musei del cibo

5 musei del cibo da non perdere in giro per il mondo

Giulia Petruzzelli
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Indice

     

    Con 4.976 musei e simili su tutto il territorio, nel 2015 l’Italia era il paese con più musei d’Europa, seguito dalla Germania (4.735), dalla Spagna (1.522) e dalla Francia (1.199). Un primato che, volendo mettere da parte eventuali polemiche sulle modalità di promozione e finanziamento, conferma l’importanza di un patrimonio che non è solamente artistico, ma anche religioso, tecnico-scientifico, industriale e gastronomico. Dei quasi 5.000 musei e siti d’interesse culturale rilevati dall’Istat in quell’anno, infatti, 427 sono catalogati come “musei tematici” e altri 54 non rispondono a nessuna definizione specifica: non sarebbe sbagliato pensare, dunque, che si possa trattare, almeno in parte, anche dei numerosi musei del cibo che caratterizzano tutta la penisola.

    In Italia sono numerose le realtà, di ordine pubblico o privato, che si dedicano alla documentazione e all’informazione sul cibo, sulla sua nascita e sulle sue tradizioni: dal museo sull’origine dei confetti di Sulmona, fino al museo del gelato e delle sue lavorazioni, passando per il museo dell’olio d’oliva. E l’Italia, come detto, non è certo l’unica che ha saputo investire anche in questa parte della propria cultura locale.

    Per questo, se fare una lista di tutti i luoghi dedicati alla storia di un particolare prodotto sarebbe impossibile, abbiamo comunque selezionato i 5 musei del cibo sparsi per il mondo da non perdere secondo noi.

    1. Alimentarium Museum

    Al numero uno, non può che esserci l’Alimentarium Museum di Vevey, Svizzera: il primo museo al mondo dedicato al cibo. Aperto nel 1985 per volontà (e portafoglio) della Nestlé, l’Alimentarium Museum ha sede nel bell’edificio neoclassico costruito nel 1920 per ospitare gli uffici della Nestlé & Anglo-Swiss Condensed Milk Company. Trovarlo è molto semplice: basta seguire la gigantesca forchetta che appare piantata nelle sue vicinanze, nel Lago di Ginevra.

    Come suggerisce il suo nome, l’Alimentarium Museum è un luogo dedicato alla scoperta e all’educazione alimentare in genere, al cibo inteso come cultura e non come singolo prodotto: a dispetto del suo rinomato committente, questo museo ospita infatti una collezione di 400 oggetti più o meno antichi legati alla lavorazione o conservazione di tutti gli alimenti, e non solo al latte o alla cioccolata. Consultabile online, il patrimonio dell’Alimentarium Museum conta tra i suoi tesori più sorprendenti anche una rotella taglia-impasto del 1800 circa e uno stampo per cioccolato a forma di maggiolino, datato 1925, quando era abitudine, nei paesi di lingua germanica, regalare ai bambini oggetti simili per celebrare il ritorno della bella stagione. E a proposito di maggiolini, ci fa sapere la scheda tecnica dello stampo, questi erano uno degli ingredienti principali della famosa Maikäfersuppe, zuppa a base di insetti commestibili diffusa fino agli anni Cinquanta del Novecento in Francia e Germania. Al suo interno, il museo è diviso in tre sezioni: il Food Sector dedicato all’esplorazione del cibo e dei suoi metodi di produzione, il Society Sector dove scoprire le relazioni tra il cibo e il tessuto sociale e il Body Sector, per indagare gli aspetti nutrizionali degli alimenti e i loro effetti sulla salute del corpo.

    alimentarium museum

    Facebook.com/pg/alimentarium

    Ogni anno le tre gallerie cambiano veste per adattarsi al tema del momento. Fino a marzo 2019, ad esempio, chi visiterà l’Alimentarium Museum sarà invitato a riflettere sulle professioni del cibo, con mostre e workshop che ritraggono e raccontano periodicamente gli artigiani dei latticini, della frutta e della verdura, della carne e del pane. Video ricette, articoli di approfondimento, attività formative per adulti e bambini, in loco e online. Questo museo sembra davvero ricco di spunti e…spuntini: un passaggio al Caffè Ristorante in house, infatti, è d’obbligo!

    2. I Musei del Cibo di Parma

    Al secondo posto della classifica dei 5 musei del cibo da non perdere c’è anche qualche vanto nostrano, rappresentato dal polo dei Musei del Cibo, che raccoglie addirittura sei gallerie, tutte dedicate alle eccellenze tipiche del parmense.

