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New York Times vs l’olio extravergine di oliva made in Italy

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Tra verità, bugie, ritrattazioni e un insopportabile paternalismo velato di nevrosi

Articolo di Martino Ragusa

È cosa nota. Quando si tratta di criticare l’Italia, i media USA preferiscono la tecnica della mazzata con sfottò. Mettono in scena sempre la stessa pantomima con Mamma America che non si limita a sgridare, ma si diverte a infierire con spocchia su noi figli delinquentelli e idioti.  L’ultima è andata in scena pochi giorni fa con la regia del New York Times: 15 vignette che silurano l’olio extravergine d’oliva italiano, finora idolatrato dagli americani al punto di divenire un importante status symbol.
Beninteso, non sono accuse basate sul nulla. Anzi! Alcuni produttori italiani hanno la coscienza lercia e sono il primo a esserne consapevole. Ma è anche vero che in questa vicenda il dovere di denuncia è stato superato dalla voglia di mollarci l’ennesima sberla. Forse per deformazione professionale, sono convinto che sia entrato in gioco anche il  senso d’inferiorità americano per una gastronomia (la loro) di disarmante povertà a confronto della nostra che perciò è oggetto di desiderio e bersaglio di invidia allo stesso tempo. Tutto questo ha spinto il NYT a calcare la mano oltre il dovuto, a discapito della verità dei fatti, tanto che dopo un paio di giorni ha ritenuto di dovere modificare qualche vignetta stemperandone parecchio i toni.I fatti sono ben conosciuti ma li ricordo: Nicholas Blechmen del New York Times racconta in 15 vignette il suicidio dell’extravergine italiano a causa del comportamento truffaldino dei produttori nostrani. Si racconta come la maggior parte dell’olio venduto in Usa come italiano sia in realtà tagliato con oli provenienti da Spagna, Marocco e Tunisia e con oli di semi ai quali è stato aggiunto beta-carotene per nasconderne il sapore e clorofilla per colorarlo. Si parla addirittura del 69% di bottiglie adulterate di quelle riempiono gli scaffali dei supermercati americani. Sedicente olio extravergine d’oliva marchiato “Made in Italy” pesantemente sofisticato e venduto a carissimo prezzo. Una vera bomba sull’immagine e sul destino di un nostro prodotto principe!
A onor del vero, le vignette raccontano anche che l’Italia fa qualcosa per combattere le frodi. Ed ecco il disegnino con i carabinieri dei Nas addestrati a usare l’olfatto per scovare le bottiglie farlocche come cani anti-droga. Un’alta illustra un blitz della nostra polizia in un oleificio,  in tenuta da guerra e con tanto di mitragliette, elicotteri e carrarmati. La successiva rivela che tutta questa mobilitazione è inutile perché i produttori sono i conniventi con i politici e la fanno quasi sempre franca.
Nell’ultimo disegno la morale: le frodi causano il crollo del prezzo dell’olio italiano e il conseguente indebolimento dei produttori che alla fine della fiera non avranno fatto altro che realizzare il loro suicidio economico.Come dicevo, dopo un paio di giorni, sempre sul NY Times, arrivano le rettifiche così articolate:
  1. Viene specificato che il taglio con olio oliva non italiano e olio di semi avviene solo in alcune raffinerie e non in quasi tutte come si era lasciato intendere.
  2. Non si parla più di “Made in Italy” (messo così in salvo) ma di “Packed in Italy” o “Imported from Italy”
  3. È stata pesantemente corretta la vignetta in cui si diceva che il 69% dell’olio in vendita negli Usa è adulterato. Ora si cita uno studio del 2004 secondo il quale “il 69% dell’olio importato negli Usa come extravergine non corrisponde agli standard organolettici previsti per questa denominazione.
  4. Non si cita più Tom Mueller, autore del libro “Extraverginità. Il sublime e scandaloso mondo dell’olio d’oliva” e ispiratore delle vignette. Questo perché Mueller ha trovato nelle vignette: “errori e interpretazioni errate, che non corrispondono a quanto io abbia mai scritto o a quanto pensi”.

Che il mondo dell’extravergine non sia fatto di chierichetti lo sappiamo anche noi italiani. E sappiamo anche che i conti non tornano: nel 2013 siamo stati i maggiori importatori mondiali di olio di oliva. Ma allo stesso tempo siamo i secondi produttori al mondo dopo la Spagna. Quale spiegazione dare a questo paradosso? Dove va a finire tutto questo olio importato? Sappiamo anche che un’azienda olearia toscana con 110 milioni di fatturato rivendeva ad aziende imbottigliatrici olio sfuso che finiva in bottiglie con scritto sull’etichetta “100% italiano” e invece era una miscela di olio vergine e lampante. E sappiamo che non è l’unica delinquere in questo senso.
I nostri produttori vanno seriamente messi sotto torchio. A differenza degli americani, noi sappiamo che nostri Nas hanno altri strumenti oltre il naso per scovare gli adulteratori. Si attivino con maggiore determinazione e severità sul settore oleario!  E chi ci governa difenda con maggiore rigore che quel grande patrimonio nazionale che è il Made in Italy.
Ma dagli Stati Uniti, per favore, arrivino denunce formulate in modo meno nevrotico. Da quelle parti sono pieni di psicoanalisti, si facciano spiegare da loro cosa sia l’ambivalenza. Che curino quel mescolone d’invidia e altezzosità che li affligge! Che risolvano il sentimento conflittuale di odio e amore per il made in Italy!  Non hanno capito che questa posizione nevrotica li porta a farla fuori dal vaso? Scoprano gli altarini e li denuncino evitando di cedere alla tentazione dello sfottimento e rispettino la verità evitando di divulgare, accanto a quelle sacrosante, notizie non vere che poi sono costretti a rettificare.

Queste sono le vignette:

 

La maggior parte dell’olio d’oliva venduto come italiano non viene dall’Italia ma da paesi come Spagna, Marocco e Tunisia.

 

 

Qualche ora dopo essere state raccolte, le olive vengono trasportate al frantoio…

 

 
Dove sono pulite, spremute e pressate.

 

 

Vengono caricate su un camion cisterna…

 

 

E portate in nave fino all’Italia, il maggior importatore mondiale d’olio.

 

Intanto, bastimenti di olio di semi di soia o altri oli poco costosi vengono etichettati come olio d’oliva, e portati allo stesso porto.

 

Alla raffineria, l’olio d’oliva è raffinato/tagliato con olio più economico…

 

E mescolato con beta-carotene, per nascondere il sapore, e clorofilla per colorare.

 

Le bottiglie sono etichettate come olio extravergine d’oliva e marchiate con il “Made in Italy” degno di rispetto in tutto il mondo. (curiosamente questo è legale, anche se l’olio non viene dall’Italia).

 

L’olio d’oliva è trasportato in tutto il mondo, in paesi come gli USA, dove il 69% dell’olio d’oliva è adulterato.

 

Per combattere le frodi, una sezione speciale dei carabinieri italiani viene addestrata per riconoscere l’olio cattivo.

 

Gli ufficiali di polizia visitano regolarmente le raffinerie, in un tentativo di regolamentare il settore.

Ma i produttori – molti dei quali hanno rapporti con politici potenti – sono raramente perseguiti

 

Tutta questa frode ha creato un crollo nei prezzi dell’olio d’oliva. I produttori corrotti si sono indeboliti, commettendo nient’altro che un suicidio economico.

Le immagini sono tratte da New York Times

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