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Te’: Le Sofisticazioni Più Comuni

Redazione

di Gianluigi Storto.

Le sofisticazioni del tè, anche considerando la diffusione planetaria della bevanda, sono abbastanza comuni, specialmente laddove le foglioline sono vendute sfuse nei mercati all’aperto. È questa una condizione che si realizza soprattutto nei Paesi dove il tè è coltivato, mentre è più difficile riscontrarla nei Paesi più ricchi dove il tè è venduto sotto la garanzia di marchi commerciali importanti o da negozi specializzati che mettono in gioco la loro reputazione e professionalità.

La sofisticazione più semplice e diffusa è quella in cui vengono miscelate assieme qualità di tè diverse, spacciandole per quella a più alto valore economico. Ricordiamo che, almeno per il tè nero, la qualità è data dalla forma, grandezza e aspetto delle foglioline e che, per semplificare, maggiori sono le loro dimensioni, migliore è la qualità. Dunque la sofisticazione più banale del tè consiste nel mescolare alle foglie pezzettini più piccoli, piccioli sminuzzati, polverino di foglie. Si tratta di una sofisticazione innocua dal punto di vista sanitario, anche se riveste carattere di reato penale, configurandosi come frode in commercio.

Un altro tipo di sofisticazione è quella della vendita di foglie già utilizzate in precedenti infusioni e nuovamente essiccate. Il risultato della seconda infusione sarà ovviamente un tè esaurito. Questa alterazione dolosa è molto diffusa in Oriente, dove la vendita al dettaglio di materiale praticamente allo stato sfuso facilità questa attività fraudolenta lungo tutta la catena del commercio e dove è molto difficile individuare le responsabilità. Le seconde infusioni sono ovviamente meno colorate delle prime dato che le teorubigine, responsabili del colore, si sciolgono quasi completamente già nel primo infuso. Per ovviare a questo inconveniente, che potrebbe far scoprire la frode, a questo tipo di sofisticazione in genere si accompagna un’ulteriore sofisticazione che consiste nell’aggiungere alle foglioline di tè esaurite coloranti in grado di dare nuovamente all’infuso il suo colore tipico. Purtroppo molti di questi coloranti sono pericolosi per la salute. Nel libro sono riportati molti esempi di queste ulteriori e pericolose sofisticazioni.

Ma la frode più comune che viene compiuta con il tè, consiste certamente nell’uso di piante diverse dalla Camellia sinensis. Si utilizzano le foglioline di altri tipi di Camellia, pruno selvatico, frassino, sambuco, salice, fragola, rosa, pioppo, quercia, olmo e altre piante meno comuni da noi ma tipiche del Giappone e della Cina.
Diverso è invece il caso in cui vengono sì impiegate foglie provenienti da piante diverse dalla Camellia sinensis, ma la cosa viene chiaramente indicata. In questo caso non possiamo parlare di vera frode o di sofisticazione ma di vendita di infusi diversi dal tè. A volte, tuttavia, non è facile chiarire immediatamente come stanno le cose. In inglese, per esempio, la normale camomilla, nel senso dell’infuso di camomilla, viene chiamata “camomile tea”. In questa lingua, infatti, il termite “tea” ha ormai acquistato il significato secondario di infuso, per cui aggiungerlo al nome di una pianta non è formalmente una frode ma può facilmente indurre i meno smaliziati a qualche confusione. Anche in questo caso nel libro sono riportati molti esempi e ricette di infusi diversi dal tè.
Gianluigi Storto
Esperto di tè e autore del libro “Il tè, verità e bugie, pregi e difetti” (Avverbi editore, Roma 2006)

La Redazione del Giornale del Cibo è composta da donne e uomini amanti del mondo del cibo e dell'alimentazione che credono fortemente nel valore della cultura.

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