    Museo del Prosciutto di Parma

    Situato all’interno dell’edificio che ospitava il Foro Boario, il Museo di Langhirano, antica capitale del prosciutto di Parma, si sviluppa in otto aree storico-tematiche, dall’agricoltura parmense, alla descrizione delle razze suine, all’importante sezione dedicata al sale, alimento indispensabile per la produzione del salume, fatto appunto solo di cosce di maiale e sale. E poi ancora, la norcineria e i suoi strumenti, compresi quelli per la norcineria ambulante, utilizzati almeno fino agli anni Trenta del secolo scorso per la macellazione delle carni porcine porta a porta. Gastronomia e uso in cucina, oltre a una immancabile prova di assaggio, concludono il percorso museale di questo tempio del gusto dop.

    Museo del Parmigiano Reggiano

    Da non confondere con il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano è al centro dell’esposizione del museo di Soragna, piccolo borgo di 4.000 anime nella pianura emiliana. Qui il “Re” dei formaggi ha trovato casa, anzi sarebbe meglio dire “casello”, perchè è proprio nell’antico caseificio della famiglia Meli Lupi che sono ospitati i numerosi oggetti che ne rivelano la storia. Un viaggio che, grazie alla collezione di Mauro Perizzi, proprietario degli utensili esposti e curatore della mostra, ci riporta indietro fino a  duecento anni fa, al mondo della civiltà contadina e della lavorazione manuale del latticino. Di latte e formaggio profumano gli ambienti del museo, intrisi dell’inconfondibile aroma che ancora oggi sprigiona dagli oggetti e che stimola le papille dei visitatori, prontamente soddisfatte, poco prima dell’uscita, con una degustazione di parmigiano di diverse stagionature.

    Museo del Pomodoro

    museo del pomodoro

    Museo del Pomodoro – Foto di L. Rossi

    Lunga e ampia è la sala che raccoglie le numerose testimonianze della storia del pomodoro del Museo di Collecchio. Con un itinerario espositivo suddiviso in sette sezioni tematiche, il Museo del Pomodoro ripercorre tutte le principali fasi di sviluppo dell’industria del cosiddetto “oro rosso”.Dal suo arrivo con la scoperta dell’America fino all’esperienza Novecentesca del Mondo delle Conserve, antesignana dell’attuale Cibus, contando su 14 macchine d’epoca, un ricco patrimonio fotografico, oggettistica e documenti antichi, fino all’ultima sezione in cui trovano posto dipinti, manifesti, sculture e ricette a base di pomodoro. Per avere un’idea degli interni è possibile anche effettuare un tour virtuale, ma solo la visita dal vivo può restituire la sensazione di trovarsi in una vera e propria macchina del tempo: il museo si trova infatti all’interno della ex Stalla Grande della monumentale Corte di Giarola, centro di trasformazione agroalimentare del medioevo, interamente restaurata e riaperta al pubblico dal 2009.

    Museo della Pasta

    Sempre nei locali della Corte di Giarola, trova posto, con un Museo tutto suo, dedicato a una delle compagne del pomodoro di più lunga data: la pasta. L’allestimento di questo ampio spazio deve molto alla Barilla, sponsor ufficiale dei Musei del Cibo di Parma insieme alla Fondazione Cariparma, e non poteva essere altrimenti, dato che l’azienda per prima può contare su una fondazione più che centenaria. E anche qui, alla narrazione storica si alternano interessanti approfondimenti tematici, come quello sul grano e sulle sue diverse coltivazioni, sulle varie tipologie di mulino e quindi di macinazione. Diversi anche i motivi di curiosità come la sezione dedicata alle trafile, le matrici metalliche nate per creare i diversi formati di pasta, o la teca sull’origine e l’evoluzione dello scolapasta, attrezzo indispensabile di tutte le cucine italiane.

    Museo del Vino parmense

    A pochi chilometri da Bologna, all’interno di una Rocca Sforzesca, si trova l’Enoteca Dozza, che dal 1970 raccoglie oltre 800 etichette di vini. Nei pressi di Reggio Emilia, invece, è situato il Museo del Lambrusco la cui storia si intreccia con quella, secolare, di una famiglia che lo produce. Nessuno di questi due musei è però il Museo del Vino, nato per raccontare le radici del vino parmense, con sede nelle cantine della Rocca di Sala Baganza. Qui i visitatori si immergono in un’esperienza di scoperta e gusto a tutto tondo, complice non solo l’articolato percorso museale, ma anche la proiezione a 360° all’interno della ghiacciaia rinascimentale e la degustazione a fine visita. Un occhio di riguardo va pure agli oggetti compendiari e, nella Sala delle botti, si potrà conoscere la storia dei suoi contenitori, del sughero e del cavatappi.

