Per fare l’acquisto giusto, basta sapere che il pesce è di stagione e locale? Nell’eterno dilemma tra pesce pescato o d’allevamento, vorremmo toccare una questione molto spinosa che accende i dibattiti sulla sostenibilità del settore ittico: quanto pesce viene pescato per alimentare i prodotti dell’acquacoltura? Quanto il pesce d’allevamento è sostenibile?

La risposta non è così semplice come può sembrare. In effetti bisognerebbe cambiare un attimo la prospettiva e sapere innanzitutto che esistono specie erbivore, onnivore e carnivore e che in questi ultimi casi l’acquacoltura necessita di pesce da cattura per nutrire il proprio prodotto.

Ma allora, ricapitolando, ricorrere all’acquacoltura per evitare l’esaurimento delle risorse marine, è perfettamente inutile?


Acquacoltura sostenibile: questione di punti di vista

Pesci allevati

Una risposta vera e propria non esiste,  esistono invece diversi punti di vista sui mangimi per l’acquacoltura e l’impatto che possono avere sull’ecosistema marino.

Se le associazioni ambientaliste sono molto critiche e diffondono dati davvero sconcertanti sullo sfruttamento delle risorse marine per la produzione da acquacoltura, i ricercatori pensano che le prospettive siano di miglioramento e smentiscono i dati più catastrofici sul rapporto tra pesce catturato e pesce prodotto.

Per contro, i produttori di mangimi rassicurano sulla qualità dei prodotti utilizzati in acquacoltura e ribadiscono che i dati più allarmanti sono spesso frutto di parametri che non tengono conto di fattori fondamentali di lavorazione. Infine  gli allevatori confermano che la richiesta del mercato è talmente alta, che la sola cattura non potrebbe soddisfarla e garantiscono di mettere in pratica tutte le buone pratiche per garantire la massima sostenibilità.

 

Quanto pesce viene catturato per alimentare il pesce d’allevamento?

Come dicevamo, i pesci carnivori allevati vengono alimentati con farine e oli ricavati da pescato meno pregiato, specie pelagiche di piccola taglia e con molte lische, e da scarti di specie ittiche lavorate per l’alimentazione umana. Ma quanto pescato serve all’acquacoltura? Se per produrre quello d’allevamento, viene catturata una quantità superiore di pesce selvatico, allora dove sta il guadagno per l’ecosistema marino?

I dati pubblicati da associazioni e ricercatori indicano una media di 2,5-5 kg di pesce catturato per produrre 1 kg di pesce di acquacoltura. Il rapporto poi sale per specie di grande importanza per gli allevatori. Se per allevare 1 kg di salmone servono 4-5 kg di pescato, il tonno ne richiede fino a 15 kg per crescere di 1 solo kg. Questo aspetto si va a sommare alle diverse ragioni per cui il consumo di questi pesci è molto criticato in termini di sostenibilità.

 

Parametri poco univoci

asche pesce da allevamento

Come si stabilisce il rapporto tra quanti chilogrammi di pesce pescato servono per produrre un chilogrammo di pesce d’allevamento? Difficile capire per chi non è del settore. Esistono infatti due parametri: il FIFO (Fish In Fish Out), utilizzato dai ricercatori e nelle statistiche di settore, e il FFDR (Forage Fish Dependency Ratio), preferito da allevatori e produttori di mangimi.

Il fatto che una parte prediliga un parametro e la parte opposta ne abbia formulato uno proprio fa almeno riflettere. Il problema poi è che questi parametri non restituiscono dati univoci tra le parti in causa. Solo per fare un esempio, anche se si tratta di dati meno recenti, la rivista scientifica Aquaculture, qualche anno fa aveva pubblicato in un articolo un rapporto FIFO di 4,9:1, cioè 4,9 Kg di pesce pescato per produrre 1 Kg di pesce d’allevamento, e in risposta l’associazione IFFO (Fish Mean and Fish Oil Organization), che rappresenta i produttori di oli e farine di pesce, pubblicò un rapporto FIFO di 0,52. C’è una certa differenza!

 

Quali sono le soluzioni?

Continuano le ricerche per trovare soluzioni alternative di mangimi e c’è chi propone di utilizzare mangimi completamente privi di farina e olio di pesce. Ma risulta poco sostenibile economicamente e per pesci carnivori anche poco naturale.

Interessante, invece, ci sembra la proposta di aumentare la produzione di farine di pesce da scarti di lavorazione dei prodotti ittici, come suggeriscono anche gli allevatori.

acciughe

È bene comunque trovare soluzioni, prima di incorrere in situazioni paradossali, quale la corsa ad acciughe e sardine per la produzione di farine di pesce al largo delle coste del Sud America, che ha portato a una riduzione delle quantità disponibili di queste specie, che potevano invece essere usate per l’alimentazione umana.

 

Dalla parte del consumatore

Cosa possiamo fare noi consumatori nel mare delle decisioni internazionali e di settore?

Beh, sicuramente se limitiamo la richiesta delle specie che più creano problemi di sostenibilità e prediligiamo pesci meno nobili, potremmo limitare i danni. Forse dovremmo anche pensare bene alla quantità effettivamente necessaria per il nostro organismo e sicuramente non ci farebbe male consumare pesci di stagione.

E voi, acquistate pesce d’allevamento perché ritenete sia più sostenibile?

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A proposito dell'autore

Francesca Bono

Nata a Bologna dove vive e lavora. Per Il Giornale del Cibo segue le rubriche Tra frigo e dispensaMercato e Trend. Il suo piatto preferito sono gli gnocchi di patate con sugo di pomodoro e funghi perché adoro gli gnocchi che mi ricordano tanto mia nonna. In cucina non può mancare: l'ordine perché se non è tutto a posto non posso cominciare a risporcare.

1 risposta

  1. Mario

    Complimenti per l’articolo, ma ancora non tutti sanno che esistono gli allevamenti “estensivi” ovvero senza aggiunta di mangimi o costrizioni in gabbie, si chiamano valli da pesca e pure certificate biologiche , una realtà che personalmente ho provato http://www.pescherieonline.it , fanno bene pure all’ambiente

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