La predisposizione all’obesità tende a essere sottovalutata quando si considerano le condizioni fisiche di chi deve perdere peso. Sappiamo che i chili di troppo dipendono da un’alimentazione eccessiva o scorretta, ma talvolta è la genetica a influire sull’eccesso di grasso corporeo. Ci siamo già occupati di obesità infantile e del rischio di ingrassare per i bambini che consumano troppe merendine. Questa volta, citando recenti studi, cercheremo di capire che ruolo riveste la genetica nella predisposizione all’obesità.

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Predisposizione all’obesità: colpa della genetica?

Le persone sovrappeso sono sempre di più, tanto da far parlare i medici di una sorta di epidemia da cattiva alimentazione, che coinvolge tutto il mondo. Non solo i Paesi occidentali, infatti, sono interessati da questo fenomeno, che associato al diabete ultimamente è stato definito “diabesità”, come ci ha confermato la dottoressa Zoni dell’ospedale Bellaria-Maggiore di Bologna in un’intervista. L’obesità, indirettamente, è la seconda causa di morte dopo il fumo, in quanto favorisce molte patologie oltre al diabete, come le malattie cardiovascolari e i tumori. Un forte sovrappeso, inoltre, può provocare problemi respiratori, articolari e invecchiamento precoce.

L’incidenza dell’obesità, tuttavia, non dipende unicamente dagli stili alimentari, che comunque sono decisivi. Sappiamo che alcune persone tendono a ingrassare molto di più di altre, anche adottando le stesse abitudini alimentari. Questa situazione, oltre a penalizzare la forma fisica, può indurre frustrazione per chi si impegna a mantenere un’alimentazione controllata. La predisposizione all’obesità di origine genetica, secondo le stime, peserebbe mediamente per il 25% nel manifestarsi di questa condizione.

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I fattori genetici più conosciuti

Una delle cause determinanti per la predisposizione all’obesità è dovuta al gene OB, al quale si deve la sintesi della leptina, un ormone proteico che regola il senso di sazietà a livello cerebrale. La leptina, seppure in modo indiretto, può quindi fissare un tetto alle calorie ingerite, mantenendo il deposito di grasso nel corpo entro livelli non eccessivi. Le persone predisposte alla magrezza producono dosi maggiori di questo ormone, oppure sono più sensibili alla sua azione. Viceversa, chi palesa una predisposizione all’obesità produce quantità minori di leptina, oppure è meno sensibile a questa azione. In sostanza, sia una produzione carente di questa proteina sia una recezione insufficiente da parte del cervello contribuiscono a ridurre il metabolismo, favorendo di conseguenza l’obesità. Oltre a questo fattore, esistono anche differenze di genere e di carattere etnico che determinano una predisposizione all’obesità. Le donne africane, ad esempio, sono fra i soggetti più suscettibili allo sviluppo di questa condizione.

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Fattori ambientali e socio-culturali

Oltre alla predisposizione all’obesità di origine genetica, a incidere molto su un aumento esagerato del peso corporeo sono le cause ambientali e socio-culturali. Soprattutto nelle società del mondo occidentale, le statistiche mostrano che la percentuale di obesi aumenta al diminuire del livello di istruzione. Nelle fasce di popolazione culturalmente meno formate, è anche meno diffusa l’attività fisica, fondamentale per limitare o scongiurare il rischio di ingrassare troppo.

Predisposizione, obesità e carboidrati: la ricerca

Dopo aver presentato le cause più conosciute che costituiscono la predisposizione all’obesità, possiamo addentrarci nei risultati conseguiti da una recente ricerca su questo argomento, pubblicata sulla rivista scientifica Diabetes. Lo studio, coordinato dall’italiano Mario Falchi del King’s College di Londra, dimostra l’esistenza di un’altra variabilità genetica favorevole allo sviluppo dell’obesità. In questo caso, l’attenzione si sposta sulla concentrazione nel sangue di una sostanza chiamata amilasi salivare, fondamentale per metabolizzare gli amidi, contenuti ad esempio nel pane, nella pasta e nel riso. Gli individui con una carenza di questa sostanza, sarebbero predisposti all’insulino-resistenza, e di conseguenza anche all’obesità e al diabete di tipo 2, la forma più diffusa, detta anche diabete dell’adulto.

