L’istituzione del TTIP fra Unione Europea e Stati Uniti suscita molti dubbi fra economisti, politici, giuristi, attivisti del mondo del food e non solo.
Nelle scorse settimane, la nostra redazione ha chiesto l’opinione di Carlo Petrini, presidente di Slow Food, e di  Vittorio Agnoletto, medico e attivista no global.

Ponendo l’accento sulla messa a rischio del principio di precauzione e l’istituzione dell’arbitrato per le controversie tra Stati ed investitori, Carlo Petrini non nasconde le sue perplessità su quella che sembra essere un’operazione a tutto vantaggio dei grandi gruppi.
Dal canto suo, Vittorio Agnoletto osserva come l’eliminazione delle barriere non tariffarie, prevista dall’accordo, “cancellerà la democrazia e il ruolo dei parlamenti”, e che a trarne vantaggio saranno poche multinazionali europee.

Ma il TTIP cos’è esattamente e quali conseguenze porterà con sé?

TTIP

TTIP: cos’è?

Il TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership, è un accordo commerciale fra gli Stati Uniti e l’Unione Europea sul libero scambio. C’è chi vede in questo trattato una grande opportunità sia per l’economia reale che per quella finanziaria di entrambi i mercati, statunitense ed europeo.
La US Chamber of commerce, per esempio, stima che l’approvazione del patto porterebbe il valore degli scambi fra UE e USA a 120 miliardi di dollari.

I vantaggi per l’Europa

Secondo i calcoli del Centre for Economic Policy Research di Londra, l’Europa guadagnerebbe dalla firma dell’accordo 120 miliardi di euro di reddito in più all’anno e, nel lungo periodo, l’export europeo salirebbe del 28%. C’è chi considera il TTIP una seconda fase della globalizzazione, dopo quella che nel 2001 ha visto l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Il trattato, infatti, riguarda un’intesa su commerci ed investimenti che concerne una fetta considerevole del mercato globale, pari al 45% del PIL mondiale.

Ma cosa ne pensano gli economisti?

Gli economisti classici esaltano l’accordo, considerato un omaggio all’ideologia libero-scambista.
I no global, al contrario, lo ritengono una minaccia e un’ennesima dimostrazione di come la politica internazionale non sia più costruita attorno ad un dialogo fra stati ma sia dettata dal dominio delle multinazionali sugli stati.
Ma non sono i soli ad avanzare dubbi sulla buona fede del TTIP: molti politici, economisti, giuristi e ampi strati della società civile hanno avanzato alcune perplessità.

Da dove nascono i dubbi

Il primo nodo problematico riguarda la segretezza eccessiva che circonda i negoziati in corso. Se lo scopo del TTIP fosse davvero quello di migliorare il tenore di vita della popolazione europea e americana, viene naturale domandarsi perché tenere i negoziati all’oscuro dei cittadini, ma anche di molti politici ed economisti. Infatti, nessuno, né i favorevoli né i contrari all’accordo, conosce esattamente i contenuti del TTIP e, soprattutto, c’è un grande alone di ombra riguardo alla questione di chi saranno i vincitori e chi i perdenti.

Una diversa prospettiva economica e sociale

Il TTIP interverrà non tanto sui dazi, quanto sulle normative che ostacolano la libera circolazione delle merci. L’abolizione di queste barriere potrebbe, per esempio, mettere a rischio il principio di precauzione, secondo il quale in Europa un prodotto può essere messo in vendita solo quando ne è stata dimostrata la sicurezza, mentre in America vige il principio opposto, ovvero un prodotto può essere venduto finché non si dimostri nocivo.

Alla base di queste visioni diametralmente opposte sta una prospettiva economica e sociale diversa: negli USA, l’accento è posto sulla tutela della libera iniziativa imprenditoriale e sull’esaltazione della produttività e della profittabilità; in Europa, si tutela maggiormente la salute dei cittadini e la sicurezza alimentare e ambientale.
Molti si dimostrano quindi preoccupati che dalla firma del TTIP derivi una colonizzazione dei prodotti alimentari statunitensi, molti dei quali trattati con OGM e ormoni, e potenzialmente nocivi.

Prodotti OGM

Inoltre, la maggioranza delle aziende agroalimentari italiane è molto piccola e solo il 5% circa di esse esporta i propri prodotti, peraltro, quasi sempre, all’interno dell’Unione Europea.
Alcuni economisti, come ad esempio Dennis Novy, sostengono che l’agricoltura mediterranea italiana ed europea sarà uno dei settori maggiormente danneggiati dalla firma del TTIP, a tutto vantaggio dei grandi gruppi agroalimentari, in prevalenza statunitensi.

Criticità e rischi del TTIP

Il TTIP è un argomento complesso e le sue criticità non si limitano alle questioni dello scambio di prodotti alimentari e a quella della tutela dei consumatori e dei livelli di protezione. Alcuni hanno sottolineato la non democraticità dell’accordo.
Uno degli aspetti più problematici è l’istituzione dell’arbitrato per le controversie tra Stati ed investitori.

Il problema, oltre alla probabile scarsa imparzialità delle decisioni di questi tribunali costituiti ad hoc, è quello che vede la possibilità per un’azienda di portare un governo nazionale davanti ad un tribunale internazionale. Questo potrebbe accadere qualora un’azienda si sentisse danneggiata da una legge nazionale o europea, percepita da essa come lesione di una opportunità di profitto.

La ratio di quella legge potrebbe essere invece la tutela della salute dei cittadini, della sicurezza alimentare e ambientale, o dei diritti dei lavoratori. Secondo alcuni, agendo sulle normative in questo modo, il TTIP potrebbe cancellare la democrazia e il ruolo dei parlamenti nelle materie delicate del commercio e dell’investimento internazionale.

Altri ancora vedono nel TTIP una seconda deregulation, dopo quella reaganiana degli anni Ottanta che ha portato alla finanziarizzazione dell’economia mondiale.
Forse ormai in un mondo globalizzato e interdipendente è diventato inevitabile che la politica e le leggi vengano dettate dagli interessi dei grandi gruppi.
Il sistema economico mondiale è quindi così pervasivo?

 

Fonte immagine: expo2015notizie.it

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A proposito dell'autore

Giuliano Gallini

Direttore commerciale e marketing di CIR food, vive a Padova e lavora tra Reggio Emilia e molte altre città italiane dove CIR ha le sue cucine. Ama leggere e crede profondamente nel valore della cultura. In cucina non può mancare un buon bicchiere di vino per tirarsi su quando sì sbaglia (cosa che, afferma, a lui succede spesso).

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