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Farmer’s Market: Conviene Davvero Comprare Dal Contadino?

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Un po’ di chiarezza sui mercati del contadino. Il rapporto diretto tra produttore e consumatore è garanzia di genuinità, ma a questo non sempre corrisponde il risparmio e la tutela dell’ambiente promessa dal «km zero». Una possibilità in più per scegliere cosa e dove comprare, senza farsi abbagliare da chi assicura bassi costi e la salvezza del pianeta.

Come riconoscere un farmer’s marketDOC

I farmer’s market si moltiplicano sul territorio, oltre a Slow Food e Coldiretti, sono moltissime le organizzazioni che in questo periodo stanno aprendo nuovi mercati del contadino. Ma quali sono i verifarmer’s market?
Lo chiediamo a Vilmer Poletti, Servizio Produzioni Vegetali Regione Emilia-Romagna, responsabile del settore Organizzazione comune di mercato. «Bisogna fare un po’ di ordine – precisa – i farmer’s market, secondo la normativa prevista dal decreto ministeriale, sono solo quelli nei quali i produttori veri e propri, e solo loro, vendono direttamente il loro prodotto al consumatore. Gli alimenti presenti in un farmer’s marketdevono essere solo quelli prodotti dalle aziende che vi partecipano e ovviamente devono essere legati al territorio e alla stagione di riferimento».
In realtà, spiega Poletti, le aziende agricole hanno sempre avuto il diritto di vendere direttamente i loro prodotti all’interno dei mercati del comune di appartenenza. La novità è che nel farmer’s market sono presenti non solo le aziende e i produttori del comune, ma di tutta la regione.

«Ciò che deve garantire un farmer’s market è un contatto, il più possibile diretto, tra chi produce e chi acquista. E questa possibilità di scambio e di comunicazione immediata è proprio quel quid in più su cui deve puntare chi vuole far parte di un mercato del contadino e chi decide di sceglierlo per gli acquisti». Su tutto il resto si può discutere, sostiene Poletti.«Non è detto che chi compra in un farmer’s market risparmi davvero rispetto alla grande distribuzione, dipende dall’efficienza della filiera e può variare di caso in caso. Un contadino che, ad esempio, porta le sue mele nel farmer’s market a 40 km da casa sua, le venderà a un prezzo maggiore di quello che le produce a 5 km di distanza, anche qui abbiamo ridotto i passaggi della filiera al minimo, ma non è detto che alla fine l’alimento risulti più conveniente di quello che troviamo nei supermercati.

Inoltre non è corretto dire che lo “stesso prodotto” venduto in un grande supermercato costa meno se acquistato in un farmer’s market e questo perché non sarà mai lo “stesso prodotto”. L’alimento che arriva sugli scaffali dei supermercati è passato attraverso cernite, controlli, fasi di imballaggio, distribuzione e presentazione che sono sicuramente diversi da quelli a cui va incontro il prodotto colto dall’agricoltore e portato, più o meno così come è, all’interno del farmer’s market».
Insomma, il risparmio può essere un argomento molto convincente, ma non sempre vero. Un prodotto artigianale, inoltre, è sempre diverso da uno industriale e non è detto che il piccolo contadino possa offrire un alimento più sano di quello realizzato dalla grande distribuzione. Promettere bassi costi, inoltre, non aiuta di certo i produttori che, se non rispettano le attese del consumatore, sono tenuti a doverne rendere conto, con tutti i pro e i contro della questione.

La spesa a «Km zero» è ecologica?

Un altro punto importante è la tutela dell’ambiente, uno degli aspetti chiave su cui punta chi, come Coldiretti e Slow Food, si sta facendo forte promotore dei mercati dei contadini. Parlando di filiera corta efarmer’s market, infatti, si sente spesso parlare di spesa a «km zero». I mercati del contadino vengono presentati come luoghi eco-sostenibili, se così si può dire, in grado di aiutare l’ambiente e ridurre le emissioni di gas serra, minimizzando il trasporto «dal forcone alla forchetta».
Ma è proprio vero? Questo è uno dei punti più critici da analizzare e da valutare perché non è sempre vero che una mela nata a 10 km da casa tua inquina meno l’ambiente di una che arriva direttamente in aereo dalla Nuova Zelanda.

Come ci racconta Dario Bressanini su Le Scienze, uno studio commissionato dal DEFRA, il Ministero per l’ambiente e l’agricoltura britannico, rivela che i food miles, ossia i chilometri percorsi dal cibo per arrivare dal campo alla tavola, da soli non sono un indicatore valido di sostenibilità ambientale. Una ricerca eseguita dal dipartimento di economia agraria dell’Università di Lincoln, Svizzera, sottolinea, ad esempio, che fare 10 km in auto per andare a comprare un solo chilogrammo di verdura produce più CO2 che trasportarla in aereo dal Kenya.
In effetti sono molti i fattori che concorrono all’impatto ecologico delle filiere alimentari. È stato dimostrato, ad esempio, che le dimensioni di un’azienda incidono sul consumo energetico e sulle emissioni di gas serra, aziende più grandi risultano più efficienti e quindi inquinano meno.

Helman Schlich e Ulla Fleissner, dell’Università di Giessenhanno scoperto che serve meno energia per produrre carne d’agnello in una grande fattoria neozelandese e portarla via nave ad Amburgo, che produrla in una piccola fattoria in Germania.
Non sono solo i chilometri di distanza dal campo alla tavola a essere importanti per l’ambiente, ma anche altri fattori tra cui il metodo di produzione e trasporto, la spesa energetica e la stagionalità del prodotto che si acquista. Il «km zero» risulta quindi un aspetto piuttosto problematico che non manca di sollevare qualche perplessità e su cui è facile cadere in contraddizione. Si incoraggia il consumo dei prodotti locali, ma nello stesso tempo si promuove il Made in Italy nel mondo, si proclama la difesa dell’ambiente con il «km zero», ma contemporaneamente Petrini, patron di Slow Food, fa arrivare a Parma dalla Cornovaglia i maiali da trasformare in strolghino e cicciolata (due salumi tipici emiliani) e rispedire alla corte di Buckingham Palace per Natale.

I limiti dei mercati del contadino

Con un occhio un po’ critico e con la giusta attenzione, i farmer’s market possono assicurare genuinità, un rapporto diretto con il produttore e, in alcuni casi, anche un buon prezzo.
Ma a livello globale i mercati del contadino possono essere la risposta a tutti i problemi del reparto agroalimentare italiano?«Certamente no – dice Poletti – la vendita diretta attualmente coinvolge il 15-20% della popolazione ed è giusto che rimanga su questistandardL’Europa d’altronde va in un’altra direzione e si punta più sulle organizzazioni di produttori che sulle iniziative di vendita diretta. Non possiamo pensare di vivere di soli farmer’s market, dopotutto siamo il paese che trasforma più prodotti alimentari al mondo ma siamo poveri di materie prime, se decidiamo di cibarci di soli prodotti locali dobbiamo sapere che rinunciamo per sempre a mangiare la pasta e la pizza».

La vendita diretta è sicuramente una realtà interessante che aggiunge una possibilità in più al ventaglio di opzioni per la spesa di ogni giorno. «Sarebbe più utile però – sottolinea Poletti – se diventasse un fenomeno più unitario e non così frammentato e internamente diviso come è oggi».

 

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di Anastasia Scotto

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