    Museo del Salame Felino

    Premessa: questo salame non ha nulla a che fare con i gatti o con i suoi simili. Anzi, come si legge sul sito ufficiale del museo, il salame felino “è il frutto dell’unione sapiente delle migliori carni suine con le particolari condizioni microclimatiche del luogo, che favoriscono naturalmente il processo di maturazione del salame, fornendo una temperatura ideale ed un adeguato grado di umidità e di ventilazione”. Il suo nome deriva proprio dalle antiche origini etrusche del paese, Felino appunto, da cui proviene. Come la mortadella di Bologna, la piadina romagnola e l’aceto balsamico di Modena, nel 2013 anche il salame felino è stato insignito del riconoscimento IGP e dal 2004 è il goloso soggetto di questo museo. Dell’insaccato si possono infatti ammirare gli strumenti di lavoro, i documenti e le foto storiche e l’iconica macchina insaccatrice da salami, protagonista indiscussa, con il suoi telaio rosso acceso, di una delle sale espositive. È così che oggi Felino, memore del tempo in cui gli uomini superavano di poche centinaia i suini allevati in paese, omaggia il suo prodotto-simbolo dedicandogli un’area del suo castello, nell’antico centro cittadino.

    Elaborato nel 2000 e realizzato tra il 2004 e il 2017, il progetto dei Musei del Cibo ha accolto oltre 200 mila visitatori: testimonianza dell’efficacia di iniziative volte a promuovere il territorio anche attraverso la valorizzazione dei suoi prodotti tipici. D’altra parte, già nel 2008 così scriveva Massimo Montanari nella prefazione al volume I Musei del Gusto dell’Emilia Romagna, guida completa ai musei del cibo della regione: “Questi musei testimoniano la cultura del lavoro che da sempre sostiene le necessità quotidiane dell’uomo e anche i suoi piaceri, giacché non sta scritto da nessuna parte che il bisogno non possa accompagnarsi al piacere; che la storia della fame sia altra cosa dalla storia della gastronomia.”

    3. Museo del Cioccolato di Bruxelles

    museo del cioccolato bruxelles

    choco-story-brussels.be

    E se si parla di piacere, non si può evitare di nominare un alimento da sempre associato al godimento e al vizio: il cioccolato. Tra i numerosi musei dedicati al cioccolato che esistono in giro per il mondo, quello di Bruxelles è sicuramente uno dei più completi perché guida gli ospiti in un percorso ascendente lungo tutti e tre i piani della seicentesca palazzina in cui è allestito. Il piano terra è dedicato al cacao, alle leggende azteche e alla dimostrazione (con degustazione libera annessa) della lavorazione del cioccolato: proseguire oltre questo irresistibile momento è il passaggio più difficile di tutto il museo! Se al primo piano trovano posto gli utensili legati alla raccolta e alla lavorazione delle fave di cacao, al secondo sono invece conservati numerosi oggetti e ricostruzioni dell’epoca sei/ottocentesca, quando, per gli artistocratici, il cioccolato in tazza divenne una specie di culto. Tra gli appassionati più famosi, anche la regina Maria Antonietta, che si dice ne consumasse fino a tre tazze al giorno. Come quella francese, anche la corte inglese fu particolarmente ghiotta di cioccolato caldo, tanto che nella residenza reale di Hampton Court Palace a sud di Londra fu installata, fin dalla fine del 1600, una cucina dedicata esclusivamente alla preparazione di cioccolata per i reali, visibile ancora oggi all’interno del palazzo. Ma la vera patria del cioccolato inglese è York, nel nord del paese, dove infatti sorge il museo della York’s Chocolate Story, nato per volontà di tre famiglie da sempre impegnate nella produzione di cioccolato. Anche il museo di Bruxelles nasce grazie agli sforzi congiunti di due nuclei, i Van Lierde-Draps e i Van Belle, già autori dei musei del cioccolato di Parigi, Praga e Messico. Due vicende molto diverse, che però fanno pensare che forse quando si tratta di cioccolata ci si trova poi tutti d’accordo.

