Giuliano Gallini

Leggo che il settore della cultura in Italia vale 47 miliardi e 1 milione di posti di lavoro. Ma che se avesse la stessa dimensione della Francia potrebbe valere il 30% in più. Leggo che la spesa pubblica italiana in cultura è pari all’1,1% contro il 2,2% della media europea e siamo ultimi. Leggo che l’Italia spende in istruzione l’8,5% contro l’11% della media europea, e siamo penultimi. Leggo che i consumi culturali privati degli italiani sono del 27% più bassi di quelli della media europea. Leggo che i cittadini italiani che partecipano agli eventi culturali sono mediamente l’8% contro il 30% degli altri paesi.

Le fonti sono varie, forse consultandone altre si potranno trovare dati un po’ diversi e un po’ più ottimisti. Anche un numero infatti può permettersi di essere pessimista o ottimista, dipende da come si veste – o da come lo guardiamo.

Cultura

Diamo però per un momento credito a chi sostiene che negli ultimi vent’anni investimenti e consumi culturali – pubblici e privati – in Italia siano calati molto di più della media degli altri paesi europei. Che la differenza (gap) si sia allargata, e che sia significativa. Ci interessa? Interessa all’Italia? Oppure possiamo dire: chi se ne importa! Con la cultura non si mangia! La cultura costa, gli intellettuali sono antipatici e con il ‘culturame’ (Mario Scelba) non si vincono le elezioni.

Negli stessi vent’anni però è successo che si è allargata anche la differenza (gap) di produttività. In Italia la produttività non è cresciuta, al contrario di quello che è successo negli altri paesi europei. Strano. Che cosa c’entra la cultura con la produttività, si dirà. La correlazione non è corretta. Non è necessario conoscere la Divina Commedia per stringere bene e in fretta un bullone!

Secondo me invece la correlazione esiste. La sola formazione professionale non è sufficiente a far crescere un paese, anche sotto quel punto di vista che pare solo quantitativo della produttività. Una cultura che dia senso e significato a quello che stai facendo, che lo iscriva dentro un processo storico, che ti aiuti a capire perché lo fai e chi e come lo ha fatto prima di te ti aiuta anche a stringere meglio i bulloni, se sei un meccanico. La cultura aiuta a migliorare i processi produttivi (e quindi la produttività) perché sa che dietro i processi ci sono persone, con le loro attitudini, competenze, storie, forze e debolezze.

Statua libro

Un tempo si pensava che non fosse necessario saper leggere e scrivere per stringere bene un bullone, e che i lavoratori manuali potessero anche essere analfabeti. Ma tutti sappiamo che proprio l’alfabetizzazione e la cultura generale (le lettere, la storia, le scienze) hanno permesso alle società di crescere e di arrivare nei momenti migliori a conquiste di civiltà. Che adesso si sia tornati a considerare la cultura inutile se non dannosa è una delle convinzioni più inquietanti e pericolose del nostro tempo.

Ogni tanto leggo anche qualche presa di posizione importante (Confindustria, per esempio) che invece sprona a investire di più in cultura. A ben vedere però spesso si tratta di inviti, ovviamente benemeriti anche se parziali, che nascondono una cattiva coscienza. Si dice: bisogna investire di più nei beni culturali, vero patrimonio del nostro paese. Monumenti, città d’arte, musei: per il turismo! Per aumentare il fatturato di questa industria, per aumentarne gli utili!

Importanza cultura

Altro leitmotiv: la cultura costa, quindi non può gravare più di tanto sulle casse pubbliche. Se un comune vuole organizzare una mostra d’arte lo faccia con risorse private, oppure faccia in modo che alla fine i ricavi superino i costi. E se per raggiungere questo risultato toccherà mettere in piedi una iniziativa poco qualificata, pazienza. Prima il profitto, poi la cultura.

Sono viste corte. Che pensano alla cultura come a qualcosa che deve far guadagnare, e subito, non come a un bene dal valore primario, inestimabile e necessario. Sono ideologie che non capiscono che si guadagnerà di più, come impresa, come comunità e come paese, se si investe in cultura, proprio nella vecchia e astratta cultura generale. Come si faceva ai tempi del “non è mai troppo tardi”, tempi in cui il nostro paese cresceva di più della media europea.

La cultura non costa: costa l’ignoranza.

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A proposito dell'autore

Giuliano Gallini

Direttore marketing strategico di CIR food, vive a Padova e lavora tra Reggio Emilia e molte altre città italiane dove CIR ha le sue cucine. Ama leggere e crede profondamente nel valore della cultura. In cucina non può mancare un buon bicchiere di vino per tirarsi su quando sì sbaglia (cosa che, afferma, a lui succede spesso).

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