Con un provvedimento interministeriale l’Italia chiede a Bruxelles di rendere obbligatoria l’indicazione di provenienza di semola e grano duro sulle confezioni di pasta distribuite in Italia. Il decreto nasce da un’intesa tra i ministeri delle Politiche agricole e dello Sviluppo economico per valorizzare la produzione di grano italiano di qualità e per favorire la massima trasparenza verso i consumatori.

Quali sono i prodotti italiani già tutelati dalle etichette?

Il decreto, presentato il 19 novembre alla Commissione Europea, seguirà l’iter intrapreso recentemente anche per le etichette del latte a lunga conservazione e dei prodotti latteo-caseari, che saranno obbligatorie a partire dal 1° gennaio 2017. Prima del latte, le disposizioni a livello europeo sulla tracciabilità erano già state regolamentate per olio d’oliva, miele, frutta e ortaggi, pesce, carne bovina, suina, ovina, caprina e di volatili. Per la pasta bisognerà dunque attendere che Bruxelles si pronunci e, se la richiesta verrà accolta, segnerà un ulteriore passo avanti verso la tutela di uno dei principali comparti agroalimentari del made in Italy.

10 milioni dal Governo a sostegno della filiera dei cereali

cereali

Il decreto riguarda le materie prime che vengono usate per produrre pane, pasta e altri prodotti da forno, in particolare il grano duro e la semola. La decisione si inserisce nel piano cerealicolo nazionale approvato dal ministro Maurizio Martina, un quadro di misure che il Governo sta adottando a tutela della filiera grano-pasta. L’investimento di 10 milioni di euro, ha dichiarato Martina, andrà a sostegno dei contratti di filiera (accordi sottoscritti tra Ministero e soggetti beneficiari di programmi di sviluppo integrato), e servirà ad “aumentare del 20% le superfici coltivate coinvolte, passando da 80.000 a 100.000 ettari, per avere grano di qualità e migliore remunerazione per gli agricoltori”.

Dalla “guerra del grano” alla tutela della pasta italiana

L’impegno verso la tracciabilità è dunque un’ulteriore misura con cui il Mipaaf sta rispondendo alla “guerra del grano” del luglio scorso, quando il prezzo del frumento è crollato drasticamente mettendo in allarme agricoltori e associazioni di categoria. La Cia-Agricoltori italiani aveva denunciato l’ingresso in Italia di navi piene di grano da Canada, Stati Uniti ed Est Europa a fronte di un’immissione nel mercato estero di enormi quantità di frumento raccolto nel nostro paese. L’import selvaggio avrebbe determinato, secondo la Confederazione degli agricoltori, una svalutazione media del 40 % del prezzo dei chicchi italiani, ponendolo al di sotto dei costi di produzione.

Pasta italiana, il 20% dell’export va in Germania

pasta

Le proteste degli agricoltori sono servite ad accelerare l’intervento del Governo a tutela di uno dei comparti più importanti della nostra economia. L’Italia è in cima ai Paesi produttori di pasta con 3,2 milioni di tonnellate stimate dall’IPO – International Pasta Organization per il 2015. Siamo anche quelli che ne consumano di più: 24 kg pro capite contro i 16 kg della Tunisia, che si piazza al secondo posto. La percentuale di esportazione è stata del 56% sulla produzione, per un totale di 1,8 milioni di tonnellate, di cui il 20% (360mila tonnellate) diretto in Germania, che si conferma così il mercato singolo principale. Seguono la Gran Bretagna, in leggera flessione forse per l’effetto Brexit, e la Francia. A gradire maggiormente la nostra pasta fuori dai confini UE sono gli USA (149mila tonnellate, l’8,2% sul totale) e il Giappone (66mila tonnellate, 3,6% sul totale). Il valore totale della produzione ha superato i 4,6 miliardi, con 2 miliardi di export.

Etichette pasta, cosa prevede il decreto

L’industria della pasta italiana sembra dunque godere di buona salute e i dati indicano un’apertura verso nuovi mercati, come gli Emirati Arabi, la Cina e la Corea del Sud. Ma a fare le spese dei movimenti speculativi denunciati dalla Cia-Agricoltori sarebbero i coltivatori. Nel 2015 sono stati importati circa 2,3 milioni di tonnellate di grano duro, mentre buona parte del grano italiano prodotto da trecentomila aziende è rimasto nei magazzini o è stato venduto sottocosto all’estero. Quanta della pasta che produciamo è fatta di materie prime italiane? La dicitura delle nuove etichette farà chiarezza sull’origine del grano duro e della semola della pasta distribuita in Italia, distinguendo:

  • il Paese d’origine dell’ingrediente principale, la semola, che coincide con il Paese di ultima trasformazione.
  • il Paese d’origine della materia prima principale della semola, ovvero il grano duro.

Se l’origine di semola e grano duro è la stessa, verrà comunque specificato il Paese di origine di entrambi, così come verrà indicata la provenienza da altri paesi UE o extra UE. Solo la pasta prodotta al 100% con grano e semola italiani potrà fregiarsi dell’indicazione made in Italy.

Per la tracciabilità della pasta dovremo aspettare finché la Commissione europea non si sarà pronunciata, ma per latte e derivati l’obbligo inizia già da gennaio 2017. Scopri come saranno le nuove etichette del latte in questo articolo. Per saperne di più sulle diverse varietà di frumento italiano leggi l’intervista che abbiamo fatto un po’ di tempo fa al direttore dell’Unità di ricerca per la valorizzazione qualitativa dei cereali del Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura (CRA) di Roma.

 

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