    4. Museo della patata

    idaho potato museum

    idahopotatomuseum.com

    Come la cioccolata, anche la patata è particolarmente contesa tra i musei del cibo sparsi per il mondo. C’è il Museo della patata dell’Idaho che conta ben 247 recensioni su Tripadvisor di cui 49 con voto ‘eccellente’ e 76 ‘molto buono’. Poi c’è l’europeo Museo della patata fritta di Bruges, di nuovo in Belgio, che si pone l’obiettivo di rispondere ad alcune domande esistenziali come: “Da dove vengono le patate?”, “Le patate fritte furono inventate in Belgio?” e “Qual è il segreto delle patate fritte perfette”? Pur consigliando a chiunque voglia approfondire il tema una visita nell’unto mondo delle Belgian fries, gli appassionati della tuberosa più versatile della cucina mondiale non possono perdersi il Museo della patata canadese. Secondo la CNN si tratta infatti di uno degli 11 migliori musei di cibo al mondo e certamente ha stoffa da vendere: questo museo vanta infatti la più numerosa collezione di attrezzi per la raccolta delle patate e la più grande scultura a forma di patata del globo. Imperdibile!

    5. Museo dei noodles

    cup noodles museum

    cupnoodles-museum.jp

    Dove poteva trovarsi un Museo dei noodles se non in Giappone, la patria degli spaghettini di frumento orientali? Il Cup Noodle Museum di Yokohama, a sud di Tokyo, ha l’ambizioso obiettivo di stimolare la curiosità e la creatività delle giovani generazioni per fornire loro un’esperienza di apprendimento piena e soddisfacente. Creatività e ingegno, infatti, sono alla base della sua nascita, legata a doppio filo alla storia di Momofuku Ando, padre dell’instant ramen, la tipica pietanza giapponese a base di noodles e brodo di carne o pesce. Inventore nel 1958 del primo “magic ramen”, Momofuku Ando proseguì la sua instancabile ricerca nel mondo della preparazione veloce e nel 1971 riuscì nell’impresa di diffondere i noodles su scala mondiale. Come? Semplicemente servendoli impacchetati in una tazza, la cup noodles appunto, da cui gli occidentali potevano comodamente mangiarli con una forchetta. Il passaggio ai noodle spaziali lo lasciamo ai visitatori del museo, che saranno di certo incantati anche dalla famosa collezione di oltre 3.000 confezioni di instant ramen disposti come quadretti sulle pareti dell’Instant Noodles History Cube. Itadakimasu.

    I musei del cibo più strani al mondo

    È vero, anche i tedeschi in fatto di musei del cibo particolari non scherzano, ma dopo la chiusura del famoso Deutsches Currywurst Museum (dedicato al salsicciotto tipico locale) e nonostante la Germania sia pur sempre la patria del Museo dell’asparago, la Palma d’Oro per i musei più strampalati del pianeta va agli Stati Uniti. Qualche esempio? Dista una manciata di chilometri da Los Angeles l’International Banana Museum: una galleria piena zeppa di oggetti (circa 20.000 in tutto) a forma di o relativi all’iconico frutto, un’oasi giallo banana nel bel mezzo della Coachella Valley. La casa del cibo bruciato – sì sì, proprio bruciato – è invece a Boston che presenta una delle più improbabili collezioni di pezzi d’arte culinaria carbonizzata del mondo. Le visite sono solo su prenotazione, ma sono effettuate direttamente dalla direttrice del museo che, insieme all’assistente e all’arpista ufficiale, costituisce un terzo del personale di tutto il museo. Ma solo gli stomaci forti possono permettersi il meglio…del peggio: con una filiale a Toronto e un’apertura straordinaria a Malmo, in Svezia, il Museo del cibo disgustoso di Los Angeles è unico nel suo genere. In bella mostra 80 delle più disgustose prelibatezze mondiali: carne di squalo marcia (vera leccornia per gli islandesi), aringhe fermentate della Svezia, cavie peruviane arrostite, il formaggio sardo con i vermi e un pene di toro crudo. Chi ha intenzione di sfidare i propri limiti olfattivi può fare visita alla sede svedese fino a marzo 2019 e magari godersi la visita così come i curatori l’hanno pensata: una sfida alla propria concezione di ciò che è commestibile e di ciò che non lo è, di ciò che è disgustoso e di ciò che, invece, potrebbe costituire una risorsa utile come cibo del futuro.

     

    Dopo questo viaggio attorno al mondo e alle sue (bizzarre) mostre enogastronomiche, siamo curiosi di conoscere la vostra opinione: quali sono secondo voi i migliori musei del cibo di sempre?

     

    Immagine in evidenza: facebook.com/pg/alimentarium

    Giulia Petruzzelli

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