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Caratteristiche e possibili sviluppi dello studio

La ricerca coordinata dal professor Falchi aveva l’obiettivo di spiegare il rapporto che intercorre fra amilasi e predisposizione all’obesità. Il campione di partenza contava cento donne quarantenni normopeso, con valori normali di glucosio e stili alimentari molto simili. Tra le pazienti, quindi, non c’erano differenze significative, tranne una. Le pazienti della prima metà del campione, infatti, avevano un elevato numero di copie del gene che determina la produzione di amilasi, mentre la seconda metà delle pazienti possedeva una numero di copie molto più ridotto del medesimo gene. Nelle donne del secondo gruppo – contrariamente rispetto al primo – sono state certificate elevate concentrazioni di sottoprodotti del metabolismo dei grassi, fra i quali una sostanza legata al rischio di maturare il diabete dell’adulto. L’evoluzione di questo studio potrebbe portare alla formulazione di un test, che in base alla concentrazione di amilasi salivare permetta di stimare in modo accettabile la predisposizione all’obesità, offendo la possibilità di prevenire questa condizione con alimentazioni specifiche e personalizzate.

La predisposizione all’obesità conta, ma niente scuse

Come abbiamo visto, la predisposizione all’obesità va considerata. Le ultime ricerche, inoltre, ci offrono un quadro complesso di fattori che concorrono a costituire questa predisposizione. Le cause genetiche, però, non vanno vissute con atteggiamento fatalista o autoassolutorio. Lo stile di vita, a partire dalle abitudini alimentari, è sempre determinante, anche e a maggior ragione per i soggetti predisposti all’aumento di peso. Un’alimentazione corretta, uno stile di vita sano e l’attività fisica sono la difesa migliore per contrastare l’obesità e il diabete, anche se questi ultimi sono in qualche modo scritti nel DNA. Bisogna ricordare, inoltre, che il forte aumento dell’incidenza dell’obesità si è manifestato negli ultimi decenni, un lasso di tempo brevissimo se inserito nel contesto dell’evoluzione umana. In questi stessi anni il patrimonio genetico della popolazione non è cambiato. Questa è un’altra evidenza che, prima di incolpare i nostri geni, ci spinge a considerare innanzitutto quello che mangiamo.

La diffusione dell’obesità nel mondo

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L’osservazione relativa all’aumento della diffusione dell’obesità ci porta a richiamare i numeri di questo fenomeno. Uno studio dell’Imperial College di Londra, pubblicato recentemente sulla rivista specialistica The Lancet, ha monitorato l’andamento della massa corporea di quasi 20 milioni di persone in 186 Paesi nel mondo, fra il 1975 e il 2014. Negli ultimi quattro decenni su scala globale il numero degli obesi è cresciuto di oltre il 600 percento, fino a raggiunge i 641 milioni di individui e superando il numero dei soggetti sottopeso, che comunque è aumentato. Se il trend attuale non cambierà, entro il 2025 un adulto su cinque sarà obeso. La maggior parte degli obesi del mondo proviene dai Paesi di cultura anglosassone: Stati Uniti, Australia, Canada, Regno Unito, Nuova Zelanda e Irlanda.

In Italia

In Italia le persone sovrappeso tendono a sottostimare la propria condizione. Un’indagine sull’obesità nel nostro Paese, pubblicata nel 2016 e realizzata per conto dell’Istituto superiore di Sanità, pone l’accento su alcune criticità. In Italia gli individui obesi vivono soprattutto al Sud, dove preoccupa la percentuale di bambini in forte sovrappeso. A influire negativamente è anche la scarsa propensione all’attività fisica, fondamentale per contrastare questo rischio. Anche in Italia l’obesità è più diffusa nelle fasce sociali più svantaggiate, meno abbienti e meno istruite.

Dopo questo approfondimento sulla predisposizione all’obesità, può essere interessante leggere i nostri precedenti articoli sui bambini sovrappeso e sui rischi dovuti a un consumo eccessivo di merendine. Per saperne di più sul rapporto fra alimentazione e salute, vi consigliamo anche i nostri articoli sulla possibilità di “curarsi” con il cibo, sui rischi dovuti a una carenza di vitamina C e sui consigli rivolti ai diabetici per affrontare le tentazioni dei pranzi natalizi.

 

Fonti:
Diabetes
The Lancet
Sorveglianza Passi, Istituto superiore di Sanità

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A proposito dell'autore

Matteo Garuti

Matteo è nato a Bologna e vive a San Giorgio di Piano (Bo). Per Il Giornale del Cibo si occupa di attualità, alimentazione e illegalità alimentare. Il suo piatto preferito è il salmone, purché di qualità, "perché è un ingrediente nobile, versatile e dal gusto unico". Per lui in cucina non può mancare la creatività, "perché è impossibile farne a meno!"

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