che possono mettere in difficoltà queste persone più di altre. Per questo negli ambienti di lavoro che includono persone con autismo, molto spesso, si è operata una intera rivalutazione del lavoro stesso.
L’inclusione delle persone con autismo nella filiera del food
I primi passi mossi nell’inclusione lavorativa legato al food sono stati quelli nella filiera produttiva: del resto lo abbiamo detto, uno degli ostacoli più importanti è quello legato all’imprevisto, mentre la gestione del pubblico comporta, per sua stessa natura, una quota costante di imprevisti. Ecco quindi che i casi di attività produttive alimentari che integrano persone nello spettro autistico sono diversi in tutta Italia. Ci sono storie che abbiamo già raccontato anche tra le pagine del Giornale del Cibo, come quella di Sbrisolaut, impresa di Mantova che produce la famosa e gustosa torta sbrisolona, o Birracca, un birrificio artigianale sociale di Civitanova Marche, in provincia di Macerata. Il passo successivo è quello di impiegare le persone con autismo nel rapporto con il pubblico e con la clientela, e in questo il caso più famoso in Italia, che sta facendo scuola anche fuori dai confini nazionali, è quello di PizzAut, un’avventura partita quasi dieci anni fa che oggi, per fortuna, non è più un caso isolato.
PizzAut: il modello di un percorso condiviso
È importante ricordare come PizzAut, progetto nato nel 2017 con l’obiettivo di creare opportunità lavorative specifiche per persone con autismo, abbia gettato le basi per molti dei percorsi oggi attivi in Italia. Uno degli elementi di svolta è stata la volontà e caparbietà di costruire autonomia per i ragazzi e le ragazzi con autismo attraverso la gestione diretta di ristoranti e pizzerie, accompagnata da un percorso estremamente virtuoso di assunzioni stabili e di creazione di autonomia per i lavoratori. Ma esistono altre realtà, anche più piccole, che si occupano di integrazione di persone con autismo nel mondo del lavoro. È il caso del Baraonda Caffè, nella città metropolitana di Napoli, gestito dalla cooperativa TAM, che insieme a persone nello spettro autistico, porta nel mondo del lavoro giovani neurodivergenti e con disabilità psichiche. Le opportunità non riguardano solo il bancone o il servizio ai tavoli, ma anche la grafica del locale e la gestione delle pagine social e digitali. C’è poi la Fondazione Aut Aut di La Spezia, che gestisce una residenza turistica chiamata Luna Blu e che impiega i ragazzi autistici anche nel pastificio interno alla struttura. O ancora la Cascina Bellaria del Parco di Trenno, una vera e propria trattoria solidale. E, un caso recentissimo nell’estremo Nord Est, è quello di Go Autstanding, a Monfalcone.
Go Autstanding, la sosta inclusiva
Ristorante, pizzeria, bar, caffetteria, pasticceria e gelateria. Go Autstanding è interamente gestito da otto ragazzi con autismo, affiancati da due educatori e formati da personale qualificato nella somministrazione alimentare. A dare il via al progetto è stata la Fondazione Go Out ETS, insieme a La Melagrana Cooperativa Sociale, e segue le orme dell’omonima attività nata sulle colline di Prosecco, alle spalle di Trieste. I due fondatori, Lucia Bevilacqua e Salvatore “Uccio” Pilato, sono stati insigniti del titolo di Ufficiali al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, proprio per il loro impegno sociale. “Per il loro impegno” si legge nella motivazione “volto ad offrire opportunità di lavoro e di inclusione sociale a persone diversamente abili”.
Una realtà, quella di Autstanding, che si inserisce nella fitta rete di associazioni che si occupano di disabilità e autismo, con il duplice obiettivo di formare persone e ragazzi al mondo del lavoro e quello di assumerli direttamente, a tempo indeterminato, per far crescere sempre di più l’attività e aumentare l’offerta al pubblico. Un circuito virtuoso fatto di solidarietà, ma anche di rispetto e di una scelta forte, condivisa da tutti gli esempi che abbiamo citato e anche quelli che non abbiamo citato: la garanzia del diritto al lavoro, sancito dalla Costituzione e che va garantito, proprio a tutti e a tutte.
Conoscevi già questa realtà? Vuoi raccontarci e segnalarci altri progetti virtuosi che coniugano l’inclusione e il cibo? Scrivici nei commenti!
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